Mi spiace, signore, ma la Terra e la gente non sono degli ‘input’ per il vostro sistema capitalista! | Vandana Shiva


Vandana Shiva si è recata a Istanbul nel gennaio 2016 dove ha tenuto la lezione annuale sui diritti umani in memoria di Hrant Dink, un giornalista Turco-Armeno assassinato nel 2007. Qui è stata intervistata da Ethemcan Turhan, ricercatore inserito in un programma Mercator and Istanbul Policy Center presso l’Università di Sabanc, in Turchia.


Vandana-Shiva
Capire la pace in un periodo con molteplici crisi

ET Il titolo della sua conferenza è “Fare pace con la Terra e tra noi, l’uno con l’altro”. Ma che cosa vuol dire fare pace in un tempo di molteplici crisi?

VS In primo luogo porre fine alla guerra, e la guerra è prima di tutto nella mente, perchè sono i nostri schemi mentali, i nostri paradigmi che ci definiscono in guerra con il mondo. Conquistare la natura viene definito come progresso. E questa azione pone le basi del conflitto tra le persone, perché crea scarsità. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è il concetto più manipolato del mondo, e nello stesso tempo è il più potente, perché serve a imporre delle regole. Sono i potenti, naturalmente, a usarlo. Eppure il PIL non mette in luce le scarsità reali: l’acqua, la fertilità del suolo, il cibo….

Poi occorre fare pace con noi stessi: tutto sommato noi siamo parte del mondo, come scrisse il Capo Seattle “siamo la rete della vita”. Non siamo separati, non siamo fuori, non siamo i padroni dell’universo. Per questo io sono molto critica nei confronti di certi intellettuali occidentali (compresi alcuni Premi Nobel) che parlano dell’Antropocene come periodo in cui “l’uomo gestisce il pianeta” e lo ingegnerizza. Continua così l’allucinazioine che ha dato origine alla situazione attuale. Quando non vediamo che siamo parte della Terra, pensiamo che possiamo continuare a costruire automobili e che questo non ha niente a che fare con la salute dei nostri polmoni. Tagliamo sempre più alberi e alla fine ci troviamo le città allagate durante le piogge. Tutto ciò dipende dal fatto che non siamo riusciti a capire la nostra vera natura come cittadini della Terra.

Così, tutto è correlato: fare pace con la Terra, fare pace l’uno con l’altro, fare pace con noi stessi. La crisi ecologica e la disgregazione delle società sono interconnesse. La Siria ne è un esempio, ma la situazione è simile in molte parti dell’Africa. Mentre ero in aeroporto, in India, per venire qui, ho visto circa 2000 peacekeepers indani che stavano partendo per il Congo. Come mai vanno in Congo? Ebbene, pensate alla foresta, pensate allo sfruttamento del Congo: lì vedete un punto di partenza di tanti conflitti interconnessi.

Antropocene or Capitalocene?

ET Lei ha menzionato il termine Antropocene (l’era dell’uomo). In un suo articolo sulla Boston Review1, lei sostiene anche che di proposito evita questo termine. Alcuni Autori, come Jason W. Moore, preferiscono parlare di ‘era del capitale’ (‘Capitalocene’2), nella quale i processi geo-bio-fisici planetari sono irrimediabilmente plasmati dell’accumulazione di capitale. Il concetto di Antropocene scontenta molti perché deliberatamente tace su problemi di classe, di potere, di inquità globale e nazionale, di ingiustizie. Qual è la sua posizione al riguardo?

VS Il problema, con il termine Antropocene, è che non soltanto pone l’uomo in posizione separata e superiore, ma pone anche gli uomini al di sopra delle donne, e rinforza tutte le forme di colonizzazione che alimentano questa profonda frattura. A partire da Bacone e altri, il paradigma occidentale iniziò a parlare della natura in un modo diverso da tutte le altre società del mondo, e finì per elaborare la visione meccanicistica e riduzionista, Mi colpisce in particolare che questi filosofi ci annunciarono non solo che la natura è morta, ma anche che le altre culture lo sono.

terra-nulliusDietro a questo approccio c’è l’idea di ‘terra nullius’, la terra di nessuno: penso che proprio questa idea di ‘terra vuota’ sia il nucleo fondante del concetto di Antropocene. Spianano con i bulldozers un giardino che ha 1500 anni di età, a Istanbul, perché lo considerano vuoto3. Lo stesso fanno in India: vanno in luoghi che hanno una storia alle spalle, distruggono i campi coltivati, si impadroniscono delle terre per destinarle ad attività immobiliari. Abbiamo dovuto lottare in India contro una legge che permetteva di espropriare i contadini dalle loro terre per costruire. Abbiamo una legge che afferma che i contadini hanno dei diritti, ma cosa capita? Costruire è la segreta gioia: i costruttori sono giocatori potenti. E’ così che prende forma e sostanza l’idea che la terra è vuota, e le altre culture non hanno competenze o capacità. […]

Malsviluppo: il passato e le prospettive attuali

ET Lei è una delle figure chiave ad aver affrontato nei suoi libri la dimensione di genere nell’ecologia. Mi riferisco al suo libro Staying Alive4 (Zed Books, 1988), in cui Lei parla di ‘malsviluppo’ e auspica l’avvio di un progetto politico eco-femminista. Eravamo nel 1988, ora siamo nel 2016. Che cosa pensa di quel progetto? Ritiene che ci sia qualche forma di alleanza tra i movimenti contemporanei di giustizia ambientale, di decrescita e altri?

VS Nel libro ‘Staying alive’ descrivevo una esperienza vissuta personalmente, essendo allora coinvolta nel Movimento Chipko5 e in varie iniziative in cui le donne lottavano contro le grandi dighe. Ripensando a quel tempo, avevamo avversari potenti, ma niente in confronto ad oggi, perché erano poteri di dimensioni nazionali. Non avevamo una economia globalizzata C’era brutalità, naturalmente, la gente veniva arrestata, ma alla fine non c’è stato alcun movimento, fino al 1995, che non abbia avuto successo. La democrazia era fragile, e favoriva i potenti, ma si poteva lottare, si potevano fare processi. E alcune leggi furono una conquista di quel periodo: la legge per le foreste in India (ottenuta grazie al movimento Chipko), e poi leggi per l’acqua, contro l’inquinamento ecc.

La differenza tra allora e oggi è che adesso essere un attivista ambientalista vuol dire appartenere a una delle comunità più esposte6: non solo a livello nazionale ma a livello globale. Basta leggere l’Economist, che ci informa su quel che succede in Russia, in India, forse in Turchia7, in Africa, dove gli ambientalisti vengono messi in prigione. Come mai? Perché dal 1980 ad oggi, con l’istituzione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organisation – WTO), insieme alla globalizzazione è arrivata la de-regolamentazione: il diritto di distruggere l’ambiente è stato codificato nelle leggi.

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Assistiamo attualmente a un tentativo sistemico di eliminare le regole. Il trattato sul clima ne è una componente. Nel 1992 avevamo una Istituzione delle Nazioni Unite (United Nations Framework Convention on Climate Change – UNFCCC) e al suo interno il Terzo Mondo aveva un ruolo importante. Nel mio Paese, l’India, io ero consulente del Ministero dell’Ambiente. E ora, siamo alla ventunesima Conferenza delle Parti (COP21) e si sta ancora discutendo. Ma il problema più grosso è l’opposizione del WTO ad accettare delle regole, e insieme la criminalizzazione degli attivisti ambientali. Adesso la sfida si è fatta più impegnativa perché i poteri si sono organizzati.

Tornando ai tempi passati, nella mia attività di ambientalista una volta scoprii che dietro a un progetto di piantagione di eucalipti c’era la Banca Mondiale: ci organizzammo, e riuscimmo a far fermare cinque grossi progetti.

Ora invece c’è questa strana asimmetria: le multinazionali sono organizzate a livello globale, e sono dappertutto. Controllano ogni governo, e i governi stanno facendo le stesse cose dappertutto. E contemporaneamente vengono usate tutte le strategie per impedire ai cittadini di collegarsi in rete. Conoscete il caso di una attivista indiana di Greenpeace, che è stata obbligata a scendere da un aereo che l’avrebbe portata in Europa, a testimoniare al Parlamento Inglese su un particolare progetto di miniera di carbone che stava distruggendo una preziosa foresta.

Il potere delle imprese multinazionali è ben organizzato, e sta cercando di tenere frammentate le reti dei cittadini: per questo dobbiamo trovare nuovi modi di fare ‘comunità’, ed è per questo che per me l’idea di “Cittadinanza della Terra”8 è un’idea politica molto importante.

no-redd_oIl vostro PIL è una falsa misura

ET Parallelamente al consolidamento del potere delle multinazionali e dei politici, vediamo anche lo sviluppo di una nuova forma di ambientalismo: l’economia verde, la “green economy9 dove il capitale ‘raccoglie’ la natura per ottenere un profitto. Anche l’Economist è ora ‘smart’ e ‘verde’. Abbondano le soluzioni basate sul mercato, come lo scambio di emissioni di carbonio, il pagamento per i servizi degli ecosistemi, l’accordo per la riduzione di emissioni causate dalla deforestazione nei paesi in via di sviluppo (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation – REDD+10). Dal meeting di Parigi nel dicembre 2015 sono uscite queste e altre ‘soluzioni’, inclusa la bioenergia e la cattura e immagazzinamento del carbonio. I movimento sociali le hanno definite ‘false soluzioni’11. Ma come facciamo per combatterle?

VS Una cosa è ormai ben chiara: nessuna delle nostre attività può più rimanere circoscritta. Negli anni ’70 del secolo scorso era possibile specializzarsi: per esempio proteggere le balene, oppure occuparsi di energia solare. Ma dietro a ogni problema c’era già allora la stessa economia predatrice, basata sul furto della natura alle comunità, sulla privatizzazione dei beni comuni, e sulla pretesa che fosse l’economia a creare ricchezza, non la gente o la natura.

Si sosteneva che fosse il capitale la forza creativa che produceva ricchezza. Lo stesso avviene adesso con la green economy: con le nuove tecnologie (come le bio-tecnologie) e con nuovi strumenti di azione del mondo finanziario si ripete lo stesso concetto: qualunque cosa può essere mercificata.

Quindi il primo compito che abbiamo è di dire la verità su questo punto. Prendiamo ad esempio il REDD+: quando ne parliamo, dobbiamo dire che i suoi proponenti vogliono impadronirsi del processo di fotosintesi delle piante. Se ci esprimiamo così possiamo coinvolgere più persone: bisogna generare una profonda consapevolezza e un profondo amore. Penso che l’amore delle persone per la Terra diventerà una forza politica più grande di tutti quei sistemi di manipolazione.

L’altro aspetto è che – alla fine – noi sappiamo che creare delle comunità basate sul cibo locale e sulle coltivazioni organiche12 offre la possibilità di vivere una vita molto più ricca. Così, quando la Monsanto si fonde con la Gates Foundation, e insieme si fondono con Syngenta, e alla fine diventano un unico gruppo di giocatori, che ci chiede di affidare a loro il controllo delle nostre vite, sta a noi rispondere: “spiacenti, ma non siamo qui per consentirvi di incassare i prossimi dollari. Siamo qui per vivere una vita buona”.

Quello che dovremmo impegnarci a fare è di assumerci una responsabilità ecologica, oltre a celebrare la vita e il ben-essere (seguendo gli esempi che arrivano dall’America Latina e dal Buthan). Parlare di mal-sviluppo e di decrescita, criticare il PIL, sono discorsi teorici. Ma la più grande opposizione politica di fa vivendo in modo differente.

Diversità e decentramento

ET Vorrei ora spostarmi daI suo libro Staying Alive (Zed Books, 1988) a un libro più recente, Soil, Not Oil (Zed Books, 2009)13. In questo libro, quando lei parla di ‘vivere in modo differente’, individua due aspetti significativi: la diversità e il decentramento. In che modo questi due termini hanno a che fare con una emergenza planetaria? Come possiamo decentralizzare l’economia: è politicamente possibile e concretamente fattibile?

VS Iniziamo con il secondo termine: è necessario. Questo breve periodo in cui Paesi e comunità sono sopravvissute con una economia centralizzata, le ha rese tutte da buttare. Basta guardare l’Europa del Sud: a partire dal 2010 metà dei giovani sono senza lavoro. In Grecia le pensioni sono state portate via, così come tutto quello che si poteva portare via per far soldi. E come sopravvivono i greci adesso? Costruendo comunità locali! Perché tutto quello che era stato creato all’interno del sistema del welfare in Europa è stato smantellato. Così tanti giovani, rimasti senza lavoro, sono tornati ai loro villaggi, e stanno creando delle economie locali.

[…]

Un altro aspetto è che noi pensiamo di non essere ancora arrivati al collasso, ma riusciamo a vedere abbastanza del futuro per dire che il mondo che si delinea non è vivibile. Quindi non sono le condizioni oggettive a forzarvi a cercare una alternativa, ma è il senso di solidarietà con gli altri (che siano gli oceani, o altre comunità umane, o altri viventi).

Abbiamo dunque le potenzialità per creare una nuova economia, che possiamo chiamare locale, o de-centralizzata. E qui interviene l’altro termine: diversità. La diversità è vitale perché solo attraverso mutui legami tra realtà diverse una economia locale può fiorire. Pensate – al contrario – a una monocoltura di mais, sulla quale riversate grandi quantità di fertilizzanti chimici, con la giustificazione di nutrire il mondo. Eppure solo il 10% va alle persone, il resto è destinato all’alimentazione animale e ai biocarburanti. Questo è un altro aspetto della ‘green economy’ che è devastante per il pianeta. La diversità ci consente invece di rispettare i limiti del pianeta, perché evita di sbilanciare gli equilibri dei serbatoi di azoto: cosa che invece si fa producendo i fertilizzanti sintetici. Quel che c’è da fare è semplicemente tornare a seminare fagioli: non la soia, ma le centinaia di migliaia di varietà di fagioli che possono di nuovo essere coltivati. La situazione è ls stessa dappertutto: per questo io credo che diversità e decentramento siano alternative alla globalizzazione imposta dalle multinazionali che cercano di privatizzare, mercificare, dare valore monetario a ogni aspetto della nostra vita sulla terra.

paris_climat_2015Giustizia climatica

ET A partire da queste considerazioni possiamo probabilmente collegarci con il discorso su COP 2114 (Dicembre 2015). E’ stato un importante momento di incontro sul piano diplomatico, e si è anche fatto riferimento a Madre Terra e alla giustizia climatica15. Ma possiamo chiederci se intendiamo tutti la stessa cosa quando parliamo di giustizia climatica…

VS Oh – si è parlato di giustizia climatica…! Ma per Narendra Modi (l’attuale capo del governo indiano) si tratta essenzialmente di scavare nuove miniere di carbone, e bruciare più carbone. Quella è giustizia: “Voi avete bruciato tanto carbone, adesso vogliamo bruciarlo noi, così siamo uguali”. Invece per la gente reale che partecipa ai movimenti per la giustizia climatica16, che siano le popolazioni indigene dell’Amazzonia che vorrebbero correggere gli accordi REDD+ o i piccoli contadini o pastori che lottano contro i furti di terra compiuti con la scusa di ristabilire il bilancio di carbonio, la giustizia climatica è la giustizia per la Terra. Una giustizia che ammonisce di non superare i limiti. Giustizia per la gente, quindi per i loro diritti alla terra, all’acqua; il diritto di vivere in un clima stabile dove la biuodiversità e la conoscenza sono protette. E’ dunque molto chiaro che ci sono grosse differenze di interpretazione sul significato di giustizia climatica.

ET Vorrei riprendere l’esempio che lei ha fatto poco fa, a proposito dell’India, e fare qualche confronto con la situazione dello ‘sviluppismo rampante’ in Turchia. Al COP21 il Primo Ministro Modi ha annunciato un’Alleanza Solare Internazionale con il Presidente francese Hollande, indicando un ambizioso traguardo da raggiungere per il 2020 per l’energia solare. Nello stesso tempo però l’India sta aumentando moltissimo la produzione e l’uso del carbone, mettendo a rischio le comunità a livello locale e globale. E quando interpelli i decisori politici essi fanno presente che “ci sono 240 milioni di persone solo in India che non hanno accesso all’elettricità”. Insomma, in che modo possiamo affrontare questa retorica sviluppista?

VS Non a livello astratto, Non a livello di numeri generati in modo automatico per dire che ci sarà più gente che otterrà l’elettricità. Le farò due esempi: dopo Fukushima, le lotte dei movimenti indiani contro il nucleare si sono fatte più intense, Dappertutto in India c’erano già dei gruppi locali che manifestavano contro il nucleare: e protestavano perché la costruzione delle centrali implicava la sottrazione delle terre. Non sapevano nulla dei problemi di sicurezza. Ma dopo che le immagini di Fukushima sono apparse su tutti gli schermi, ciascuno potè vedere che un impianto nucleare può avere un incidente, e decisero che non ne volevano sui loro territori. Non scorderò mai quel che disse una donna che intervenne in un incontro pubblico organizzato con una comunità locale: “sono arrivati, hanno costruito una diga, e ci hanno detto che avremmo avuto l’elettricità. Abbiamo ancora le lanterne. Poi hanno aperto una miniera di carbone, e di nuovo ci hanno detto che avremmo avuto l’elettricità. Ci hanno fatti sfollare una seconda volta, e non abbiamo l’elettricità. Ora ci vengono a dire che costruiranno una centrale nucleare in modo che possiamo avere l’elettricità. Non ci crediamo. Stiamo bene con le nostre lanterne”.

Questo modello di malsviluppo è anche iniquo, perché basato su una profonda esclusione. Usa i poveri per giustificare la concentrazione e il controllo delle risorse naturali. I poveri sono usati solo come scuse. Poi vengono dimenticati, e spoliati anche del poco che avevano, Quersto è l’imperativo ecologico in India: combattere contro chi sta portando via anche quel poco di acqua, quel poco di terra, una manciata di semi in nome di un progresso che renderà i ricchi ancora più ricchi.

Il secondo esempio viene da una parte dell’India, il Jharkhand, lo stato tribale. Le autorità sostengono che i tribali hanno bisogno di svilupparsi, perciò hanno bisogno delle miniere di carbone, così otterranno l’elettricità. Ma i tribali non hanno consentito di avviare gli scavi neppure a una miniera. In fin dei conti, secondo me qui si tratta di democrazia. Si dice che il carbone va bene per chi non ha l’elettricità? Allora si lasci che sia quella persona a dire che tipo di sviluppo preferisce. Solo così si ottiene la giustizia climatica.

terra-viva-cover-e-page-001-2Terra viva: nuova agricoltura, nuova economia circolare, nuova democrazia

ET Queste riflessioni ci portano al concetto di democrazia, democrazia della Terra,nelle sue parole. Di recente lei ha co-firmato una dichiarazione chiamata ‘Terra viva’17, che spiega quale secondo lei è il significato di democrazia. Ci può chiarire questo concetto?18

VS A scrivere questo documento – Terra Viva – è stato insieme a me un gruppo di persone con competenze ed esperienze diverse, incluso il precedente segretario generale dell’UNCCD19, urbanisti, sociologi rurali e altri. Era il 2015, l’anno dedicato al suolo, e noi volevamo capire le condizioni generali del suolo a livello globale. E’stato da quelle riflessioni che abbiamo cominciato a capire tante cose sulla Siria, sulla Nigeria, su Boko Haram. La nuova agricoltura è una agricoltura che opera con la Terra, con la natura, mentre la vecchia agricoltura è un’agricoltura di guerra.

Gli strumenti e la mentalità della vecchia agricoltura provenivano dall’apparato delle guerre, e produssero gravissimi danni. Così come il malsviluppo usa i poveri per giustificare la necessità di ‘mal-svilupparsi’, la vecchia agricoltura usa i poveri per dire abbiamo bisogno di sottrarre loro terra e cibo, e di portar via le loro sementi, per poterli nutrire

Così, ciò di cui abbiamo bisogno è una nuova agricoltura. Finora le nostre risposte sono state frammentarie: come cittadini non siamo stati capaci di esprimere il potere che di fatto abbiamo. Se si mettono insieme le persone che difendono le api, quelle impegnate per i diritti animali, quelle che lottano per le terre, o per il diritto al cibo, ci rendiamo conto che le loro lotte non erano integrate tra loro. L’integrazione è proprio quello che ci proponiamo di fare con Terra Viva.

Il secondo punto è la nuova economia. Si può andare in un paese povero e dire “avete bisogno di fare tutti i passi sbagliati”, ma non si può dire la stessa cosa oggi a un giovane Greco o Italiano disoccupato. Non si può dire semplicemente “ti serve un programma di austerità ancora più rigido”. Occorre una nuova economia, che non può essere l’economia estrattiva: deve essere un’economia circolare, che restituisce alla Terra, perché questo è l’unico modo per chiudere i cicli che sono stati spezzati. I nostri contadini stanno morendo e l’agribusiness diventa sempre più ricco. Secondo i miei calcoli i produttori ricevono solo l’1% di quello che i consumatori pagano per il cibo che comprano. Dunque una nuova economia è d’obbligo.

Tutto ciò che abbiamo da fare è affermare: “io so che cos’ è il cibo vero, e voi mi state vendendo cibo finto. Io so che cos’è la vera democrazia, la vostra è una finta democrazia”.

Ed ecco che arriva la nuova democrazia, perché quella vecchia è già spacciata. Primo, perché con la globalizzazione gli stati non sono diventati prigionieri del potere delle multinazionali, sono invece diventati ciò che io chiamo ‘stati impresa’. Si ricordano dei cittadini solo al momento delle elezioni, e ora anche i voti sono comprati con il denaro delle imprese multinazionali. L’abbiamo visto succedere negli USA, dove è consentito legalmente agli imprenditori comprare le elezioni: pensate ai fratelli Koch, e alla quantità di denaro che è stata raccolta per sostenere i candidati. Per questo Bernie Sanders è come una boccata di aria fresca.

Non so come siano avvenute le ultime elezioni in Turchia, ma so che in India le ultime elezioni sono state pilotate tramite i media, e per fare questo occorre un mucchio di denaro. Non c’entra quanto un candidato sia vicino al popolo. Direi che la democrazia rappresentativa ha subìto una trasformazione: invece di essere espressione della gente e a favore della gente, è diventata espressione del mondo imprenditoriale multinazionale, gestita da quel mondo a favore dell’impresa. Questo spiega come mai vediamo crescere giungle di cemento: la pianificazione urbana non è più gestita democraticamente dalle municipalità locali. I costruttori possono riscrivere totalmente le regole, l’unica cosa che devono fare è finanziare le successive elezioni per farsi rieleggere. Insomma, abbiamo bisogno di una nuova democrazia, e deve essere partecipativa.

Siamo in una fase in cui le alternative devono emergere e crescere dal basso. Per tanto tempo abbiamo pensato che fosse necessario cercare di cambiare le regole della politica globale: molti miei amici hanno dedicato tanto tempo a partecipare ai meeting del WTO. Ma a un certo punto io ho detto di no. Invece di andare a quegli incontri, cominciamo a costruire le nostre banche dei semi, ad avviare iniziative comunitarie di scambio dei semi: iniziamo noi a cambiare le regole. Oggi posso dire – con grande gioia – che dieci Paesi sono riusciti a far ritirare le leggi che criminalizzavano le pratiche di conservazione dei semi. […]

ET Siamo quasi alla conclusione dell’intervista, ma ho ancora una domanda che riguarda l’organizzazione dal basso. Viviamo in un mondo sempre più urbanizzato, e contemporaneamente abbiamo questa massiccia infrastruttura industriale. Così, nello scenario delineato da Terra Viva, che prevede una nuova economia, una nuova agricoltura, una nuova democrazia, che cosa possiamo fare di quel che resta delle infrastrutture industriali e delle vaste aree urbane circostanti?

VS La prima cosa da fare è evitare che le infrastrutture industriali obsolete cadano in rovina, e che vengano replicati gli stessi vecchi modelli altrove, distruggendo le vite di altre persone. Sono stata nell’Europa dell’Est, dove intere città e vasti territori sono stati abbandonati. Allora: c’è bisogno di produrre acciaio? Meglio farlo in questi luoghi piuttosto che sottrarre le terre alle comunità tribali in India. Solo perché la globalizzazione ha permesso l’esternalizzazione si sta assistendo oggi a un periodo di de-industrializzazione nel Nord globale, e l’insediamento di industrie pesanti e inquinanti nel Sud Globale. Questo è totalmente ingiusto a tutti i livelli.

Il secondo punto è di prendere in considerazione le esternalità. L’unica ragione per cui l’economia fossile ha potuto imporsi è perché ha falsificato il significato di parole come efficienza, produzione, lavoro, capitale, terra. Come abbiamo scritto nella conclusione del documento Terra Viva, le due cose più importanti sono la Terra e le persone, che non solo semplicemente degli ‘input’, dei mezzi per alimentare lo sviluppo capitaloistico. Hanno invece un valore intrinsceo e dei fini di per sé. Dobbiamo quindi riportare le definizioni che sono state manipolate al loro significato originario.

Talvolta mi sorprendo molto a vedere come possiamo rimanere attaccati a una definizione obsoleta, che pure ci intrappola. Il PIL? Ha sessanta anni, non è neppure tanto vecchio. Eppure tutti sostengono che “bisogna crescere, l’industrializzazione è una necessità”. Allora quello che dobbiamo fare è prendere sul serio le esternalità, e dire le cose come stanno. Una volta ho avuto una discussione con uno dei nostri maggiori esperti di software, che mi spiegava: “abbiamo realizzato una forte crescita per l’India, ma l’agricoltura ci sta trascinando in basso: dobbiamo ridurre il denominatore”. La produttività si esprime con una frazione: output/input. L’unico input è il lavoro, e in agricoltura significa contadini. Così, quando dicono che bisogna ridurre il denominatore, si riferiscono ai contadini. Ma quel denominatore è un cittadino di questo paese, e non sta a qualche esperto di software dire quanti agricoltori devono essere eliminati. Sta invece nelle mani dei contadini decidere in che modo vogliono coltivare le terra, e che cosa coltivare. Sta a loro lottare perché ci sia un sistema agricolo giusto, in cui i piccoli coltivatori non vengano spazzati via.

Occorre liberarsi dalla colonizzazione della mente, che ci fa sembrare così tante distruzioni come inevitabili. Una volta che ci siamo liberati da questo condizionamento, possiamo cominciare a definire le cose in modo diverso, e ciò che sembrava impossibile secondo il vecchio paradigma diventa facilissimo nella visione nuova.

ET Le ultime due domande riguardano soluzioni della vita reale, alternative. Ci sono il Movimento Navdanya20, l’Università della Terra21, altre iniziative che lei stessa ha avviato. Quale ruolo attribuisce ai movimenti sociali nella costruzione di alternative reali di vita – dentro o fuori dagli stati? La seconda domanda riguarda il ruolo dell’università. Quale ruolo attribuisce all’accademia, soprattutto in un momento come questo, in cui la libertà accademica è sempre più minacciata22 anche qui in Turchia? E c’è anche il problema di Paesi in cui le università sono sempre più trasformate in senso neo-liberale. Che cosa ne pensa?

VS In fin dei conti siamo nel mezzo di una guerra tra paradigmi. Si ha paura della libertà intellettuale, perché il vecchio paradigma deve essere tenuto in piedi, per poter continuare il progetto di colonizzazione della terra e delle menti. Ma la gente comune è capace di pensare da sola, e quel progetto è finito. L’attacco alla libertà accademica è integrato nel tipo di economia in cui viviamo, che deve creare l’immunità per sé e si deve ridurre al silenzio anche se si definisce ‘intelligente’. Deve dispiegarsi fino a un livello più profondo di ignoranza. Quelli che giocavano a Wall Street nel 2008 non avevano idea di quel che facevano. E quelli che si supponeva dovessero controllarli non avevano idea di quel che stava accadendo e di cosa sarebbe successo.

Così stiamo letteralmente consegnando il destino del pianeta e dei giocatori da casinò che scommettono su tutto.

Le alternative della vita reale, in un simile contesto, significano che ovunque vediamo un recinto, dobbiamo aprirlo, con coraggio, creatività e solidarietà. Queste sono le cose di cui abbiamo più bisogno.

La grande differenza tra i movimenti degli anni dopo le grandi guerre e la situazione attuale è che allora potevano essere molto specializzati. Il movimento dei lavoratori si batteva per i diritti sul lavoro, i movimenti ambientalisti si occupavano solo di ambiente, e i movimenti dei contadini (che erano comunque pochi) riguardavano solo i loro problemi. Non c’era connessione.

Anche per quel che riguarda la libertà accademica, non possiamo più pensarla come un’attività all’interno dell’istituzione. Solo quando un professore universitario insieme ai suoi studenti si connette con le comunità reali attraverso una ricerca partecipata, può nascere nuova conoscenza.

E questo è un po’ come un micro – rizoma23, avete presente? Penso che sia un modello per una organizzazione politica, e può riguardare la libertà intellettuale e la libertà politica: sono i legami che avete creato che costruiscono quietamente resilienza24. Un albero può essere ‘ridotto alla fame’, ma ricevere sostegno e nutrimento da altri. Il sistema è diventato troppo furbo per lanciare attacchi diretti. E’ solo la solidarietà che conta, e noi dobbiamo diventare il micro-rizoma del futuro.

19 United Nations Convention on Combating Desertification

24 La metafora del rizoma è adottata da Gilles Deleuze e Felix Guattari per caratterizzare un tipo di ricerca filosofica che procede per multipli, senza punti di entrata o uscita ben definiti e senza gerarchie interne. Deleuze-Guattari contrappongono la concezione rizomatica del pensiero a una concezione arborescente, tipica della filosofia tradizionale, la quale procede gerarchicamente e linearmente, seguendo rigide categorie binarie ovvero dualistiche; il pensiero rizomatico, invece, è in grado di stabilire connessioni produttive in qualsiasi direzione.


Titolo originale: The Earth and the people are not inputs to your capitalist system, sorry sir! An Interview with Vandana Shiva. By Ethemcan Turhan.
https://entitleblog.org/2016/03/08/the-earth-and-the-people-are-not-inputs-to-your-capitalist-system-sorry-sir/
Traduzione e sintesi di Elena Camino per il Centro Studi Sereno Regis

Una replica a “Mi spiace, signore, ma la Terra e la gente non sono degli ‘input’ per il vostro sistema capitalista! | Vandana Shiva”

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