29. Il rifiuto del Poeta | Pietro Polito


pier paolo pasolini 02Non stupisca la presenza all’interno di una viaggio sulla R/resistenza di Pier Paolo Pasolini, uno degli “intellettuali deboli e antimilitaristi”, che ha avuto una ricca e intensa produzione resistenziale più continua rispetto a molti altri autori, tutta originata dalla tragica vicenda del fratello combattente Guido, entrato nelle Brigate Osoppo, ucciso barbaramente a colpi di piccone da altri partigiani comunisti, dopo essere riuscito a sfuggire ad un’esecuzione collettiva.

In risposta ad una lettera su “Vie nuove” del 15 settembre 1961 aveva parlato del fratello come di un “ragazzo di una generazione che non ammetteva nessuna debolezza, nessun compromesso”, aggiungendo: “è il ricordo di lui, della sua generazione, della sua passione, che mi obbliga a seguire la strada che seguo” (Alberto Volpi, Pier Paolo il poeta e il partigiano Guido, “Studi e ricerche di storia contemporanea”, 83/84, Giugno-Dicembre 2015. p. 99, nota 6).

I versi pasoliniani dedicati alla Resistenza a me più cari si trovano in La Resistenza e la sua luce:

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce…
Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile …
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

(La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961, ora in Tutte le poesie, a cura di W. Siti, vol. I, “Meridiani” Mondadori, Milano 2003, pp.944-947).

Come uno dei miei lettori mi suggerisce, l’idea che la nonviolenza è la R/resistenza di oggi, traspare dalla vita e dall’opera di Pasolini, testimone disperato di “una resistenza al fascismo, inteso non tanto come fenomeno storico circostanziato, quanto specialmente come minaccia autoritaria strutturale, sempre incombente e (contro)operante, nelle democrazie (post)moderne”.

Se dovessi indicare un chierico del Novecento per rappresentare la resistenza intellettuale non avrei dubbi a fare il nome di Pasolini, critico inesorabile del tecno-fascismo, antropologicamente comunista eppure “reazionario” perché nostalgico del mondo contadino, trasparente nella sua sfida omosessuale quando il prezzo da pagare era molto alto, irregolare, incollocabile, irriducibile a ogni appartenenza finanche a quella dell’anticonformismo militante, paradossalmente liberale nell’estrema difesa della sua individualità, rappresentante ostinato della singolarità, dell’alterità e dell’antinomia.

Il Pasolini a cui si fa riferimento è in particolar modo quello degli Scritti corsari composti negli ultimi anni della sua vita e compresi nel volume omonimo (Garzanti, Milano 1975), uscito il 6 novembre di quell’anno, pochi giorni dopo il suo assassinio. Personalmente ho scoperto allora Pasolini negli anni del liceo leggendo i suoi interventi sul “Corriere della Sera”. Allora fui molto colpito dal celebre articolo che inizia con la famosa invettiva: “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere” (p. 111).

Il 2 novembre 2015, a quarant’anni dalla morte, ho letto questo articolo a conclusione della bella iniziativa, “Comizio d’amore”, che l’Unione culturale di Torino ha dedicato al Poeta. Per quella occasione ho riletto dopo molti anni gli scritti corsari nella prospettiva di una resistenza nonviolenta. Una prospettiva per la quale il Poeta mostra un interesse se non una adesione: “In tutta la mia vita – scrive in un Frammento inedito raccolto nel volume – non ho mai esercitato un atto di violenza né fisica né morale. Non perché io sia un fanatico della non-violenza. La quale, se è una forma di auto-costrizione ideologica, è anch’essa violenza. Non ho mai esercitato nella mia vita alcuna violenza né fisica né morale semplicemente perché mi sono affidato alla mia natura cioè alla mia cultura” (p. 296).

Nell’ultima intervista da lui rilasciata il 1 novembre 1975 e pubblicata postuma il 3 novembre in “Stampa Sera”, con il titolo “Oggi sono in molti a credere che c’è bisogno di uccidere”, quasi presagendo la violenza che sta per abbattersi su di lui, il Poeta scaglia la sua denuncia-testamento: siamo tutti potenziali “nuovi assassini”. Dopo essere sceso all’inferno, torna avendo visto “altre cose, più cose”, non porta una buona novella ma una verità terribile: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale(Interviste corsare. Sulla politica e la vita 1955-1975, a cura di Michele Gulinucci, liberal – Atlantide Editoriale, Roma 1995, pp. 292 e 295).

Pasolini sa che la “situazione” contro cui egli si batte è imparagonabile a quella contro cui si è battuta la Resistenza: “Non scherziamo – afferma – sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per ‘scegliere’. Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia” (p. 294). Al momento della sua inconsapevole ultima ora il Poeta sembra tornare ancora una volta con il ricordo al fratello Guido.

Alla domanda di Furio Colombo: “Che cos’è il potere, dov’è, dove sta, come lo stani?”, Pasolini risponde: “Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogatori e soggiogati. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano allo stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso la spranga faccio la mia violenza per ottenere quello che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e buono” (p. 295).

La tragedia è che “non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra” (p. 294). Siamo immersi in “una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe” (pp. 295).

La divisione classica tra deboli e potenti, vittime e colpevoli, buoni e cattivi si è fatta più sfumata, meno chiara e netta, perché, “in un certo senso, tutti sono i deboli perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere”. Agli oppressi che volevano “abbattere quel padrone turpe senza diventare quel padrone”, si sono sostituiti “altrettanti predoni che vogliono tutto a qualunque costo” (p. 296).

Pare che siamo nelle mani di un “macchinista impazzito o di un “criminale isolato” oppure alla mercé di un complotto: “Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità” (p. 294). Che fare? Pasolini “rimpiange”, ma non crede più alla “rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa” (p. 297).

La risposta del Poeta è quella di uno “strano profeta, agile, in guardia, proprio perché disarmato e separato da ogni forma di protezione e alleanze” (Furio Colombo): “Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che viene con maschere e bandiere diverse. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato la ‘vita violenta’. Non vi illudete” (Pier Paolo Pasolini, Interviste corsare. Sulla politica e la vita 1955-1975, cit., pp. 292 e 295).

Il rifiuto a cui siamo chiamati consiste nel dire no alla violenza che “non lascia più vedere di che segno sei” (p. 296): “L’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto, per funzionare, deve essere grande, non piccolo, totale, non questo o quel punto, ‘assurdo’, non di buon senso” (p. 292).

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