Il nucleare civile… parliamone ancora! | Elena Camino

 


koodankulampeople3CONTROVERSIE SULLE CENTRALI NUCLEARI IN iNDIA

Da anni seguo con interesse le vicende dell’India, con particolare riguardo per le realtà rurali gandhiane tuttora presenti e attive, e per le testimonianze di resistenza nonviolenta, di matrice gandhiana, verso la sottrazione di terre, coste, foreste a comunità rurali e indigene per fare spazio al ‘progresso’ tecno-industriale (www.indiaincrociodisguardi.it).

Tra le controversie socio-ambientali che da alcuni decenni vedono contrapporsi gruppi sociali e visioni del mondo vi sono due tipologie di grandi opere indirizzate alla produzione di energia: le grandi dighe e le centrali nucleari. Sulle grandi dighe il pubblico occidentale ha avuto – soprattutto fino a una decina di anni fa – un discreto grado di attenzione, soprattutto grazie agli sforzi comunicativi che alcuni movimenti di base (ONG, comunità locali, leaders internazionali) avevano messo in atto. I conflitti sulle dighe nella Narmada Valley, in particolare, furono ripetutamente menzionati anche dai media occidentali: la figura carismatica di Medha Paktar, e il sostegno di scrittici e attiviste come Arundathi Roy e Vandana Shiva riuscirono a tenere desta, sia pure per poco, l’attenzione del pubblico anche al di fuori dei confini indiani.

Sulle centrali nucleari il silenzio dei media è stato maggiore: grazie forse a una maggiore attenzione del governo indiano a zittire il dissenso, e a un forte interesse dei fautori dell’energia nucleare in occidente.

Negli ultimi 20 anni sono emersi in India alcuni aspetti problematici sia sul funzionamento delle centrali in servizio (il problema dell’acqua, per la gestione ordinaria e nel caso di emergenze; i costi crescenti di manutenzione, la mancanza di trasparenza nei processi decisionali, la non accessibilità dei documenti, la mancata compensazione dei danni alle comunità coinvolte), sia nella progettazione di nuove centrali (la dimensione del rischio, il problema dell’approvvigionamento di minerali di uranio, la mancanza di considerazione e di investimenti per scelte alternative…).

Il rischio di incidenti alle centrali nucleari è reso ancora più drammatico, in un Paese ad alta densità di popolazione quale è l’India, dalle difficoltà oggettive di trovare spazi adeguati per ospitare gli sfollati nei casi in cui si dovesse procedere ad evacuare le aree circostanti a un impianto.

L’unico caso di controversia che ha avuto una certa rilevanza a livello internazionale è stato quello sulla centrale di Kulankulam, in Tamilnadu, dove per molti anni le comunità locali si sono opposte, prima al progetto e poi durante le fasi di costruzione. Le proteste, espresse in varie forme ma sempre nonviolente, non sono state ascoltate dal governo centrale né dai responsabili locali. Il progetto è stato approvato nel 1988, e la costruzione avviata nel 2002: la centrale di Kudankulam è stata attivata nel luglio 2013, ed è entrata in servizio commerciale alla fine del 2014. Da allora è stata fermata più volte per interventi di manutenzione e per piccoli incidenti: l’ultimo – nel febbraio 2016 – per una perdita di vapore. Sulla natura e gravità dei guasti non sono state fornite spiegazioni adeguate al pubblico.

SEQUENZE DI INCIDENTI IN INDIA

16 marzo 2016: il giornale The Indian Express riferisce di un ‘intoppo’ manifestatosi nella centrale nucleare di Kakrapar, nel Gujarat: una perdita ‘modesta’ e un accumulo di pressione (http://indianexpress.com/article/india/india-news-india/gujarats-kakrapar-incident-minor-leak-and-a-build-up-in-pressure/). In un lungo e dettagliato articolo l’autore segnala che si tratta del quarto incidente negli ultimi anni, ed è stato preceduto da un ‘intoppo’ all’impianto nucleare di Kudankulam e due alla centrale atomica del Rajasthan.

Era trascorso poco più di un mese dalla pubblicazione (il 4 febbraio 2016) di un lungo e accorato documento firmato dal Dr. A Gopalakrishnan, che fino a pochi anni prima era stato il Direttore dell’Atomic Energy Regulatory Board (AERB) indiano: L’India deve sospendere i suoi piani di espansione nucleare. [India must pause its nuclear expansion plans: http://www.dianuke.org/why-india-must-pause-its-nuclear-expansion-plans-dr-a-gopalakrishnan/]. In questo articolo Gopalakrishnan affermava: “Le decisioni sulle centrali nucleari vengono prese da un gruppo ristretto di persone, interessate soprattutto a trarre profitto dalle loro decisioni, che impongono la segretezza come se fosse necessaria alla sicurezza nazionale. Ma questa posizione è falsa, perché si sta parlando del settore del nucleare civile, che è aperto persino alla IAEA1.

Lo stesso Gopalakrishnan è intervenuto – dopo l’incidente alla Centrale di Kakrapar – per sottolineare la mancanza di trasparenza e per chiedere ai responsabili maggiori informazioni: “E’ possibile che l’incidente sia stato più grave di quanto ammesso. La condizione di ignoranza in cui sono tenuti i cittadini sarebbe almeno in parte rimediabile se fosse permesso in India usare i contatori Geiger: ma qui è vietato, con la giustificazione della sicurezza nazionale, mentre altrove i cittadini possono monitorare le radiazioni a difesa della loro salute” (http://www.dianuke.org/day-5-accident-kakrapar-leak-continues-no-transparency/).

INDAGINI STATISTICHE

Recentemente sono stati pubblicati due articoli che trattano entrambi il tema del rischio di incidenti nelle centrali nucleari a livello globale:

  • Valutazione statistica dei rischi dell’energia nucleare commerciale [Statistically assessing of the risks of commercial nuclear energy. Spencer Wheatley, Benjamin Sovacool & Didier Sornette (2016). Scientists for Global Responsibility – SGR newsletter 44: 10-11.]
  • Quanto è sicura l’energia da fonte nucleare; uno studio statistico suggerisce che lo sia meno di quanto ci si aspetti. [How safe is nuclear power? A statistical study suggests less than expected Thomas Rose & Trevor Sweeting (2016), Bulletin of the Atomic Scientists, 72: 112-115.]

Il primo articolo comunica i dati di una ricerca, il secondo (che proviene dalla fonte molto autorevole del Bulletin of the Atomic Scientists), riprende quei dati, li avvalora e li commenta.

Dopo l’incidente di Fukushima gli scienziati del Gruppo SGR analizzarono tutti gli incidenti passati in cui vi era stata fusione del nocciolo, e stimarono una frequenza di incidenti pari a 1 su 3704 anni di attività per reattore. Questa frequenza indica che nel mondo, entro i prossimi dieci anni, potrebbe verificarsi più di un caso. Gli autori hanno anche cercato di capire se gli incidenti passati erano serviti per imparare: a seconda dei data base usati, sembra che l’apprendimento sia stato modesto o nullo.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (International Atomic Energy Agency – IAEA) non ha una lista degli incidenti nucleari accessibile al pubblico. Gli Autori hanno quindi utilizzato i dati compilati dal giornale the Guardian e quelli ottenuti con una ricerca da uno di loro, Benjamin Sovacool. I risultati suggeriscono che sono statisticamente prevedibili più incidenti nucleari di quanto si pensi, dando credito alla teoria di Charles Perrow2 sugli incidenti ‘normali’: secondo questo studioso per i reattori nucleari si può pensare solo a incidenti ‘gravi’.

Tuttavia una analisi più dettagliata delle probabilità di incidenti nucleari richiede maggiore trasparenza da parte dell’Agenzia per l’Energia Atomica. Il sostegno pubblico all’energia da fonte nucleare non può attualmente basarsi su una piena conoscenza dei fatti, semplicemente perché le informazioni importanti non sono disponibili.

RIDURRE I RISCHI IN FUTURO…

Wheatley et al. concludono il loro articolo sostenendo che, dato l’elevato livello di rischio e la scarsa efficacia dei miglioramenti apportati in passato, sono necessari cambiamenti in grado di ridurre drasticamente ed efficacemente i rischi di eventi estremi. La messa in opera di sistemi passivi di sicurezza rappresenta certamente un passo nella giusta direzione; tuttavia il livello attuale di rischio, e il problema tuttora aperto della gestione di scorie radioattive accumulate ormai per 50 anni, inducono ad aumentare gli sforzi per migliorare la tecnologia nucleare, e suggeriscono di rivolgere maggiore attenzione alle fonti energetiche a basso contenuto di carbonio. Inoltre, gli Autori invitano le industrie a rendere pubblici i dati relativi agli incidenti nucleari fornendo una varietà di misure scientifiche oggettive, come quantità e livello di radiazione rilasciata e descrizione dei danni prodotti agli impianti. Questo renderebbe possibile una migliore valutazione dei rischi, e permetterebbe di avviare processi decisionali più informati sulla politica energetica.

Analoga è la conclusione di Rose & Sweetings: “per valutare la probabilità di incidenti gravi alle centrali nucleari è necessario in primo luogo capire se i gestori degli impianti hanno imparato dall’esperienza.

E’ possibile capire se c’è stato apprendimento attraverso l’analisi statistica. Ma finché la IAEA non mette a disposizione i dati significativi e rilevanti, l’intera storia della probabilità di incidenti rimarrà non detta”.

MENTRE IL PRESENTE RESTA PROBLEMATICO

Due Associazioni di medici – Physicians for Social Responsibility (PSR) e International Physicians for the Prevention of Nuclear War (IPPNW) – hanno pubblicato il 9 marzo 2016 una Relazione (scaricabile dal web: http://www.psr.org/FukushimaReport2016) dal titolo “Cinque anni vissuti a Fukushima”.

In questa relazione segnalano che si prevede che tra i residenti nell’area di Fukushima e nel resto del Giappone si verificheranno più di 10.000 casi di cancro in eccesso rispetto alla media, in conseguenza dell’esposizione alle radiazioni emesse in seguito all’incidente ai tre reattori avvenuto l’11 marzo 2016.

Questi medici lamentano il fatto che l’impatto del disastro non potrà mai essere totalmente conosciuto, perché da parte delle autorità giapponesi non furono misurate – né immediatamente né successivamente in modo sistematico – le esposizioni delle persone alle radiazioni. C’è stata anche una “inquietante” mancanza di misure sulla popolazione in generale per valutare l’eventuale presenza di patologie legate alle radiazioni (aborti, malformazioni fetali, leucemia, linfomi, tumori solidi ecc.). Le intense emissioni radioattive iniziali non sono state registrate e alcuni isotopi (come lo stronzio -90) non sono mai stati monitorati.

1 International Atomic Energy Agency: il forum mondiale intergovernativo per la cooperazione scientifica e tecnica nel campo dell’energia nucleare.

2 Autore del libro Normal Accidents: Living with High-Risk Technologies (Basic Books, 1984).

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