«La cultura ci salva dagli integralisti. Favorisce l’apertura alla diversità» | Laura Grimaldi intervista Abderrahman Tenkoul


Candele, fiori emessaggi nel memoriale spontaneo allestito alla Bourse, nel centro di Bruxelles
Candele, fiori e messaggi nel memoriale spontaneo allestito alla Bourse, nel centro di Bruxelles

Il docente dell’Università marocchina di Kenitra: sbrigativo puntare il dito sulla religione L’instabilità ha cause profonde»

Al di qua e al di là del Mediterraneo. L’Europa da una parte, i Paesi arabi sull’altra sponda. Culture diverse, distanti anche. Eppure esiste una via per un possibile dialogo tra le civiltà. Un percorso che passa attraverso la letteratura e l’arte, solidi baluardi contro nazionalismi e integralismiche minacciano la pace. Un cammino per ripensare il Mediterraneo oltre le barriere politiche e religiose.

Ne è convinto Abderrahman Tenkoul, prima rettore e oggi docente di Estetica della recezione e di Teoria dei generi, nei corsi di specializzazione dell’Università Ibn Tofaïl, a Kénitra, città del Marocco affacciata sull’oceano Atlantico. Il professore Tenkoul è intervenuto a Palermo nelle due giornate internazionali di studi «Al di là del mare» organizzate dall’Accademia di Belle arti, da anni impegnata nella cooperazione mediterranea, nella promozione della diversità culturale e del dialogo interculturale con il mondo arabo attraverso l’arte. Non è la prima volta che la Sicilia si fa interprete di questa sfida. Anima dell’iniziativa e responsabile scientifica stata Maria Antonietta Malleo, docente di Storia dell’arte contemporanea e rappresentante dell’«International Fellowship of Reconciliation» all’Unesco.

Professore Tenkoul, la letteratura e le arti che importanza hanno contro discriminazioni e integralismo religioso?

«La cultura è spesso definita come qualcosa che resta anche quando si è dimenticato tutto. Penso che sia lo stesso per l’arte e la letteratura. Sono queste le componenti fondamentali in tutte le società. Poiché è attraverso l’arte e la letteratura che l’uomo forgia i suoi valori – tolleranza, stima di sé, riconoscimento dell’altro, cooperazione – che danno un senso alla vita e allo stesso tempo costituiscono patrimonio e memoria condivisi, oltre che i ponti necessari alla comunicazione tra i popoli e le rispettive diverse generazioni. Il loro ruolo, nutrito da questi valori, è quello di mettere giustamente l’umanità al riparo da tutte le derive malvagie e criminali. Tuttavia, bisogna ammettere l’esistenza in tutte le forme di cultura di epifenomeni che sfuggono ad ogni azione. Contrariamente all’ideale universalista,unaminoranza resta piuttosto chiusa tra mura ideologiche chiamate ”nazionalismo”, ”integralismo” o ”salassimo”. Queste persone non credono che alla loro verità. Ma qualsiasi cosa facciano, sono condannati alla sconfitta. Guardate un po’ tra quelli che li seguono: non soltanto sono una minoranza, ma si renderanno presto conto che declineranno molto rapidamente verso la disperazione e il fatalismo. Dunque, tutto il contrario di ciò che ci insegnano la cultura, l’arte e la letteratura che sono veri baluardi contro nazionalismi e integralismi, poiché diffondono la gioia di vivere e permettono il solido perpetuarsi, attraverso la storia, dei legami della civiltà contro la barbarie».

In che modo la cultura può aiutare?

«Dappertutto, in effetti, la cultura ci può aiutare contro la minaccia integralista, xenofoba e dogmatica. Apre la nostra coscienza verso la diversità feconda che fa la ricchezza del mondo. Ci insegna il senso della relatività delle cose. Ci accompagna nella conoscenza attraverso il dubbio metodico e la domanda critica. La cultura sta quindi all’opposto delle ideologie riduttive: quelle che predicano la verità unica e giustificano il ricorso alla forza per imporla agli altri. Non dimentichiamo che la cultura si apprende indipendentemente dalle aree geografiche, dappertutto, liberamente e non soltanto in classe. Perché favorisce l’apertura e il ragionamento. Al contrario della barbarie che è inculcata con la forza militare in luoghi occulti e oscuri».

In Marocco lei è docente all’Università Ibn Tofaïl di Kénitra, dove è stato anche rettore. È stato anche preside della facoltà di Lettere a Fez. Che ruolo ha oggi l’Università nella cultura dell’integrazione?

«L’Università è uno dei luoghi privilegiati incui si conoscono i pregi della cultura, quelli che si materializzano nei diversi modelli dell’etica e dell’estetica. La missione che compie a questo livello è tanto più credibile poiché non rifiuta nessuna forma di pensiero. Ma allo stesso tempo insegna il ”gaio sapere”, ci dà per esempio le armi della contestazione e ci invita a farne un uso illuminato, ragionato e argomentato. È l’istituzione che lavora anche per preparare l’inserimento dei giovani nella società. Poi, tocca ai politici costruire le strategie di sviluppo economicochesiano in grado di produrre le risorse necessarie alla coesione sociale. Ora in molti Paesi, sfortunatamente, si riscontra una mancanza di visione efficace in questo senso, oltre ad una evidente disattenzione dei bisogni dell’Università. Allora come potrebbe compiere la sua missione e permettere alla società di cogliere le sfide del nostro tempo? Non c’è da stupirsi nel rilevare che lì dove si insedia l’incultura, tende a espandersi il dogmatismo in nome di tutte le forme di ideologia ivi compresa quella religiosa».

Che ruolo ha la religione nella difficile situazione di oggi nei Paesi arabi e in Europa?

«Certo, quando si assiste alla crescita della fiamma della violenza che lacera diverse regioni del mondo, che spesso rivendica in nome di questo o quell’estremismo religioso, saremmo tentati di dire che se il mondo va male è a causa della religione. Ma ritengo sia sbrigativo e riduttivo. Alcuni pensatori occidentali tra i più moderni, quali il filosofo francese Jaques Derrida e l’italiano Gianni Vattimo, hanno dimostrato che la religione non è in sé nociva né pericolosa. È la sua strumentalizzazione che può dar luogo ad atti distruttivi. La questione oggi è sapere come potervi far fronte? La scelta della sicurezza s’impone quando la strumentalizzazione tende ad incrementare il terrorismo. Resta comunque insufficiente. E quando si privilegia eccessivamente l’opzione sicurezza, si rischia di indebolire maggiormente la società e di incoraggiare il terrorismo. È necessario concentrarsi sulle cause profonde che stanno dietro l’instabilità che sta vivendo il mondo d’oggi. Sono conosciute e abbondantemente analizzate: la disoccupazione giovanile, la povertà, la droga, le ineguaglianze sociali, la criminalità… Ciò che sorprende è che questi flagelli, sino a poco tempo fa caratteristici dei Paesi sottosviluppati, cominciano ad avere proporzioni inquietanti nei Paesi sviluppati. Si aggiunge a questo la mancanza di possibili progetti d’inserimento in questi Paesi di popoli stranieri da accogliere nei loro territori».

Ritiene che ci siano soluzioni?

«Ce ne sono. Ma è necessario che i Paesi del Nord e del Sud accettino di cooperare su nuove basi, guardando il futuro in modo diverso dal prisma dei loro propri interessi. È altrettanto importante che le grandi potenze individuino altri mezzi,più sottilie più adatti governare il mondo. L’uso della forza per imporre la democrazia, come è stato in certi Paesi arabi, non ha fatto sino ad oggi che far sprofondare alcune società nel caos e aprire la via all’espansione del fondamentalismo».


Fonte: Giornale di Sicilia, Domenica 27 Marzo 2016

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