Cinema | Visti con “gli occhiali di Gandhi” | Recensioni di Dario Cambiano


anomalisa_SD3_758_426_81_s_c1Anomalisa di Charlie Kaufman

…quello di Essere John Malkovich e quell’altra pippa psicoturbata di Sinecdoche.

I pupazzi animati sono deliziosi, la scena di sesso è così poetica che sarebbe stato difficile renderla con umani ma… tutto qui? Che caspita voleva dire? Quello che diceva anche in Sinecdoche, cioè che l’uomo non sa bene chi si nasconda dietro “l’altro”, e che il grande mistero della vita è chi “muove” le marionette che siamo, chi c’è nella testa di questo inquietante e misterioso “altro”.

Insomma, una versione più paranoica e triste di La cosa in sé, la meravigliosa pièce teatrale di Fruttero e Lucentini.

Parliamo dei pregi, però: una animazione delicatissima, iperrealista, mesta e composta. Una sceneggiatura efficace, regge l’ora e mezza benché nulla di straordinario accada, ma si metta in scena la più banale quotidianità.

Però Kaufman ce l’ha proprio un po’ con questo chiedersi che ruolo interpretiamo nel grande e incomprensibile concerto della vita; solo che, a mio piccolo parere, lo fa in maniera depressa e deprimente. Altro che il fascino conturbante della canzone d’amore di J. Alfred Prufrock! Lì si, che c’era tempo per preparare una faccia per incontrare le facce che incontri!

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due…

Nel film di Kaufman, il grande dilemma dell’incontro con l’altro è affrontato con negatività, lasciando emergere il lato più angosciante del grande tema: chi sei “tu” veramente? Come ti riconosco? E nel riconoscerti mi perdo? Insomma elucubrazioni estenuate e sconfortate.

Non che il tema non possa essere suggestivo. Ma farne un film deprimente, era necessario?

Comunque, bella animazione!


/nas/content/live/cssr/wp content/uploads/2016/03/Perfettisconosciuti Cosebelle 02

Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese

Una vera sorpresa, che farà sicuramente gridare qualche critico alla rinascita della grande commedia all’italiana. Belle radici, il miglior Pupi Avati, il grande Scola. Ma soprattutto un pensiero profondo, che non si arresta alla semplicità della trama.

Che è: un gruppo di amici, tre coppie e un single, si trova a cena e decide di lasciare i telefoni sul tavolo, rispondendo pubblicamente. L’atmosfera presto si fa satura di tensione, stemperata da un’ottima serie di battute (è in realtà un film molto divertente). Tutti hanno qualcosa da nascondere, un’isola segreta che non vogliono o non possono condividere con gli altri. La tensione sale, fino al dramma finale. La teoria delle possibilità parallele, però, ci mostra cosa sarebbe successo se: e questo è il grande valore di questo film, che visto attraverso “gli occhiali di Gandhi”, ci insegna come sottrarsi ai conflitti renda più soli, non affrontare conflitti e verità sia la porta della falsità e della conseguente solitudine. Perché chi affronta un conflitto entra in relazione, che può diventare costruttiva. Chi se ne sottrae, è condannato alla menzogna e alla solitudine.

Bravo Genovese!


remember_egoyan2-1000x600Remember di Atom Egoyan

Un film intelligente, un thriller a basso livello di adrenalina ma dall’epilogo eclatante. Inizia in un ospizio per ricchi ebrei, dove un novantenne, meravigliosamente interpretato da Christopher Plummer, appena rimasto vedovo, si mette alla ricerca di un SS che aveva sterminato tutta la sua famiglia nel campo di Auschwitz. Potete immaginare lo strazio e la penosa determinazione di un novantenne affetto da demenza senile in giro per gli Stati Uniti alla ricerca di un altrettanto esausto novantenne. Ma il finale non è affatto scontato. Non è un film sul perdono, non è neanche un film sulla giustizia, o per lo meno non quella esteriore. È un film, piuttosto, sulla memoria del male: chi vuole vivere settanta anni con il ricordo delle atrocità commesse? Chi può resistere al ricordo di quanto è successo? Le vittime, con difficoltà. I carnefici, a quale prezzo? Si, non è un film sul perdono, non può esserlo. Ma è un film che apre una finestra sul peso morale che i carnefici si portano dietro, per tutta la vita.


room-1080x565Room di Lenny Abrahamson

Proviamo a guardare “con gli occhiali di Gandhi” questo film. Premetto che le considerazioni che scriverò sono frutto della analisi di Loredana Arcidiacono, con cui ho la fortuna di essere sposato.

Room è la storia di un rapimento. E di un figlio nato in cattività. Un figlio che non conosce il mondo fuori. La madre, rapita da oltre sette anni, lo ha allevato e educato. Ma ovviamente lui non ha esperienza di nulla che non sia “stanza”. Quando la liberazione arriva – e arriva in un modo sostanzialmente nonviolento (avevo immaginato già tredici o quattordici modi di liberarmi con grande spargimento di sangue) – per i due inizia un periodo altrettanto difficile. E sarà il piccolo ad aiutare la madre a superare il trauma.

Non è un capolavoro, sia chiaro. I personaggi potrebbero essere più approfonditi e la presenza di quel genio di Steve Macy è sprecata (o avevano pochi soldi o non sapevano cosa fargli fare). Ma c’è molta delicatezza. Molta tenerezza. La parte della reclusione è messa in scena attraverso una serie di momenti molto intimi e teneri tra madre e figlio. Il rapporto con il carceriere è ridotto al minimo (ma la scena della liberazione è degna di Hitchcock, quanto a suspence). Anche le relazioni “dopo” sono rarefatte, accennate soltanto. Tutto sembra voler ricondursi al rapporto tra madre e figlio. E l’aiuto che il figlio da alla “cura” della madre ci rivela ancora una volta come solo le relazioni profonde siano fertili.

Noticina gandhiana. Nel male ci sono i semi del bene. Nel seme del carceriere c’è la promessa della libertà futura. Troppo gandhiano? In fondo si tratta di un figlio avuto da un rapitore, sotto costrizione: ma sarà quel figlio a permettere la libertà.

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