Ricordando Pietro Pinna. Le lettere a Capitini (prima parte) | a cura di Marco Labbate


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La coscienza nell’obiezione

Ricordare Pietro Pinna, scomparso lo scorso 13 aprile, significa attraversare i momenti più significativi della storia della nonviolenza italiana: pur non essendo il primo obiettore di coscienza, fu il suo rifiuto del servizio militare nel 1949 a dare all’obiezione di coscienza, per la prima volta, una dimensione pubblica. In seguito, negli anni Sessanta, egli avviò la costruzione del Movimento Nonviolento per la Pace, fornendo all’impulso intellettuale di Aldo Capitini una concreta forma organizzativa.

Il legame che si instaurò tra Pinna e Capitini appare come una delle relazioni più feconde per l’elaborazione della teoria e delle tecniche nonviolente in Italia. Attraverso alcuni stralci delle lettere che Pinna scrisse a Capitini, oggi conservate nel Fondo Capitini presso l’Archivio di Stato di Perugia, saranno ripercorse, in tre puntate, la maturazione interiore verso l’obiezione di coscienza, i mesi di carcere e infine la libertà che seguì la scarcerazione. Oltre alle lettere scritte da Pinna è superstite anche una minuta di lettera dello stesso Capitini.

Questa prima puntata sarà dedicata al percorso interiore. La decisione di rifiutare il servizio militare appare sotto una luce più intima. Tuttavia proprio nella confessione delle proprie meditazioni ad uno sconosciuto nel quale ripone la propria fiducia risaltano, in controluce, la fibra morale e l’altezza spirituale del giovane Pietro Pinna. Al tempo stesso il distacco iniziale di Capitini, allora già impegnato nella diffusione del pensiero nonviolento attraverso l’Associazione dei Resistenti alla Guerra, ne evidenzia la cifra di educatore: egli si trattenne infatti dall’incoraggiare quel ragazzo che gli scriveva, nonostante la consapevolezza dell’effetto dirompente che il suo gesto avrebbe avuto; preferì attendere che giungesse in piena autonomia a una scelta definitiva che avrebbe avuto costi imponenti nella sua vita. Solo quando la decisione fu presa, mise tutte le proprie energie a disposizione del giovane obiettore.

Prima del loro rapporto epistolare, Capitini e Pinna si erano incontrati in un’unica occasione, fugacemente, durante il Convegno del Movimento di Religione tenutosi a Ferrara. A fare da ponte tra loro era stato il giovane Silvano Balboni, concittadino di Pinna e stretto collaboratore di Capitini, deceduto prematuramente poco prima che il giovane formulasse la propria obiezione di coscienza. Pinna rivendicò in diverse occasioni l’influenza che ebbe nella sua decisione la notizia dell’improvvisa scomparsa di Balboni. Nelle parole di Pinna appare tuttavia già evidente l’influenza che il pensiero di Capitini, appreso probabilmente da alcune letture delle sue opere, aveva agito su di lui.

Lecce, 3 dicembre 1948

Egregio sig. Capitini, sono persona a lei sconosciuta. Mi chiamo Pietro Pinna e nacqui in Liguria vent’anni fa, ma sin dalla mia infanzia ho vissuto a Ferrara. Attualmente mi trovo alla Scuola Allievi Ufficiali Complemento di Lecce, chiamatovi di leva dal settembre dell’anno in corso.

Ebbi la fortuna di conoscerla a Ferrara nella scorsa primavera, durante il Convegno di Religione ivi tenutosi.

Conoscevo pure, per aver seguito alcune conferenze del C.O.S., il sig. Silvano Balboni ed ebbi pure modo di avvicinarlo alcune volte, e di apprezzarlo. La notizia della sua morte, recatami due settimane or sono, mi ha fatto una grande impressione.

È nel suo nome che mi permetto di scriverle chiedendole un consiglio, di importanza somma per me.

Sarebbe maggior desiderio mio attuale di disertare la vita militare per obbiezione di coscienza. Le sarei veramente grato se volesse dirmi qualche cosa in merito, specie per quanto riguarda le punizioni a cui verrei incontro, sia ora sia in caso di guerra. Comprendo benissimo che nessuna indecisione dovrebbe trattenermi, di fronte alla convinzione della santità dell’idea. Saranno considerazioni egoistiche quelle che mi spingono a scriverle (il pensiero di mia madre, forse, verso cui sono debitore di tante cose), ma mi pare che ciò che più mi attendo da Lei sia il conforto della Sua parola. Sarebbe una cosa bellissima se potesse farmi ricevere la sua risposta entro il venti del mese, perché dopo tale data andrò in licenza per le feste natalizie dal 21 dicembre al 2 gennaio e, come può immaginare, mi sarebbe utilissimo per regolare in proposito il mio comportamento durante detta licenza. (…)

Sono certo che lei attraverso queste mie brevi righe, sentirà intera la sincerità e tutta la passione mia, e non mancherà di aiutarmi.

Pregandola di gradire questi ossequi

Suo Pietro Pinna

*****

Ferrara, 30 dicembre 1948

Ricevo con piacere la tua lettera del 28 da Perugia. Questi sono i miei dati.

Pietro Pinna di Pietro, nato a Finalborgo (Savona) il 4 gennaio 1927, residente a Ferrara da circa quindici anni in via Beatrice d’Este. I miei genitori sono sardi. Mio padre pensionato delle Carceri Giudiziarie. Sono il penultimo di quattro fratelli. Il primogenito sposato; gli altri due, mia sorella di ventitré anni ed un maschio di venti vivono in famiglia. Ho il diploma di ragioniere, conseguito non frequentando regolarmente l’istituto, ma attraverso esami esterni. Al momento della chiamata alle armi, mi trovavo occupato presso la locale Cassa di Risparmio.

Penso siano questi i dati a cui lei si riferisce.

In quanto alle ragioni eccole:

Fin da fanciullo la mia anima era aperta alla comprensione infinita di tutti gli esseri viventi (piante e formiche). Il rispetto infinito si concretizzava essenzialmente in due modi: non violenza, non menzogna. È così che oggi non posso dare il mio appoggio alla istituzione militare, le cui manifestazioni sono in contrasto con la mia ragione di vita.

Reputo inutili, portar ragioni storiche, ideali, di fede, perché tra l’altro si rivelerebbero poco chiare.

So solo per certo che anche la mia ragione viene in suffragio al sentire della mia coscienza, e così mi sento in pace e convinto.

La guerra è male. Per me non esistono mali minori. Il male è uno, e come tale deve venir combattuto e debellato, senza mezzi termini e a qualsiasi prezzo.

Debbo dirle sig. Capitini, che il Colonnello Comandante della scuola tiene un colloquio personale e riservato con ciascun allievo. Alla vigilia della mia partenza da Lecce, io pure ebbi un colloquio di una decina di minuti con tale persona e gli dissi della mia decisione. È un uomo buono, e vuol essere come un padre per gli allievi. Cercando di mostrarsi comprensivo, mi disse che se era per una questione umanitaria si sarebbe interessato lui direttamente a farmi trasferire in un reparto di sanità. Dopo di che reputai inutile insistere nella discussione. Vede perciò sig. Capitini, che ogni cosa è decisa. Ho capito perfettamente il suo scrupolo nel rispondermi, pensando che io le chiedessi un consiglio sulla convenienza o meno di venire a quella mia determinazione. Chiedo scusa se allora mi espressi male; e voglia credermi in buona fede quando le dico che allorché scrissi la mia prima lettera la decisione era ormai matura in me; si trattava soltanto di dar tempo di morire a quella parte di materialità che restava ancora allacciata alla decisione presa. (…) La ringrazio e nel porgerle sentiti saluti la prego di gradire un vivo augurio per il nuovo anno.

Pietro Pinna

*****

Lecce, 17 gennaio 1949

Egregio sig. Capitini,

Visto il suo interessamento mi permette ancora una volta di scriverle per comunicarle che, dopo un secondo colloquio avuto col colonnello comandante della scuola ho presentato una petizione scritta per la decisione. Tale petizione penso sia stata inviata al Ministero, col parere del colonnello comandante.

Se crede, continuerò a tenerla informata delle eventuali novità. (…)

Salutandola con stima

Pietro Pinna

*****

Casale Monferrato, 8 febbraio 1949

Egregio Sig. Capitini,

Le ho scritto della mia nota al Ministero. Questi, con suo dispaccio del 22 gennaio, mi escludeva dal Corso Allievi Ufficiali di Lecce, e veniva inviato a casa, in attesa di ulteriori disposizioni. Con successivo dispaccio il Ministero dava ordine al distretto di Ferrara di assegnarmi ad un qualche reparto per espletare i miei obblighi di leva.

La mia prima decisione fu quella di non rispondere a questa successiva chiamata, ma poi il colonnello comandante del Distretto di Ferrara mi consigliò di aspettare a compiere tale passo estremo, mi disse di presentarmi normalmente al corpo assegnatomi, e là scrivere nuovamente al Ministero chiarendo meglio il mio caso. (…)

Il giorno 6 febbraio mi sono così presentato a questo 1° C.A.R. di Casale Monferrato. È avvenuto che qui non hanno voluto dar ascolto alle mie chiacchiere, anche perché già alcuni mesi fa un altro ragazzo, appartenente ad una certa associazione dei figli di Jehova mi sembra diede loro non pochi grattacapi sempre per la questione di non voler fare il militare alla fine però riuscirono a convincerlo ed egli si rassegnò e sottomise.

Visto così non mi è restato altro che farmi vestire in tutta fretta e, un minuto dopo, esser messo in prigione per rifiuto di obbedienza.

Da ieri mi trovo perciò dentro in attesa finalmente di una decisione definitiva, e dalla prigione sto in questo momento scrivendo.

Se avrà qualcosa da dirmi e se riterrà opportuno il farlo, sarò ben felice di ricevere un suo scritto.

Gradisca nel frattempo distinti saluti.

Pietro Pinna

***

Pisa, 13 febbraio 1949

Carissimo Pinna,

ho avuto le tue lettere e rispondo assicurando che di ciò che le accade ho informato molti, anche un parlamentare1. Lei ha capito che non ho voluto influire nella Sua decisione sapendo bene i dolori che Le verranno per la Sua idea, che è anche quella di Silvano Balboni e mia. Poteva essere comodo, dallo stato in cui ora mi trovo, immune a tale obbligo (al quale contrasterei con la stessa fermezza che Lei dimostra), esortare ad incontrare le punizioni che una legge incivile assegna. Mi scriva, Le riscriverò a giro di posta. In questi giorni in Italia e all’Estero sarà noto il Suo caso (che non è il solo), e il suo attuale sacrificio sarà utile a tanti altri, come guida ad una società migliore e servirà come elemento prezioso a tutti quelli che operano per una legge che riconosca l’obbiezione di coscienza; la quale, senza dei generosi che pongono con la loro azione di rifiuto il problema non arriverebbe in porto. Questo scriva a Sua madre, del lavoro per questa legge. Ma le faccia anche capire la Sua fermezza nell’idea: le madri capiscono.

Quando io fui cacciato dal posto per il rifiuto di iscrivermi al partito fascista e fui due volte per mesi e mesi in prigione, mia madre capiva.

Un abbraccio dal Suo Aldo Capitini

1 Il deputato messo al corrente è Umberto Calosso, socialdemocratico, primo presentatore, insieme al democristiano Igino Giordani, di un progetto di legge che riconoscesse l’obiezione di coscienza.

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