I grandi non capiscono mai niente da soli | Recensione di Laura Tussi


CopertinaI_grandi_non_capisconoOlivier Turquet, I grandi non capiscono mai niente da soli. Per un’educazione umanista e nonviolenta, Edizioni Multimage, Firenze 2015, pp. 248, € 10,00

«I grandi non capiscono mai niente da soli. Per un’educazione umanista e nonviolenta» è il titolo dell’ultimo libro di Olivier Turquet. L’aforisma iniziale vuol essere un epiteto provocatorio oltre che un omaggio all’autore di questa breve frase, Antoine de St. Exupery, tratta dalla celebre opera Il piccolo principe.

Turquet sostiene che l’educazione sarà fautrice di un nuovo mondo, per un futuro migliore che avrà appunto necessità di una nuova pedagogia dell’educazione, una innovativa grammatica pedagogica come pilastro di base di una società descolarizzata e rivoluzionata. Il libro è dedicato a tutti coloro che educano e a cui piace l’educazione in se stessa, prendendo coscienza che non si smette mai di imparare perché l’apprendimento è un processo senza limiti, un percorso che va oltre e varca i confini.

L’Autore si rivolge così direttamente al lettore, chiamandolo in causa, per la necessità di riflettere sui grandi temi della formazione e su alti argomenti pedagogici, che in questo testo vengono semplificati e resi fruibili al pubblico, tramite schede di insegnamento, tecniche di lavoro su se stessi, per agire nel modo migliore, e con strumenti didattici per poter utilizzare appropriate strategie educative.

Il libro è scandito in tre settori che includono «i perché» per rispondere alle domande che scaturiscono da un’innata e inesausta sete di ricerca e di saper; «gli strumenti» utili all’agire pedagogico nella risoluzione di problemi pragmatici; «i materiali» prodotti dall’Autore e da «compagni di viaggio» nell’iter formativo e pedagogico, con brevi commenti e integrazioni.

Olivier Turquet, in qualità di maestro e pedagogo, rivela nel suo testo la questione centrale: «chi è questa persona che dovremmo educare?», perché è evidente che se l’educatore interagisce con un soggetto deve avere un’idea su questo essere, sulle sue caratteristiche, esigenze, difficoltà, sulle potenzialità e gli eventuali limiti, per andare oltre la considerazione del bambino come tabula rasa, da riempire di nozionismo scolastico: una visione ottusa che rappresenta, in sintesi, la considerazione più passiva, sottomessa e determinata del valore dell’essere umano. Ma la pedagogia, a partire dal XX secolo, sviluppa un’idea dell’età evolutiva che sembra aprire nuove prospettive e orizzonti alternativi, considerando il bambino in processi di sviluppo, attraverso varie fasi; il bambino diventa adulto in un percorso che non si compie mai completamente, ma si evolve nell’inesausta tensione a una maturità mai compiuta, a un processo di educazione permanente, di apprendimento e formazione lungo tutto l’arco della vita (lifelong learning). L’Autore indaga sulla autentica identità del soggetto da educare, citando gli svariati tentativi della Nuova Pedagogia o Pedagogia Attiva, in numerose correnti di pensiero nel corso del Novecento, da Freinet a Lodi a Montessori, dalle esperienze istituzionali private di Summerhill e Barbiana, da Waldorf agli asili antiautoritari, tutti generosi tentativi e efficaci esperienze educative, la cui comune convergenza risulta sempre lo sviluppo umano, l’integralità del bambino, la ricerca della felicità: le basi della scuola del futuro.

Così appare indispensabile una nuova definizione dell’essere umano che ne ampli le capacità evolutive e che Turquet ritrova in una definizione convincente del celebre intellettuale umanista Silo, secondo cui «l’uomo è un essere storico che trasforma la propria natura attraverso l’attività sociale». Con questa considerazione iniziale, l’Autore analizza la provocazione di Ivan Illich di «descolarizzare la società», in quanto il sistema scolastico attuale e contemporaneo è uno strumento di trasmissione dello status quo, un luogo contenitivo di produzione di consumatori obbedienti, di cittadini ottusi, di uomini-macchina votati all’efficientismo imposto dal progresso sfrenato e sottomessi alle logiche del capitalismo e del liberismo imperanti.

Dunque per realizzare un progetto pedagogico è necessaria una comunità educante di «reti educative», di legami relazionali, di «ambienti consoni» come sostiene Rudolf Steiner, di classi itineranti; una comunità basata sull’idea di compartecipazione con persone partecipi insieme a un progetto pedagogico educativo, centrato sull’essere umano, coltivando la diversità nella passione per la nonviolenza, maturando quella «forza interiore che è arma fondamentale contro ogni violenza».

I grandi non capiscono mai niente da soli è un utile percorso di riflessione che parte dalle domande spiazzanti dei bambini e cerca delle risposte senza la pretesa assolutista di imporre la propria verità, ma fornendo, in alternativa, strumenti pratici di lavoro a chi sente la necessità di percorrere il cammino verso la pedagogia della nonviolenza, che ponga al centro l’essere umano, per apprendere e imparare sempre senza limiti e confini.


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