La guerra è follia. Diario di guerra di un pacifista austriaco dal 1914 al 1919 | Recensione di Massimiliano Fortuna


cop_Alfred Hermann Fried Diario di guerra di un pacifista austriaco copiaAlfred Hermann Fried, La guerra è follia. Diario di guerra di un pacifista austriaco dal 1914 al 1919, a cura di Francesco Pistolato, Centro Gandhi, Pisa 2015, pp. 207, euro 20,00

Il Centro Gandhi di Pisa, sotto la guida di Rocco Altieri, fornisce da anni con i suoi «Quaderni Satyagraha» un contributo editoriale davvero prezioso per la cultura della pace in Italia. Tra le non poche gemme si possono ricordare, ad esempio, la prima traduzione italiana di un’opera capitale della storia della nonviolenza come Satyagraha in Sudafrica di Gandhi, o il libro postumo di Tolstoj Il cammino della saggezza, anche questo mai apparso prima in lingua italiana.

Ulteriore gemma è un volume di recente uscita, pubblicato in occasione del centenario della prima guerra mondiale, La guerra è follia, un’ampia selezione di brani del diario tenuto dal pacifista austriaco Alfred Hermann Fried tra il 1914 e il 1919. Il merito della riscoperta (ma, perlomeno in ambito italiano, è forse più esatto parlare di scoperta) di queste pagine lo dobbiamo a Francesco Pistolato, che le ha tradotte e introdotte con competenza.

Fried, nel cui nome sembra quasi risuonare un destino (pace in tedesco si dice Friede), è stato uno dei pochi chierici a non tradire in quell’Europa che precipitò verso una guerra devastante anche grazie all’ebbrezza propagandistica che contagiò molti intellettuali di ogni paese, che preferirono farsi alfieri di nazionalismo e appartenenza identitaria, invece che di pensiero critico e di ponti tra le culture (a questo proposito, si legga nel volume il bel contributo di Altieri sugli intellettuali e la guerra).

Fried, amico di Bertha von Suttner, fu assieme a lei uno degli animatori della Società Austriaca per la Pace e di quel mondo pacifista di fine Ottocento e inizi del Novecento, che conserva ancora numerosi tratti nebulosi e sul quale in lingua italiana non molto è stato scritto (si veda però il recente Profeti inascoltati. Il pacifismo alla prova della grande guerra, Istituto giuliano di storia, cultura e documentazione, 2015). Vinse nel 1911 il premio Nobel per la Pace e le pagine di questo diario sono lì a mostrare quanto fosse meritato.

Fried intuisce senza esitazioni la potenza distruttiva della guerra in corso e comprende immediatamente che credere di poter risolvere la crisi nella quale l’Europa è caduta con mezzi militari si rivelerà una follia, perché l’escalation bellica, il coinvolgimento dei civili, il bombardamento delle città saranno altrettante micce che alimenteranno l’odio reciproco, allo stesso modo della virulenza propagandistica dei giornali, che deformando l’immagine del nemico condizionano le possibilità di una futura riconciliazione.

Si legge Fried e viene da dire che sembra impossibile che la logica e la retorica del militarismo possano risuonare ancora oggi e avere il gran numero di ascoltatori che hanno, quando qualcuno un secolo fa le aveva smascherate con così lucida preveggenza. Quindi eccolo irridere la pretesa che la guerra possa essere «umanizzata», o denunciare come illusoria la convinzione che mezzi militari sempre più estremi, come la guerra sottomarina, sarebbero stati in gradi di condurre alla pace in pochi mesi – cosa che infatti non avvenne. Ma soprattutto è preciso nell’impartire la lezione che, oggi come ieri, continua a rivelarsi la più importante, ovvero che il compito prioritario del pacifismo è quello della prevenzione e della profilassi, che occorre lavorare prima e quotidianamente a politiche di pace capaci di contrastare a monte le cause delle guerre. Nessuna meraviglia dunque che Fried comprenda subito che la pace cartaginese di Versailles imposta alla Germania avrebbe generato un risentimento tedesco fautore di futura instabilità e non di pace: «La Germania sopporterà quest’umiliazione per tutto il tempo che non potrà far altro che sopportare. Si può essere però sicuri che preparerà il momento in cui liberarsi da queste imposizioni». Del resto non era necessario essere tedeschi per capirlo. Alle medesime conclusioni, e con identica rapidità, arrivò anche John Keynes, che si dimise dalla delegazione inglese di Versailles per protesta contro quel trattato che puniva eccessivamente la Germania, e già nel 1919 pubblicò Le conseguenze economiche della pace, testo capitale per comprendere quel momento e l’enormità di quell’errore politico.

Quello di Fried risulta dunque un punto di vista prezioso dall’interno degli imperi centrali, una voce critica di ammirevole intransigenza, che a un secolo dagli eventi ci mette in guardia da qualsiasi volontà celebrativa. Lo stile e i mezzi linguistici, e forse anche gli intenti sociali, sono molto differenti, ma nel leggerlo a volte viene in mente quel libro totale sulla Grande Guerra che è Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, altro punto di osservazione privilegiato interno all’impero asburgico, perché si direbbe comune ad entrambi una vista acuta sulla pervasività culturale della guerra e la capacità di spingersi alla radice dell’ipocrisia collettiva.

Ma forse Fried non ci aiuta solo a comprendere meglio il passato. L’Europa possiede oggi anticorpi certamente molto più forti rispetto a quella del 1914 e il contesto storico odierno è sotto diversi aspetti assai mutato, ma è attraversata da chiusure nazionalistiche e da populismi sempre più visibili e pericolosi, tra i quali si sente, ad esempio, intonare sempre più spesso lo slogan «via dall’Europa». Si può dunque leggere con una qualche inquietudine quello che Fried scriveva il 14 agosto 1914: «Un congresso europeo non lo si è voluto a nessun costo. “Via dall’Europa” si diceva e Harden l’anno scorso a Vienna tenne una conferenza molto apprezzata dalla stampa in cui disse letteralmente: “Non lasciatevi tentare dall’idea di un congresso!” Così abbiamo fatto e questo è il risultato: una guerra mondiale». D’altro canto però il trattato di Versailles sta lì ad ammonirci che un’Europa funzionante può fondarsi solo sull’equilibrio e non sulla prevaricazione del più forte, o del più ricco.


Alcune copie sono in vendita presso il Centro Sereno Regis, oltre a essere disponibile per il prestito presso la nostra biblioteca.

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