Un ricordo di Nanni Salio | Giuliano Pontara


Di fronte alla morte si aprono domande poco esplorate, anche da chi come noi si propone di costruire una cultura della nonviolenza.

Così mi scriveva Nanni, all’indomani della morte della sua compagna Daci, in una lettera datata 8 novembre 2015, pochi mesi prima di uscire lui stesso dal tempo.

Nanni è stato tra coloro che in Italia si sono impegnati a fondo per costruire e diffondere una cultura della nonviolenza. L’ha fatto con molta, metodica preparazione, grande capacità inventiva, e dando un esempio personale attraverso il suo stile di vita.

Ci legava una lunga amicizia, l’inizio della quale per me si perde nel tempo: non ricordo quando incontrai Nanni per la prima volta, ma fu certamente in qualche incontro seminariale sulla nonviolenza, al quale lui sempre arrivava con uno zaino, più pieno di oposculie materiali vari che non di indumenti. Non ci vedevamo spesso – lui viveva a Torino, io a Stoccolma – ma quando ci vedevamo, quasi sempre in occasione di vari appuntamenti sulla nonviolenza, l’incontro era intenso, e ne uscivo sempre arricchito. Nei nostri incontri discutevamo di varie cose, alcune pratiche riguardanti future attività presso il Centro Sereno Regis, altre teoriche, per esempio quella di quale sia la definizione più utile della nozione di ‘pace’ e quella riguardante la concezione capitiniana della ’compresenza’ simile a quella gandhiana della ‘unità di tutti gli esseri viventi’. Su questi temi ci scambiammo anche due lettere, di cui qui sotto, in appendice, riporto le parti rilevanti.

Tra i tanti incontri di cui ho un ricordo molto vivo, vi sono quelli che avvennero durante i Corsi per formatori di obiettori di coscienza in servizio civile, tenutisi per sette anni consecutivi presso la International University of Peoples’Institutions for Peace (IUPIP)/Università internazionale delle istituzioni dei popoli per la pace(UNIP), da me diretta, con sede a Rovereto, in Trentino (la settima e ultima edizione di questi percorsi fu realizzata nell’autunno del 2000). In vari di questi corsi Nanni partecipò molto attivamente conducendo – con molta preparazione e grande calore umano – apprezzatissimi seminari sulla gestione nonviolenta dei conflitti e il servizio civile come difesa sociale. Arrivava anche a Rovereto sempre con il suo zaino con dentro pochi indumenti e molti opuscoli; gran camminatore, anche quando era a Rovereto, si presentava puntualmente alle 9 di mattina all’inizio dei seminari, fresco di una camminata di alcune ore iniziata già all’alba.

La IUPIP era un centro internazionale di formazione ai e ricerche sui problemi della pace, della nonviolenza, della diplomazia popolare; vi si facevano ogni anno corsi seminariali in inglese, poi anche in spagnolo, con attivisti e studiosi provenienti dai più diversi paesi del mondo. Credo che Nanni fece tesoro delle sue esperienze a Rovereto, mettendole poi a buon frutto nella sua instancabile attività nello sviluppo del Centro Sereno Regis a Torino.

Appendice

La lettera di Nanni, datata 15 aprile 2013, prendeva lo spunto da un mio articolo su L’Indice dei libri (febbraio 2013) riguardante il carteggio tra Norberto Bobbio e Aldo Capitini, e da un ulteriore mio commento a una questione posta da Gian Giacomo Migone sul sito della rivista L’indice online, in cui Migone domandava, tra l’altro, come Johan Galtung entrasse nel dialogo tra Bobbio e Capitini.

Nel mio articolo, rilevando la problematicità della nozione di ’compresenza’, ne proponevo una interpretazione etica di “apertura nonviolenta a tutti gli esseri”, un’etica che allarga il campo della nostra responsabilità morale verso tutto ciò che vive. Nel corso del mio commento alla questione posta da Migone, notavo come Galtung fosse piuttosto critico nei confronti dell’idea di uno stato mondiale democratico sostenuta da Bobbio, e come questi a sua volta fosse assai critico sulla nozione di ‘pace’ proposta da Galtung, il quale, alla tradizionale nozione di pace come antitesi della guerra, opponeva una nozione di ‘pace positiva’ come antitesi della violenza, nella triplice forma della violenza diretta, strutturale e culturale.

Propendendo io stesso per la nozione di pace come antitesi della guerra, così scrivevo a proposito della nozione di pace proposta da Galtung:

‹‹Una siffatta nozione di pace dipende a sua volta da una definizione molto comprensiva di ´violenza`: il problema è qui che di tale nozione occorre fornire una generale, chiara e precisa definizione sotto la quale sussumere tutte e tre le forme di ‘violenza`- “diretta”, “strutturale” e “culturale” – di cui a Galtung preme parlare; Galtung c’ha provato più volte, ma è discutibile se vi sia riuscito. Un problema connesso è che la nozione di pace positiva rischia di diventare inservibile, perché comprende molti, troppi, diversi fenomeni che possono venire, e spesso di fatto vengono, in conflitto tra loro e trai quali la scelta è sempre ardua».

Ecco dunque quanto mi scisse Nanni:

Caro Giuliano,

…….

Per quanto riguarda le riflessioni che fai sul carteggio e la domanda posta da Migone …(a) proposito di Galtung, non credo, come tu stesso dici, che conoscesse Capitini e non mi risulta che abbia letto i suoi scritti, ma posso indagare. So invece che ebbe modo di conoscere direttamente Dolci.

Sulla questione “pace positiva” e “violenza”, conosco il dibattito tra Bobbio e Galtung. A questo proposito sono del parere che ogni definizione ha un carattere convenzionale e limitato e va valutata anche sulla base della sua utilità nel campo specifico in cui la si applica. La concezione di violenza diretta, strutturale e culturale proposta da Galtung mi pare sia stata accolta con molto interesse nell’ambito della peace research. E’ più sociologica e meno analitica della tua definizione, ma forse ha una sua utilità. Possono esserci maggiori difficoltà nel definire la pace positiva, ma questo può valere anche per la nonviolenza.  I contenuti di una possibile definizione sono di natura valoriale e certamente i valori entrano in conflitto tra loro. Pertanto è necessario elaborare anche una teoria della risoluzione o trasformazione del conflitto, cosa che peraltro Galtung fa, e non solo lui. E’ un tema sul quale bisogna ritornare più approfonditamente.

Ancora una riflessione sulla “compresenza” capitiniana e più in generale sul tema dell’unità di tutti gli esseri viventi (e non solo). Molti apporti delle moderne teorie scientifiche, dalla meccanica quantistica alla biologia, dalla cosmologia quantistica all’evoluzione, contribuiscono a dare maggiore fondamento all’idea, comune a diverse tradizioni religiose, dell’unità di tutti gli esseri viventi. E’ un tema importante e affascinante, di cui mi sono occupato e che vorrei riprendere andando più a fondo, tempo e capacità permettendo.

Tra l’altro, proprio nella chiacchierata che abbiamo avuto a casa di Elisabetta nell’ottobre scorso, ci siamo limitati ad accennare agli aspetti della tecnoscienza limitatamente alle questioni ecologiche, mentre mi pare di grande importanza affrontare il tema del rapporto tra religione-nonviolenza-tecnoscienza-visione cosmologica.

Ma mi preme accennare anche a un altro aspetto, quello della nonviolenza politica, attiva, per il cambiamento sociale, che è stato uno degli aspetti che, come ricordi nei tuoi scritti, ha caratterizzato fortemente l’azione di Capitini. Oggi è quanto mai necessario potenziare la ricerca e l’azione in questo campo. Mi colpisce sempre, piuttosto negativamente, lo scarso coinvolgimento del mondo accademico, almeno qui in Italia, sui temi della nonviolenza attiva e persino nell’ambito della riflessione teorica, politica e filosofica. Non so quale sia la causa specifica, ma certo è deludente. C’è infine ancora un punto che mi preme sottolineare: quello dell’enorme complessità di tutto ciò che stiamo indagando. Per fare un solo esempio: cosa significa entrare in relazione capitiniana con 7 miliardi di persone, quante siamo oggi? L’evoluzione della nostra specie e le molteplici interazioni, scoperte, esperienze, sfuggono alla nostra capacità di conoscenza esaustiva. Il pensiero della nonviolenza deve confrontarsi anche con queste dimensioni, con la condizione di ignoranza in cui viviamo.

Spero che avremo modo di entrare maggiormente nel merito di qualcuno dei punti che ho cercato di delineare.

Un abbraccio e se vieni da queste parti, cerchiamo di vederci e di organizzare una bella chiacchierata a più voci. Ciao Nanni Salio

Riposi alla lettera di Nanni in data 15 maggio – in verità la mia risposta era un po’ frettolosa, anche perché sapevo che Nanni sapeva che dei temi in questione mi ero occupato più diffusamente in vari scritti che lui conosceva bene.

Caro Nanni,

mi rifaccio vivo con molto ritardo rispetto alla tua ricca lettera di esattamente un mese fa…. Qui di seguito alcune mie brevissime riflessioni sui temi che tocchi nella tua lettera. (Peccato che non sei riuscito a fare un commento al mio articolo sul carteggio Capitini- Bobbio su L’indice on line).

Sono d’accordo con te sulla convenzionalità delle definizioni e quindi sulla importanza del contesto in cui si introducono e quanto siano utili o fruttuose. Proprio per questo, laddove mi sono occupato della nozione di ‘violenza’ mi sono in primo luogo preoccupato di chiarire quelle che chiamo le condizioni di adeguatezza che è plausibile esigere che una definizione di ‘violenza’ debba soddisfare: cosa che, mi pare, Galtung non ha mai fatto chiaramente. Bisogna anche stare attenti a non cadere nell’obscurum per obscurius. Nei miei scritti ho più volte anch’io parlato di violenza diretta, strutturale, culturale (a volte usando aggettivi diversi) – mi va bene: quello che però  non ho trovato in Galtung è una definizione  precisa, chiara di una nozione di ‘violenza’ tale da poter sussumere sotto di essa tutte e tre le forme di violenza. Magari tu mi sai indicare dove nei suoi scritti la posso trovare.

Tu fai un parallelo tra la nozione complessa di ‘pace positiva’ e quella pure complessa  di ‘nonviolenza positiva’. A me pare che ci sia una differenza. Mentre ha senso, e può anche essere utile, poter parlare di nonviolenza per gradi – si può essere più o meno nonviolenti rispetto ad una concezione ideale di nonviolenza -, mi sembra che non sia altrettanto sensato e utile parlare di più o meno pace: per questo dubito a volte della utilità della nozione estremamente comprensiva che Galtung  propone della  nozione di ‘pace positiva’ (sembra che ci metta dentro tutto quanto ritiene  buono, desiderabile, giusto).

Quello che ho sempre trovato oscuro nella concezione della compresenza di Capitini non è  tanto quando parla (come Gandhi) della “unità di tutti i viventi” (ma anche questa nozione è molto problematica e passibile di varie e diverse interpretazioni, e mi interessa leggere quello che verrai scrivendo a proposito), bensì quando  parla  di compresenza dei vivi e dei morti” in un senso (ma quale?) che va oltre l’idea (storicistica) che ogni generazione costruisce la storia in qualche modo su quello che hanno fatto ( e nonostante i danni fatti) dalle generazioni precedenti. A volte parrebbe che Captini quando parla di “compresenza dei vivi e dei morti” abbia in mente una sua idea religiosa-metafisca di ‘paradiso’.

Sulla importanza di potenziare la ricerca sulla e l’azione della nonviolenza politica, attiva sono certamente d’accordo: io, come sai, nella mia vita mi sono dedicato più alla prima che alla seconda.

Un affettuoso abbraccio.

Giuliano

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