La vittoria ottenuta nella Corte di Giustizia dà energia alla lunga lotta contro l’Esposizione delle Armi di Londra | Javier Gárate


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Dopo un dibattimento durato una settimana e terminato il 15 aprile 2016, un giudice della Corte di Stratford a Londra ha deciso che né io né gli altri sette imputati siamo colpevoli per le azioni compiute nel settembre scorso allo scopo di far chiudere l’esposizione internazione di armi organizzata dalla Defence Security and Equipment (DSEI), perché stavamo prevenendo un crimine di portata maggiore. Si tratta di una grande vittoria in questa lunga lotta che è stata intrapresa per far chiudere i battenti a una delle più grandi esposizioni di armi che ci siano al mondo, e che sono organizzate a Londra ogni due anni.

L’ultima è stata organizzata nel settembre 2015, e ha registrato la partecipazione di più di 1.500 espositori, che illustravano i più recenti ritrovati tecnologici dell’industria della guerra.

Allo DSEI si partecipa solo su invito, che viene indirizzato ai governi, ai rappresentanti dell’industria, alla stampa specializzata. Delegazioni di governi che hanno instaurato regimi repressivi e paesi che violano i diritti umani – come l’Arabia Sudita, la Turchia e Israele – passeggiano per i corridoi esaminando le ultime novità in fatto di armi. Questo evento non è solo un’esposizione, ma un’occasione per fare nuovi acquisti.

La mia prima azione contro il DSEI risale al 2005, dopo che mi ero trasferito dal Cile a Londra.

Quell’anno mi ero unito al movimento “Critical Mass”, che percorreva in bici le strade di Londra con altoparlanti e striscioni colorati di protesta contro la fiera delle armi.

Ci recammo verso l’ Excel Centre — dove si teneva l’esposizione – e per la prima volta nella mia vita vidi tante persone sdraiate a terra che si stavano incatenando tra loro per rendere più difficile alla polizia l’impresa di portarle via da lì. Rimasi impressionato dalla quantità di persone che protestavano, ma alcuni amici mi informarono che stavolta le presenze erano inferiori al 2003, quando c’era stata una forte azione repressiva da parte della polizia.

In Cile avevo fatto parte di un piccolo gruppo che protestava contro un’esibizione aerospaziale chiamata

FIDAE. Scuole e famiglie partecipavano all’evento come occasione per passare una bella giornata all’aperto; a Londra invece l’esposizione era chiusa al pubblico, e tenuta segreta.

Continuai a partecipare alle successive manifestazioni di Critical Mass contro il DSEI negli anni successivi, e a scrivere articoli su questo evento. Le proteste erano sempre più deboli, con sempre meno partecipanti. Nel 2009 osservai in un mio articolo quanto fosse difficile mobilitare la gente per eventi che sembrano ripetersi senza portare a una svolta: bisognava accettare che ci fossero cicli di alti e bassi. In effetti avvenne proprio così: nel 2011 si formò una nuova coalizione tra varie organizzazioni, e le azioni furono di nuovo più incisive e partecipate.

Usando una combinazione di azioni dirette, marce e incontri per aumentare la consapevolezza del pubblico speravamo di richiamare l’attenzione sul ruolo dell’esposizione nella macchina da guerra e sulle responsabilità di varie istituzioni – musei e luoghi pubblici che ospitavano gli espositori e gli invitati.

Nel 2013 si introdusse un importante cambiamento di strategia. Una giornata intera di azione fu organizzata il sabato precedente all’apertura dell’esposizione, con gli attivisti che impedirono l’ingresso per molte ore, rendendo impossibile lo scarico del materiale. Interferire con l’allestimento: questa fu la strategia adottata per il 2015: prima fu bloccato un carro armato israeliano che doveva essere esposto nelle sale. Nei giorni successivi vari gruppi si diedero il cambio per esprimere la loro protesta contro varie attività legate al commercio delle armi, ciascuno con azioni auto-organizzate.

Collegare il tena del commercio di armi con altri temi scottanti – la questione palestinese, il cambiamento climatico, i rifugiati – ha permesso di coinvolgere molte persone e gruppi, e di stabilire collegamenti e collaborazioni. Diventò evidente che il commercio di armi è solo un aspetto di un problema molto più vasto di giustizia sociale.

All’inizio del 2015 fui invitato da un gruppo belga, Peace Action, che guida la campagna “ I Stop the Arms Trade”, che si oppone al sostegno dato dall’Unione Europea all’industria delle armi. Dopo vari incontri decidemmo di eseguire un’azione: tre di noi avrebbero formato un blocco usando i tubi per le braccia1, e altri due avrebbero curato i rapporti con i media.

Decidemmo la data, il 12 settembre: al mattino vari gruppi presero la parola, e la folla aumentò. Nel pomeriggio la polizia iniziò a far sgombrare la gente, e in quel momento noi tre ci sdraiammo a terra, legandoci saldamente tra noi usando i tubi per le braccia. Nelle ore in cui restammo così si avvicendarono vari attivisti che raccontarono le loro esperienze (torture, incarcerazioni) in vari paesi.

Fin dall’inzio la polizia ci avvertì che, se non ci fossino ‘sbloccati’ da soli, ci avrebbero arrestati. E dopo parecchie ore fecero sgomberare la strada e ci arrestarono, accusandoci di volontaria ostruzione della strada.

Anche se avremmo potuto in ogni momento terminare il blocco ed evitare l’arresto, sul momento non ci pensammo: eravamo concentrati sull’azione. Dopo l’arresto fummo trattenuti solo un paio d’ore, con l’obbligo di presentarci un mese dopo davanti alla corte.

L a nostra comparsa davanti alla corte era un momento cruciale. Potevamo dichiararci colpevoli e pagare una multa, oppure dichiararci innocenti e affrontare un processo. Ero molto incerto: non ero nelle condizioni di affrontare un lungo processo, e le speranze di vincere la causa erano minime. Nello stesso tempo volevo cogliere l’opportunità di capire come usare questa circostanza per la campagna: i miei compagni erano d’accordo a dichiararsi non colpevoli, quindi prendemmo collettivamente la decisione di affrontare il processo con l’obiettivo di mettere sotto processo il commercio di armi.

[…]

L’autore illustra poi le testimonianze che alcune persone hanno prtato al processo: testimonanze di violenze subite direttamente o collettivamente, in cui erano state usate armi acquistate dal Bahrain e dalla Turchia proprio in Gran Bretagna.

Altri testimoni a nostra difesa espressero la loro preoccupazione per le vendite di armi a paesi come l’Arabia Saudita, il Pakistan e Israele. Un altro difensore sottolineò il fatto che durante le precedenti esposizioni di armi erano state commesse delle illegalità, di cui vi era evidenza in relazioni parlamentari e in documenti di Amnesty International.

Infine è il turno dell’autore di testimoniare. Ed egli evidenzia il fatto di essere nato sotto la dittatura di Pinochet: “Ho vissuto sotto la dittatura per quasi 10 anni. Ricordo un generale senso di paura verso la polizia e i militari”. Il padre di un mio compagno di scuola è stato ucciso dalla polizia segreta quando avevo 6 anni”. L’autore racconta anche alla Corte che per anni ha partecipato alle proteste contro la fiuera delle armi, allo scopo non solo di contrastare il commercio illegale di armi, ma anche di fermare la macchina della guerra.

Altri testimoni presero la parola dopo gli accusati. Tra di essi anche Oliver Sprague di Amnesty International, che documentò non solo la vendita illegale di armi, ma anche l’uso illegale di armi ‘legali’ – per esempio nel conflitto in atto nello Yemen. In questo paese almeno 3000 persone sono state uccise, due milioni e mezzo sono state sfollate, e circa l’82% della popolazione ha attualmente bisogno di sostegno umanitario. Questo testimone fece osservare che le delegazioni ufficiali di Arabia Suadita, Egitto, Kuwait, Bahrain, Marocco e Giordania erano state invitate ufficialmente dal governo inglese a partecipare alla esposizione di armi, e che l’Arabia Saudita è il maggiore acquirente di armi inglesi.

Un momento cruciale del dibattito fu quando la difesa chiese a Oliver Sprague che reazione avevano avuto i parlamentari inglesi ai quali aveva documentato i crimini commessi grazie alla fiera delle armi. La sua risposta fu “nessuna reazione”. In questo modo rese più giustificabile la nostra azione diretta, interpretabile come necessaria di fronte all’inerzia istituzionale.

Dopo una settimana di testimonianze fu la volta del giudice di esprimersi. “La tesi degli imputati, che armi siano state vendute illegalmente in occasione del DSEI è stata documentata in modo molto dettagliato. Sono rimasto colpito dalle loro testimonianze, che illustrano come essi siano giunti alla conclusione che l’azione diretta fosse l’unico mezzo efficace per impedire che nel DSEI avvenissero luogo di nuovo simili attività illegali”.

Secondo Andrew Feinstein, esperto di commercio di armi e già membro del Parlamento Sud Africano, la decisione del giudice “ha rappresentato un momento magnifico, in cui la ricerca, l’attivismo e la legge si sono messe insieme per esprimere una decisione cruciale, che ci permetterà di cambiare la natura del commercio mondiale di armi”

Il giorno dopo la sentenza è stato pubblicato un appello alla gente perché partecipi alle azioni in vista per il 2017, e già 500 persone hanno risposto positivamente, ispirate dal giudizio della Corte.

Tra gli attivisti c’è la convinzione che la prossima volta, se avremo con noi abbastanza gente disposta a impegnarsi con il proprio corpo, e se combineremo questa forma di protesta con altre manifestazioni, ce la faremo a far chiudere finalmente questa fiera delle armi.

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Javier Gárate is a attivista e organizzatore cileno, E’ membro fondatore di una organizzazione cilena – Ni Casco Ni Uniforme – che si oppone al militarismo attraverso l’azione nonviolenta. Javier è stato il coordinatore del Programma di Nonviolenza della War Resisters’ International (WRI) a Londra.


1 E’ una tecnica che permette a più persone di rimanere saldamente unite tra loro: ciascuno indossa dei tubi sulle braccia, nascondendo alla vista le mani che – all’interno dei tubi – tengono allacciate le persone.


Court Victory Gives Momentum to Long Struggle against London Arms Fair
Javier Gárate – Waging Nonviolence
Published on 2 May 2016 at https://www.transcend.org/tms/?p=72762
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raduzione e sintesi di Elena Camino per il Centro Studi Sereno Regis

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