C’è chi dice no. Cittadini comuni che hanno rifiutato la violenza del potere | Recensione di Enrico Peyretti


cop_Amedeo Cottino, C'è chi dice di no copiaAmedeo Cottino, C’è chi dice no. Cittadini comuni che hanno rifiutato la violenza del potere, Zambon, Jesolo 2015, pp. 192, € 12,00

Resistenza culturale

Come dice il titolo, la violenza è al potere. Ha potere pervasivo su tutti. Meno alcuni. Alcuni non sono ciechi, non sono servi, né pavidi, indifferenti, ignari. Alcuni dicono no. La lettura di questo libro può spaventare, perché quegli alcuni sono pochi. Eatherly, pilota su Hiroshima, rifiuta di essere festeggiato come un eroe nel suo paese, resta totalmente solo col suo turbamento, internato come un pazzo. Unico pertugio di comunicazione Günther Anders che rende onore al suo dramma davanti al mondo.

Inquietanti le pagine sulla tortura (172-179). Se ad Auschwitz il male è diventato banale, con Guantanamo e Abu Ghraib pare che «il male stesso abbia cessato di esistere», cioè non ci sia più un criterio per vederlo. Con Genova 2001 anche in Italia è avvenuta una svolta radicale nella politica di repressione. Ma su questo punto non trovo notizia di un torturatore che abbia obiettato agli ordini. Speriamo che esista, non dichiarato.

Eppure, persino là dove «ogni traccia di umanità pare essere stata cancellata», «è ancora possibile mantenere in vita una dose minima di compassione». Lo sentiamo nel racconto di Shlomo Venezia, che fu Sonderkommando ad Auschwitz (pp. 131-138). Il sistema spostava il peso della colpa sulle vittime stesse (commenta Primo Levi) comandando ad alcuni prigionieri di diventare i «corvi del crematorio», esecutori e operatori del meccanismo di sterminio. Lo si vede anche nel recente film Il figlio di Saul. Shlomo ne porta il peso per tutta la vita, eppure ricorda anche piccoli delicati gesti di pietà, di rispetto, che ha potuto compiere nei confronti delle vittime designate. Non era stato del tutto disumanizzato. E così il giovane soldato tedesco Joseph Schultz che passa dal plotone di esecuzione alla fila dei partigiani jugoslavi condannati a morte. Sappiamo che almeno alcuni casi di soldati tedeschi che rifiutarono di uccidere i civili si verificarono a S. Anna di Stazzema e a Marzabotto. Il caso più noto di sostituzione volontaria per salvare un uomo dalla fucilazione è quello di padre Kolbe, che però era tra le vittime designate, non tra gli esecutori.

Con quale forza, con quale risorsa, qualcuno riesce a sottrarsi alla violenza sistematica, che travolgerebbe ogni soggetto, levandogli anche la consapevolezza? La risorsa custodita e salvata nella tempesta è il «riconoscimento dell’altro» come uguale a me in dignità e valore. Nella prefazione, Marco Revelli racconta come suo padre Nuto, ufficiale nella spedizione in Russia, vedendo gli ebrei in mano ai tedeschi e sapendo dello sterminio, capisce tutto, cambia sguardo, esce dall’ignoranza. L’Autore mostra, nelle diverse storie ben documentate, che si tratta di cogliere l’occasione, sotto la violenza pervasiva, per sfuggire al suo comando. Ed è gente comune, del tutto comune, che sa farlo, per semplice umanità. Infatti, tutto il libro nasce da un episodio vissuto da Cottino: sua fratello Gastone salvato, nel gennaio 1945, da «due famiglie come tante».

Il libro di Cottino farebbe disperare, come quando ci porta a Jedwabne, Polonia, il 10 luglio 1941 (pp. 163-172): strage di ebrei condotta da tutta la popolazione, come una epidemia di razzismo: è quella che l’Autore chiama «normalizzazione della violenza». Ci farebbe disperare se non indicasse che, in alcuni casi, a gente comune come noi è possibile sottrarsi all’impero del male. Ma non è facile, «il bene è fragile», non avviene se mancano alcune condizioni.

Quali sono le condizioni necessarie? Questa lettura mi fa riflettere di nuovo su quell’analisi delle forme di violenza, ormai classica, che l’Autore ha ben presente e utilizza: violenza diretta, fisica, violenza strutturale, violenza culturale. La violenza diretta è la più rumorosa, visibile, ripugnante, più facilmente condannata e ripudiata. La violenza strutturale commette la stessa offesa alla vita e ai diritti, ma è più silenziosa, è nelle cose, non ha un autore visibile, ed è anche più grave, più estesa negli effetti offensivi. La violenza del terzo livello è quella cultura e quell’informazione, quell’educazione, che copre e giustifica, come sovrastruttura, la struttura ingiusta e le sue offese. Quella installata nella cultura è la maggiore violenza, la più profonda e micidiale, che si nobilita appellandosi a qualche alto principio e causa le altre due violenze. Nella base della società, nella gente comune, che ha bisogno solo di vivere più tranquillamente possibile, che sa riconoscere e proteggere l’umanità altrui, la violenza culturale si trova prevalentemente come cultura indotta. È propria del potere la violenza culturale: del potere concepito non come «potere di», riconosciuto equamente, ma come «potere su», imposizione, dominio, pretesa di obbedienza ai fini propri. Nonostante le forme democratiche e l’aspirazione ufficiale ad un potere distribuito equamente, il potere politico, tanto più quando si fa assoluto, è concepito tuttora come potere dei forti che, nel migliore dei casi, si fanno attribuire e riconoscere da parte della maggioranza la funzione di comando. La democrazia che abbiamo è ancora inquinata da tendenze al dominio, che è violenza. Aldo Capitini pensava e sperimentava la «onnicrazia», il potere di tutti.

La condizione, dunque, per non soggiacere e collaborare, ma resistere alla violenza sistematica, che produce ingiustizie e dolori, è lo sviluppo di una cultura critica delle forme di potere e dei metodi, è un costante esame critico dei fini come dei mezzi: una resistenza culturale, nel sapere e nel volere.

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