Quel digiuno che riconobbe l’obiezione di coscienza | Marco Pannella


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Il diario qui riproposto è un documento autografo di Marco Pannella. Egli racconta il digiuno condotto per trentanove giorni, insieme ad Alberto Gardin, per costringere il Parlamento a varare una legge per il riconoscimento della legge sull’obiezione di coscienza e un dispositivo per la scarcerazione di Pietro Valpreda e degli altri anarchici, ancora detenuti per la strage di piazza Fontana, nonostante fosse ormai palese la loro innocenza. Non si tratta di un documento inedito. Pubblicato nel 1993, è accessibile in quell’incredibile contenitore che è l’archivio del Partito Radicale, esempio di conservazione della memoria politica unico in Italia. Proprio però per la mole dei documenti presenti, mi pare non sia un’operazione inutile riproporne all’attenzione uno che ha un valore non trascurabile.

Il diario ripercorre tutti i giorni del digiuno: l’avvio audace, ignorato dalla stampa, la decisione di condurlo a oltranza, la risonanza oltre i confini, la sua coincidenza con uno dei congressi più importanti della storia del Partito Radicale. Sono pagine briose, manierate, nelle quali scorre l’incisività giornalistica della penna di Pannella. Delizioso il racconto dell’incontro con Pertini, allora presidente della Camera, che sancisce la vittoria: la lotta condotta duramente fino a quel momento si stempera in un confronto di grande umanità e tenerezza.

Il digiuno di Pannella e Gardin è un momento decisivo nella vicenda dell’obiezione di coscienza, paragonabile a quello di Luis Lecoin in Francia di dieci anni prima che strappò la legge a Charles De Gaulle. In compagnia dell’anarchico francese Pannella aveva d’altronde iniziato questa pratica, quando era inviato a Parigi per «Il Giorno», in un’iniziativa a favore della resistenza algerina. La risonanza dell’azione di protesta portata avanti da Pannella e Gardin impose al Parlamento e al Governo il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, pur se con un dispositivo molto contestato. Fu una decisione imposta anche ai movimenti antimilitaristi, con cui fino ad allora il Partito Radicale aveva condiviso la linea intransigente del «meglio nessuna legge che una legge truffa». Il digiuno a oltranza, chiedendo un iter parlamentare serrato e definito e lasciando alla polemica di piazza i contenuti della legge, ribaltava l’assunto sostenuto un anno prima. Allora, di fronte all’approvazione al Senato di una legge molto simile alla 772, i movimenti, con il Partito Radicale in testa, avevano cercato di boicottarne la ratifica alla Camera, ritenendo troppo gravi i limiti che facevano dell’obiezione di coscienza un diritto dimezzato. Ora invece divenne prioritario assicurare un «Natale a casa per Valpreda e gli obiettori».

L’improvviso cambio di strategia confermò la leadership raggiunta dal Partito Radicale sui diritti civili e sulla stessa obiezione di coscienza e la sua forza politica. La legge che riconosceva l’obiezione di coscienza e quella che permetteva la scarcerazione di Valpreda sarebbero state approvate alla Camera il 14 dicembre 1972, una di seguito all’altra. Una nuova Lega degli Obiettori di Coscienza sarebbe sorta a gennaio dentro la sede del partito, a Torre Argentina.

Marco Labbate


Primo ottobre

Sono al congresso anarchico, a Rimini. Mi raggiunge una telefonata, nella sala dell’Arengario, da Roberto (1): a Peschiera i compagni hanno iniziato lo sciopero della fame; sono dunque d’accordo anche loro e dal carcere assicurano il loro contributo militante e di lotta. La nostra decisione diventa ora esecutiva. A Roma cominciano in ventitré; questa volta, da Angiolo (2) a Gianfranco (3), da Aloisio (4) e Ennio (5) e Graziana (6) e Lucia a Vincenzo e Enzo, medici, professori, giornalisti, studenti, vecchi e nuovi hippy e femministe, ci stiamo tutti. Prevedo che sarà più dura che in passato. Ieri sera, prima di partire, m’è arrivata una lettera di Pietro (7), dal Policlinico, piuttosto disperata e furente. Guardo nella sala e scorgo Roberto Mander, nemmeno ventenne, con la sua aria buona, il volto febbrile, arso, già consunto. Ce ne andiamo un istante al bar, inauguro questa nuova serie di tre cappuccini quotidiani e lui ingurgita un grappino.

4 ottobre

Pestati e feriti valiamo di più. Valiamo una notizia. Ieri sera, dopo “cena”, eravamo davanti all'”Adriatico”, come la sera prima davanti al “Corso”, a distribuire volantini che, colpevolizzando un po’ i ricchi indifferenti delle “prime” di “Il padrino” e di “Girolimoni”, li sollecitassero ad un po’ di attenzione ed a qualche gesto di solidarietà.

Almeno sette di noi sono feriti: Paolo ha su tutto il corpo il segno delle catene di Avanguardia Nazionale, Enzo ha tre punti in testa, Carlo e Liliana hanno contusioni da tutte le parti. Al II· distretto un funzionario si rammarica di non poterci denunciare tutti per rissa. Così oggi, perfino “l’Unità” accenna al digiuno per la liberazione dei compagni obiettori e degli anarchici. Arrivati da Padova, Alberto (8), Maria (9) e Carlo (10) constatano subito le abitudini della polizia romana: recatisi, in ordine sparso, due per due, con gli altri compagni davanti al Parlamento con cartelli, finiscono subito caricati e trasportati al I· distretto di polizia, in piazza del Collegio Romano dove noi siamo di casa.

Quattro giorni e dieci feriti

Un primo bilancio: in 4 giorni, dieci feriti, trenta fermi, diecimila volantini distribuiti, un migliaio di circolari ai compagni dei gruppi antimilitaristi, radicali e nonviolenti, comunicati stampa comparsi in qualche quotidiano, documenti e telegrammi inviati alla presidenza della Camera e del Senato, ai presidenti dei gruppi, a una decina di parlamentari, ai partiti, istallata una roulotte con tavoli per le firme e esposizione di striscioni, cartelli, documenti in piazza del Pantheon, un inizio di organizzazione per dormire, per l’assistenza medica, per le vitamine.

Quotidianamente teniamo riunioni di circa un’ora per ben comprendere e valutare quel che si fa e che deve essere fatto.

6 ottobre

Siamo senza notizie da Peschiera. Il comandante del carcere, il famigerato Nestorini (11), ha ulteriormente stretto la vite: anche gli avvocati non riescono a entrare, con un pretesto o l’altro. Siamo preoccupati. Ieri sera, al Pantheon, è venuto Terracini (12): ha firmato e versato un contributo per l'”autogestione dell’iniziativa”. Gli altri, partiti, parlamentari, politici, sono latitanti. “Lotta continua” ci appoggia senza riserve, pubblica tutti i comunicati. “Il Manifesto” invece, ci censura e fa la sua parte nella congiura del silenzio e nel disprezzo di queste iniziative piccolo-borghesi. Qualcosa passa su “Paese Sera” e il “Messaggero” e, sporadicamente, in altri quotidiani: cronaca lillipuziana, niente o quasi sugli obiettivi politici, sul problema degli obiettori. Da Torino, Condove, Padova, Brescia, Firenze, Napoli i gruppi si muovono. Altri si uniscono al digiuno. A Roma una trentina di compagni sono pienamente impegnati. Ma al Pantheon, e come atmosfera generale, la situazione è difficile, si rischia di non reggere. Piove, fa freddo, c’è stanchezza, il traffico è assordante, il lavoro è estenuante. Ieri Ugo Dessy, venuto da Cagliari, ha tenuto una conferenza stampa sulla cessione alla Nato della base della Maddalena. Oggi ci rechiamo sotto il Senato, dove si dibatte l’argomento, con i soliti cartelli e un sottomarino di cartone. I senatori girano al largo. S’avvicina prima Gaetano Mancini (13), poi Argiroffi (14). Altri ci diranno che lo slogan che ha avuto più successo è stato: “Fanfani; (15) e l’ecologia?”.

11 ottobre

Domani riparto per un processo a Milano. L’8 i compagni di Reggio Emilia avevano organizzato un comizio in piazza. Era domenica mattina e c’era gente. Abbiamo distribuito molto materiale, cartoline da inviare a parlamentari, gruppi, partiti, presidenze varie. Mi sento abbastanza bene. Rispetto ad altri digiuni sono più attento a prendere regolarmente le vitamine: ho un po’ paura per alcuni seri inconvenienti agli occhi avuti in passato. Sei compagni hanno dovuto interrompere, quattro colpiti da collasso. Al Pantheon ormai arriva molta gente. Si raccolgono circa ventimila lire al giorno; possiamo così far stampare altre cartoline e documenti, che cominciano ad arrivare in Parlamento. Abbiamo spedito ad ogni deputato una lettera personale per sottolineare la modestia delle nostre richieste: non chiediamo altro che la fissazione di un calendario di lavori parlamentari per dibattiti e voti sull’obiezione di coscienza e sulla riforma di una norma del codice di procedura penale che consentirebbe l’immediata scarcerazione di Valpreda, Gargamelli, Borghese. Non entriamo nemmeno nel merito dei progetti di legge: vogliamo solo garantire al Parlamento stesso, oltre che a noi, la fine di questa tragicommedia per cui da venticinque anni non si vota una legge che la Costituzione esige, e da diciassette anni si condannano e incarcerano gli obiettori malgrado che una legge di Stato, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo ratificata dal Parlamento, proclami il loro diritto a svolgere un servizio civile alternativo. I pochi amici parlamentari, Lizzero (16), Anderlini (17), Orlando (18), Terracini escludono che si possa sperare di raggiungere risultati prima della primavera, se tutto va bene. Dobbiamo dunque agire con maggior forza, estendere e rendere più dura l’azione.

17 ottobre

Ci siamo mobilitati anche in occasione dei nostri processi che fioccano da ogni parte. Sono occasioni di incontro con centinaia di compagni, che subito si inseriscono nell’azione in corso. Truddaiu (19) è stato assolto dall’accusa di diserzione. Grazie a “Panorama” siamo riusciti a far esplodere lo scandalo di Angelino Giovanni (20): il “dragone e la zanzara” è un argomento di conversazione popolare. Il Tribunale supremo militare annulla il processo. Valerio Minnella (21) è assolto, lascia così il carcere di Peschiera e ci raggiunge al Pantheon, iniziando, subito anche lui, il digiuno. A Spilimbergo hanno arrestato Fiorani, che si era rifiutato di lanciare in esercitazione una bomba a mano. Maria, Carlo, Alberto, Enzo, Tristan, Marina reggono l’iniziativa della roulotte, ormai sempre più attorniata di gente, spostata in piazza Navona da domani. Questa sera, alla sala Beloch hanno portato la loro adesione Orlando, Lizzero, Bogi (22), Anderlini, Cabras (23), Fracanzani (24). C’è la televisione. La sala è piena; oltre ai radicali, sempre più numerosi, amici della Comunità di San Paolo, del MIR (25), del Movimento cristiano per la pace. L’abate Franzoni ci ha inviato una lunga, fraterna lettera: inizierà un digiuno per il Vietnam il 30; accetta di assumere anche i nostri obiettivi, e ci prega di cessare il nostro.

Siamo in una ventina, Carlo (26), Maria (27), Alberto (28) e io lo proseguiamo dal 1 ottobre.

20 ottobre

Il segretario generale del Senato ci invia un lungo telegramma annunciando che il 25 ottobre verrà assegnato, con procedura d’urgenza, il progetto di legge sull’obiezione di coscienza alla Commissione difesa. Roberto (29), che è di nuovo colpito da mandato di cattura, è ancora una volta il perno su cui ruotano tutte le iniziative. Anche Alberto (30), ormai, è latitante: non ha risposto per la seconda volta alla chiamata. Sto viaggiando molto e sono stremato, e spaventato in fondo, dalla sordità che ci viene opposta. “L’Espresso”, “Il Mondo”, “L’Avanti”, “La Voce Repubblicana” tacciono completamente, la cosa non li riguarda. Se vinceremo, non si mancherà certo di scrivere alcune moralistiche e pregevoli cose sull’importanza e serietà della legge sull’obiezione o quella di riforma del codice di procedura penale. Ma intanto, malgrado sollecitazioni, non un rigo su questi obiettori, penso a Pannunzio ed a Ernesto Rossi. E Giovanni Ferrara? E Dodo Battaglia? E questi “più laici” di noi dalle anime belle, le mani

pulite, i principi eterni, la vita perbene, la cultura profonda, la capacità di realismo politico, le tradizioni familiari? Lasciamo perdere il Ronchey (31): su “La Stampa”, come al solito, silenzio assoluto. La nostra forza è altrove, è nella gente. “Lotta continua”, che non ostenta di credere al laicismo ed alla tolleranza, mostra d’essere l’unico gruppo laico e tollerante, democratico e non settario. E a Verona il 14, nel dibattito nella sede del Psi, con Lazagna e Canestrini (32) e la gente stipata fino all’inverosimile; la mattina del 15, a Firenze, nella sala dei Valdesi, quasi un centinaio; a Savona, il 13, su invito di Franco Beltrametti e del Calamandrei; dovunque, sull’esempio della campagna per il divorzio, mi limito a informare, a chiedere telegrammi, soldi, solidarietà concreta.

Prima Albinoni poi Mozart

E la campagna cresce, davvero, lo sento. Ma anch’io temo di non farcela più, temo di aver sbagliato; e le seconde classi, la notte, continuano quest’anno ad esser piene e si viaggia male. Intanto, a Torino, hanno arrestato, mentre assistevano bambini handicappati e spastici, Carlo Filippini e Gualtiero Guatto; altri due nostri compagni. Antioco mi telefona che stanno probabilmente per prendere anche lui.

23 ottobre

Ci siamo riuniti, due sere fa. Ero in crisi, indeciso. Alberto Gardin, che ha intanto ricevuto dalla Francia circa duemila firme di solidarietà raccolte dai compagni antimilitaristi nonviolenti, sembra sereno. A questo punto, dice, non abbiamo che da affrontare la realtà che abbiamo dinanzi. Le nostre richieste vengono da tutti ritenute giuste, e modeste; compagni in carcere sono sempre più numerosi e più perseguitati, e si tratta di una pura violenza fascista dello Stato. Allora, mutiamo formula: il digiuno prosegua fino alle estreme conseguenze. Chi conosce la nonviolenza, quella vera, il patrimonio di dibattito, di attualità e di forza politica che ormai la nutrono, non può non comprendere che Alberto ha ragione.

Abbandonare ora significherebbe oltretutto ipotecare e screditare questa forma civilissima e grave di lotta, la più efficace per chi operi dal basso, contro il potere; e significherebbe mollare mentre il Parlamento non può ormai non riconoscere le nostre buone ragioni senza rinnegarsi.

2 novembre

Siamo a Torino, al congresso del partito radicale. In dieci giorni, dinanzi alla prima seria, anche se limitatissima, informazione sul Pr in dieci anni, circa 700 persone hanno inviato le loro quote di iscrizione. Vi sono più di quattrocento presenti. Dalle città d’origine, da Torino, l’azione di sostegno è ora durissima, serrata, spasmodica. Ma anche le nostre condizioni sono gravi: lo dicono, lo affermano i medici, lo so: a sera, Alberto e io accettiamo di discutere in una riunione informale sulla situazione.

Siamo nei sottosuoli di palazzo Carignano, concessi dall’Unione culturale. In circa un centinaio appollaiati sulle scale, seduti sui tavoli, per terra. Il dibattito è lento, grave. Non un colpo di tosse, un bisbiglio. Ciascuno parla consapevole d’una responsabilità rara, pesante, eccezionale. Ascolto questo silenzio e queste parole con profonda commozione. D’un tratto – da molto vicino – giunge un po’ di Albinoni, poi di Mozart. Sono le prove per un concerto di domani sera. Parlano, uno dopo l’altro, senza interrompersi, fratelli e sorelle da più di vent’anni, compagni e amici il cui volto ho scoperto solo da qualche ora.

E’ anche un momento duro, doloroso. Inconsapevolmente, con il loro affetto, ma anche con la loro intelligenza fanno di Alberto e di me degli imputati, in un dialogo in cui ancora una volta, in questo incredibile partito, il divorzio fra vita pubblica e vita privata viene completamente cancellato. Poi, lentamente, all’ingiunzione di cessare comunque e subito, dalla ricerca appassionata, nasce la decisione di una nuova serie di iniziative immediate. Da venti, coloro che annunciano il loro digiuno fino alle estreme conseguenze, diventano sessanta, poi ottanta. All’appello che, dopo il mio viaggio a Parigi e la conferenza stampa organizzata da Jean-Marie Muller, Nenni, Montale, Silone, Aragon, i premi Nobel Bohl, Jacob, Kastier, i cardinali Lercaro e Alfrink, e tante altre prestigiose persone hanno lanciato, facendo incondizionatamente loro le nostre richieste, s’aggiungono ora le chiese protestanti, parrocchie e comunità ecclesiali.

3 novembre

Il congresso del partito si è aperto con un digiuno collettivo di tutti i partecipanti e la devoluzione delle somme così risparmiate (oltre 300.000 lire) alla lotta per l’obiezione di coscienza.

Siamo ridotti all’osso

Dopo l’articolo di Nobécourt su “Le Monde”, di Nichols sul “Times”, l’appello, l’attenzione un po’ obbligata per questo congresso dal quale può venire la notizia del nostro scioglimento, l’essere ormai in oltre cento a digiunare “fino alle estreme conseguenze”, il nostro “ufficio stampa” che catalizza su questa drammatica, nuova lotta per un fondamentale diritto civile le informazioni congressuali, i telegrammi e le cartoline che ormai si riversano a migliaia a Roma, a palazzo Madama ed a Montecitorio, sentiamo che stiamo per arrivare ancora una volta a raggiungere l’obiettivo fissato.

Su tutti noi, inespresso ma pesante, grava un interrogativo: notizie e impegni adeguati arriveranno prima o dopo un dramma che sappiamo imminente?

Alberto è dimagrito di 12 chili, io di 19: siamo all’osso entrambi. Sappiamo già che ormai sono e saranno bruciate cellule che non si ricostituiranno, anche se non è valutabile ora l’entità dei danni. So, per precedenti esperienze, che i capelli cadranno, anche i denti e la vista ne risentiranno, come la memoria e altro.

Nel pomeriggio ci comunicano che saremo ricevuti il 7 da Fanfani. Lunghissimi telegrammi ci giungono da alcuni giorni dal segretario generale del Senato Bezzi, con tutto tranne l’essenziale. Se la commissione Difesa deciderà a tempo Fanfani annuncia che porterà i due progetti in aula anche prima del 3 novembre, per la discussione e il voto. E’ molto, ma noi chiediamo date terminali, magari lontane, ma sicure; non date iniziali.

Pertini, che un po’ ingenerosamente abbiamo tempestato d’appelli e critiche, ci telefona invece da Nizza. E’ furente, ci sembra di capire, oltre che addolorato e preoccupato. Nessuno gli aveva mai fatto sapere che intendevamo chiedergli di riceverci: a noi parlamentari e altri giornalisti ci avevano assicurato di avergli invece trasmesso questa richiesta. Chiede insistentemente della nostra salute, propone di interrompere le sue brevissime vacanze per venirci incontro, l’indomani, anche a Genova. L’indomani lo raggiungiamo a Nizza: il congresso del partito finisce alle 4 del mattino del 4 novembre. Alle sette, partiamo.

4 novembre

Alle 12 vediamo Pertini arrivare sotto i portici delle Galeries Lafayette, pipa accesa, maglioncino beige, pantaloni di fustagno. C’è il sole, ma sento aria di burrasca. Ci guarda, come per accertarsi che possiamo sopportare una lavata di capo, e come premessa, dice che debbo piantarla con i miei metodi: già due anni fa, per il divorzio, non convinto di alcune sue opinioni e consigli gli inviai una lettera aperta che lui ricorda ancora quasi frase per frase. Stavolta gli abbiamo scritto, con Alberto, assieme a Fanfani, un’altra missiva un po’ pesante. In un certo senso ha ragione. Entriamo in un caffé. Per un paio d’ore si analizza la situazione. Pertini ci racconta dei suoi digiuni in carcere, le sue azioni proprio da qui, da Nizza, dove investì il suo capitale in una radio emittente e faceva il muratore. Sulle leggi che ci stanno a cuore ci parla francamente, esaurientemente. Alla fine la situazione è chiara. Non gli chiediamo impegni, che non sarebbe corretto pretendere e che egli rifiuterebbe certo di dare. Sappiamo ora che, se il Senato non perde troppo tempo, è più che probabile che a Natale la Camera avrà terminato il suo lavoro. Nel salutarci, Pertini ha come un attimo d’esitazione. Guarda Alberto, così giovane, così deciso ma anche così stanco: il vecchio compagno è commosso, l’abbraccia con forza e scappa via.

Torniamo a Torino, immobilizzata dal salone dell’automobile e dal derby Juventus-Torino: al congresso antimilitarista altri trenta compagni si sono aggiunti al digiuno.

7 novembre

Fanfani ci riceve alle 10, presente il segretario generale Bezzi. E’ di una sorridente, distesa, e distante correttezza. Noi siamo un po’ incazzati. Proprio quella mattina i giornali riportano una dichiarazione attribuita al presidente della commissione Difesa senatore Garavelli: il lavoro della Commissione, se tutto va bene, terminerà forse a Natale! Ci si tranquillizza. Deve trattarsi d’un errore; dei giornalisti naturalmente. Fanfani, alla fine (il colloquio dura una ventina di minuti), ci assicura di ritenere che invece il presidente Garavelli vorrà e potrà terminare in tempo per consentirgli di portare il progetto in aula entro il 30, e sarà in tal caso problema di una giornata, di una seduta. E tutto sarà inviato in fretta alla Camera.

C’è da digiunare ancora un giorno. E’ evidente che dobbiamo essere ricevuti anche dal senatore Garavelli, per essere in coscienza sicuri di aver raggiunto i nostri obiettivi.

Alle 12 siamo di nuovo ricevuti dal presidente Pertini. A quanto pare deve aver già preso contatto con i presidenti dei gruppi, con il governo, con i ministri interessati. Quel che ci aveva detto di sperare, ora può infatti assicurarci d’esserne sicuro. Me ne vado a casa. E’ tardi. Dopo 37 giorni mi cucino un bel brodo di dadi con burro e parmigiano. Basta che a digiunare resti Alberto fino a domani. Poi glielo spiego.

8 novembre

Il senatore Garavelli è deciso a rispettare l’autonomia della Commissione. Dal 16 novembre. se i commissari avranno molte cose da dirsi, avranno a loro disposizione tutto il tempo che vogliono. Quindi, dice Garavelli che, da buon socialdemocratico, ricorda che Calosso ed altri suoi compagni di partito sono sempre stati promotori di progetti di legge sull’obiezione, “riunirò la Commissione mattina e sera, sabato compreso, fino al voto”.

Dunque, ce l’abbiamo fatta. Perché anche per Valpreda, abbiamo una “forchetta” di soluzioni: o libero per decreto governativo entro il 1· novembre o per legge entro il 15 dicembre.

Uscendo comunico ad Alberto che, io, il digiuno l’ho già rotto e gli faccio i miei complimenti.

Ora c’è da muoversi perché la legge che verrà approvata non sia, come quella votata l’anno scorso, proprio dal Senato, una legge che riconosce il reato e non il diritto all’obiezione di coscienza. Per giovedì 16 novembre sarà necessario che tutti sappiano che se il principio di una commissione inquisitoria e dell’assoggettamento del servizio civile al ministro della Difesa verrà mantenuto (malgrado delibere contrarie del Consiglio d’Europa), la legge comporterà per gli obiettori non un ipotetico servizio civile alternativo ma da due a quattro anni di prigione militare.


NOTE

(1) Roberto Cicciomessere, già segretario del Pr, obiettore di coscienza.

(2) Angiolo Bandinelli, segretario del Pr.

(3) Gianfranco Spadaccia, già segretario del Pr.

(4) Aloisio Rendi, professore universitario, militante radicale.

(5) Ennio Boglino, medico, militante radicale.

(6) Graziana Del Pierre, dottoressa, militante radicale.

(7) Pietro Valpreda

(8) Alberto Gardin, militante radicale di Padova.

(9) Maria Bambara, militante radicale di Padova.

(10) Carlo Orti, militante radicale di Padova.

(11) Gastone Nestorini, comandante del carcere di Peschiera del Garda.

(12) Umberto Terracini, senatore, presidente del gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente.

(13) Gaetano Mancini, senatore del PSI-PSDI unificati.

(14) Emilio Argiroffi, senatore comunista.

(15) Amintore Fanfani, Presidente del Senato, aveva appena ricevuto da Mosca il Premio Lenin per l’ecologia.

(16) Mario Lizzero, deputato comunista.

(17) Luigi Anderlini, senatore della Sinistra Indipendente.

(18) Ruggero Orlando, giornalista RAI e deputato socialista.

(19) Gianfranco Truddaiu, obiettore sardo di fede valdese.

(20) Angelino Giovanni, soldato condannato dal tribunale militare per aver fatto il verso della zanzara ad un superiore.

(21) Valerio Minnella, obiettore di coscienza bolognese.

(22) Giorgio Bogi, deputato repubblicano.

(23) Paolo Cabras, deputato democristiano.

(24) Carlo Fracanzani, deputato democristiano.

(25) Movimento Italiano per la Riconciliazione, guidato da Edy Vaccaro.

(26) Carlo Orti, militante radicale di Padova.

(27) Maria Bambara, militante radicale di Padova.

(28) Alberto Gardin, militante radicale di Padova.

(29) Roberto Cicciomessere, già segretario del Pr, obiettore di coscienza

(30) Alberto Gardin, militante radicale di Padova.

(31) Alberto Ronchey, direttore del quotidiano torinese “La Stampa”.

(32) Sandro Canestrini, avvocato di Rovereto (Trento). Ha validamente difeso molti antimilitaristi e obiettori di coscienza.


Originale in: http://old.radicali.it/search_view.php?id=54733

Una replica a “Quel digiuno che riconobbe l’obiezione di coscienza | Marco Pannella”

  1. In effetti Pannella con i suoi digiuni( per bob parlare del suo ego ) ha contribuito a vincere alcune battaglie di diritti civili, ma quanto a coerenza da nonviolento che dire quando si è vestito da usta-scia durante la guerra nella ex Yugoslavia e la sua amicizia incondizionata con Israele e ancora l'appoggio a qualsiasi intervento armato americano 'per portare la democrazia '?

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