Ricchi da morire | Vincenzo D’Elia


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Cosa significa Akuna matata? chiede ad un certo punto John. Qualcuno risponde “senza pensieri”, altri invece rispondono più correttamente “nessun problema, senza problemi”. La prima è la versione disneyana, la seconda è la traduzione dallo swahili, lingua parlata da circa 80 milioni di persone. John spiega che noi europei, noi occidentali, abbiamo depredati gli africani anche delle loro parole. “Nessun problema” rimanda alla speranza, alla speranza di soluzione di un problema, perché i problemi ci sono e sono tanti e grandi e non bisogna nasconderli, ma John Mpaliza è un uomo di speranza. Cittadino italiano di Reggio Emilia, di origini congolesi è stato il mese scorso a Torino per una settimana ospite del CISV, con il supporto del Centro Studi Sereno Regis.

Ha incontrato ragazzi nelle scuole a Pinerolo, Ciriè e Torino, è stato ospite della puntata di Ambiente Italia di sabato 16 aprile e del Centro piemontese di Studi Africani, della Luna’storta un bel locale-libreria in San Salvario.

La domenica sera 17 aprile, ha chiuso i suoi giorni torinesi con un incontro a Cascina Roccafranca.

John è un camminatore, ha deciso di mettere il proprio corpo a disposizione di chi voglia ascoltare la sua storia e la storia del suo paese. E’ passato, la prima volta, da Torino nel 2012 durante la sua seconda marcia: Reggio Emilia – Bruxelles. La marcia aveva l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni europee sulla situazione del suo paese, soprattutto nel nord est, martoriato da anni di guerra civile per il controllo delle ricchissime miniere di coltan e di altri materiali preziosi.

John ha parlato di sè, della sua fuga dal Congo nel 1996 in seguito alla durissima repressione del dittatore Mobutu succeduto a Lumumba, unico presidente eletto del suo paese. Il nome del suo paese è Repubblica democratica del Congo. Ci fa riflettere sull’uso e abuso della parola democrazia, in RdC non c’è democrazia. Ci ha parlato della difficoltà di arrivare in Italia e sul come stabilirvisi, dei vari lavori che ha svolto prima di laurearsi e poter svolgere una mansione che riconoscesse le sue competenze. Andiamo, tutti noi, alle immagini e ai volti dei migranti di oggi, alle difficoltà, alle ragioni che spingono le persone a muoversi, ai confini, alle frontiere chiuse.

Ci ha parlato del coltan e di altri minerali, di quanto il suo paese ne sia ricco ma di come questa ricchezza sia anche maledizione: sulla pelle dei congolesi le multinazionali giocano alla guerra per accaparrarsi lo sfruttamento delle miniere devastando il territorio e le persone che lo abitano.

Ne abbiamo avuto testimonianza visiva al Centro piemontese di Studi Africani dove il fotoreporter Stefano Strangers ci ha mostrato parte del suo lavoro fatto nelle miniere del nord kivu, i buchi del terreno, i volti dei minatori, le condizioni disumane in cui lavorano per un nulla, le donne che hanno perso i loro uomini. John ci ha raccontato degli abusi e delle violenze sulle donne come armi di distruzione di massa. Sono emersi ricordi della sua famiglia, dei morti, di tanti amici scomparsi.

Protagonista la tecnologia, da cui in ultima analisi, sembriamo dipendere tutti soprattutto nel benestante occidente, e le cui materie prime provengono in gran parte dall’Africa. Il coltan ha fatto fare il salto di qualità a dispositivi che quotidianamente utilizziamo riducendone le dimensioni ed aumentandone la velocità di risposta. Jhon ci ha fatto riflettere sull’uso, sul riuso e sul riciclo e di come con leggerezza, si metta nelle mani di un bambino un oggetto che vale quanto uno stipendio. Sono cose che vediamo tutti i giorni e che sappiamo, ma con il suo racconto tutto assume una dimensione diversa, perchè John ci fa vedere l’Africa, ce la fa sentire, anche con le canzoni che conosciamo ma che cantate da lui sembrano diverse, più vere.

Ci emoziona, torna anche lui in Africa con il pensiero e i ricordi, e non sempre riesce a contenere la tristezza del paradiso perduto, perché spiega: l’Africa e il Congo erano un paradiso.

Emerge la nostra complicità quando non badiamo a come e dove sono costruiti gli oggetti che utilizziamo. Sarebbe importante una legge sulla tracciabilità dei minerali perché forse, potrebbe garantire condizioni più dignitose ai minatori.

Il coltan c’è anche in altri paesi ma grazie alla collusione del governo della RdC conviene alle multinazionali estrarlo in quel paese, eludendo controlli e spendendo decisamente meno.

Massimi profitti come sempre, tutto torna, si completa e trova ragione nel profitto. Noi schiavi del consumismo e gli africani schiavi del nostro cosiddetto benessere.

“Quando due elefanti combattono è l’erba a farne le spese”, il proverbio africano racconta John, esprime bene il concetto, l’erba è l’Africa, il suo paese, ma è anche parte del nostro mondo.

In Africa la vita è nata e dovremmo per questo, provare un senso di gratitudine.

E allora, arrivederci alla prossima marcia che inizierà probabilmente, verso la fine dell’anno; partirà da Reggio Emilia per arrivare a Roma e in seguito, dal Sudafrica verso il Congo.

Un cammino lungo e difficile che durerà circa un anno; lungo e difficile come il percorso da compiere per raggiungere livelli accettabili di pace e giustizia, per l’Africa tutta.

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