Tre circostanze in cui il mondo si aprì – e due in cui potrebbe capitare di nuovo. Elogio dei movimenti irrealistici (1) | Traduzione e sintesi di Elena Camino

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I due Autori di questo articolo hanno appena pubblicato (a febbraio 2016) un libro il cui titolo è difficile da ‘rendere’ in italiano: THIS IS AN UPRISING… L’immagine della copertina ne illustra il significato meglio di tante parole. Quello che gli Autori sostengono èche siamo entrati in un’epoca in cui le proposte della nonviolenza – nella forma e nella sostanza – pur continuando ad essere considerate nell’immaginario comune deboli e inapplicabili, in realtà stanno diventando una forza politica trainante in grado di sovvertire il pensiero convenzionale e di trasformare dal basso sia le idee, sia le condizioni sociali in modi imprevisti, rapidi e diffusi. L’articolo qui proposto fornisce alcuni esempi di questa rivolta nonviolenta.

La campagna presidenziale ribelle di Bernie Sanders ha scatenato un dibattito a proposito dei modi con cui i cambiamenti sociali si manifestano nella nostra società. La versione ufficiale su come si ottiene il successo – per come la raccontano i sapientoni del Partito Democratico – dice più o meno così: la politica è una faccenda complicata, per spuntarla ci vogliono delle pedine che operano in modo pragmatico dall’interno: bisogna stare al gioco, essere realistici, e accettare i vincoli del dibattito stabiliti a Washington, D.C. Secondo questa prospettiva, in questa situazione così polarizzata, l’unica possibilità è quella di ottenere piccoli cambiamenti. Questa posizione tuttavia non tiene conto di un elemento critico di trasformazione sociale, e trascura quello che potrebbe rivelarsi il più importante motore di progresso: i movimenti di base dei cittadini.

climate_immigration_race_justice_rally_img1I cambiamenti sociali di rado avvengono in modo graduale o prevedibile. Di tanto in tanto un sussulto di resistenza sembra affacciarsi a un mondo di possibilità nuove, creando opportunità inaspettate di trasformazione. Secondo la studiosa Frances Fox Piven le grandi conquiste egualitarie nella storia politica americana – i diritti sul lavoro, il voto, l’assistenza pubblica – sono da collegare a episodi di intensa e vasta protesta. A differenza dei membri eletti, che si preoccupano di attuare politiche concrete per obiettivi che sono considerati raggiungibili nel clima del momento, i movimenti sociali invece cambiano il clima politico. Trasformano problemi e richieste che apparivano irrealizzabili e politicamente intempestive in temi che non possono più essere ignorati. Riescono cioè a rendere rilevante quello che appariva inattuabile.

Naturalmente questi movimenti devono superare immensi ostacoli, ma questo non dovrebbe impedirci di riconoscere la loro importanza, o di negare il ruolo cruciale che hanno svolto certi movimenti di massda nel riplasmare il nostro mondo. Esplosioni di speranza e determinazione nel perseguire l’impraticabile rappresentano una sfida aperta nei confronti della politica dell’adattarsi, nei confronti dell’idea che nel corso delle nostre vite possiamo aspettarci tutt’al più qualche piccolo ritocco allo status quo. Illustriamo dunque tre momenti in cui il mondo si è ‘aperto’, e altri due in cui questo potrebbe avvenire ancora.

Diritti civili: un movimento ‘imprudente e prematuro’

A posteriori è abbastanza facile per la gente oggi pensare che il progresso dei diritti civili sia stato progettato e organizzato con gradualità. Ma le cose non sono andate affatto così, all’inizio degli anni 1960. Sei anni dopo che la Corte Suprema aveva dichiarato che “strutture educative separate…sono di per sé fonte di disuguaglianza”, sfidare la legge era diventato un punto d’onore per molti responsabili pubblici del Sud. Consigli di cittadini composti esclusivamente da bianchi dominavano le politiche locali, ed erano spesso i politici più razzisti a vincere le elezioni per il Congresso.

Le leggi sui diritti civili furono approvate a livello centrale tra il 1957 e il 1960, ma nei primi anni furono applicate a dosi omeopatiche. Per quanto inadeguate e poco applicate, sia Eisenhower prima e John Kennedy poi avevano ben poche speranze (ed entusiasmo) per procedere in quella direzione. In un simile contesto agli attivisti dei diritti civili si consigliava di procedere con cautela, di evitare posizioni che avrebbero potuto creare fratture tra loro.

Ma coloro che rianimarono il movimento per i diritti civili ignorarono totalmente quel consiglio. I sit-in alle mense universitarie nel 1960 furono seguiti dai viaggi dei Freedom Riders nel 1961: gruppi inter-razziali di attivisti sfidarono i decreti di segregazione nei pullman interstatali del Sud degli USA. Queste azioni richiamarono l’attenzione del pubblico e obbligarono quei politici che volevano semplicemente ignorare il problema dei diritti civili a prendere una posizione. Gradualmente queste manifestazioni di disobbedienza crearono nuovo consenso rispetto all’urgenza di porre termine alle discriminazioni razziali.

La genialità di Martin Luther King Jr. fu proprio quella di riconoscere che quegli eventi esplosivi, che mettevano in discussione i limiti percepiti di quello che si considerava possibile, non erano solo delle situazioni occasionali. Con la campagna di Birmingham nel 1963, che aveva l’obiettivo di scardinare la segregazione in quella città, la sua Conferenza sulla Leadership Cristiana del Sud fece lavoro di squadra con gli attivisti nel tentativo premeditato di provocare una crisi pubblica, usando atti sempre più vistosi di resistenza civile per galvanizzare i sentimenti popolari.

I critici dell’ala liberale definirono questa campagna “imprudente e prematura”. Eppure la mossa degli attivisti diede ottimi frutti. Come ha sottolineato lo storico Michael Kazin, le scene tramesse dai canali nazionali della televisione dei cani poliziotto che aggredivano i dimostranti disarmati e la vista degli studenti colpiti dagli idranti durante la marcia “convinsero moltissimi bianchi, per la prima volta, a sostenere la causa della libertà dei neri”. Inoltre queste iniziative furono ampiamente replicate: secondo alcuni conteggi, nel Sud del Paese ci furono quasi mille dimostrazioni nell’estate del 1963, e qualcosa come 20.000 arresti. Secondo lo storico Adam Fairclough, gli eventi di Birmingham e le proteste che ne seguirono trasformarono il clima politico, rendendo accettabile l’applicazione delle leggi sui diritti civili: prima era stato impossibile.

Quando cadono i dittatori

Per buona parte del 20° secolo si è creduto che le proteste nonviolente non potessero avere successo in contesti autoritari: se Gandhi, per esempio, avesse protestato non contro le leggi inglesi in India ma in luoghi come la Germania di Hitler o la Russia di Stalin, sarebbe stato fatto scomparire o sarebbe stato ucciso. Eppure, in parecchi decenni passati le campagne di resistenza civile sono riuscite a prevalere nei confronti di una notevole varietà di regimi anti-democratici e repressivi: dalle Filippine al Cile, dalla Polonia alla Tunisia.

Un esempio drammatico è stato quello della Serbia: a metà degli anni 1990 Slobodan Milosevic, l’uomo forte che aveva governato il paese per dieci anni, e le cui campagne di ‘pulizia etnica’ verso Bosniaci Croati e Musulmani gli avevano valso il nome di “macellaio dei Balcani”, era strettamente saldo al potere. Ma nel volgere di un anno proteste di massa gli fecero perdere il potere, e poco dopo fu sottoposto a giudizio come criminale di guerra. A catalizzare le sollevazioni popolari e a sbalzarlo dal suo posto fu l’attività di un gruppo di giovani chiamati Otpor.

La disobbedienza di Otpor iniziò con azioni spettacolari, spesso piene di ironia, messe a punto per dimostrare che la resistenza era possibile. Per esempio, quando le autorità della città di Novi Sad inaugurarono un nuovo ponte sul Danubio con una cerimonia pomposa (anche se la costruzione era poco più di un ponte di barche), Otpor colse l’occasione per costruire, con altrettanta pompa, un ponte-giocattolo su uno dei laghetti di un parco cittadino. L’iniziativa colse le autorità di sorpresa, incerta tra due opzioni: o arrestare gli autori, rischiando il ridicolo, oppure lasciare che Otpor si prendesse gioco del regime senza conseguenze.

Gli attivisti di questo gruppo, mentre attiravano spettatori divertiti con le loro iniziative, coinvolgevano un numero crescente di persone a seguire corsi di formazione alla resistenza nonviolenta. Alla fine hanno coinvolto decine di migliaia di persone nelle loro reti di associazioni. Nel 2000, quando Milosevic cercò di aggiundicarsi ancora un’elezione, erano pronti. Alleandosi con il movimento dei lavoratori e con i partiti di opposizone, Otpor ha collaborato a lanciare una serie crescente di scioperi e proteste, culminati con una manifestazione di mezzo milione di persone nel centro della capitale, Belgrado, il 5 ottobre, e ha obbligato Milosevic a cedere il potere.

Naturalmente ci possono essere dei limiti a quello che possono fare dei movimenti di massa nonviolenti in situazioni di diffusa repressione. Come dimostra l’esperienza della Primavera Araba egiziana, movimenti improvvisi di ribellione non possono sostituire le esperienze di organizzazione a lungo termine che mirano a costituire istituzioni alternative e offrono alle forze democratiche un sostegno su cui contare nei momenti difficili (come quelli che attualmente sta vivendo l’Egitto sotto il regime militare repressivo).

Nondimeno, rivolte senza armi hanno innescato alcune trasformazioni straordinarie. Due studiose di scienze politiche, Erica Chenoweth e Maria Stephan, hanno compilato una lista di più di 300 lotte contro regimi non democratici, mettendo in evidenza nel 2011 che i movimenti nonviolenti possono ottenere il successo con relativa frequenza. Per coloro che combattono nelle società non democratiche c’è sicuramente un vantaggio nella loro ricerca di trasformazione: la gente non può illudersi di contare su elementi interni alla politica dominante per attivare quanche cambiamento.

Matrimoni gay (2): il terzo esermpio

Per evitare che qualcuno pensi che i cambiamenti che innescano trasformazioni abbiano avuto luogo solo in posti lontani o in tempi remoti, prendiamo il caso del matrimonio gay: un esempio di trasformazionerecente, rapido, completo. A differenza dal caso di Otpor e delle campagne per i diritti civili, i sostenitori del diritto di sposarsi per persone dello stesso sesso non hanno messo in atto pratiche di disobbedienza civile o proteste di massa, anche se qualche eccezione c’è stata: la decisione del sindaco di San Francisco nel 2004 di celebrare il matrimonio di coppie gay a dispetto della legge, oppure le marce su Washington nel 2000 e nel 2009, qualche dimostrazione ecc. Nonostante l’assenza di grandi manifestazioni di massa, il matrimonio gay resta l’ esempio di un cambiamento che è avvenuto a dispetto di tutti i timidi realisti di Washington. Quindici anni fa, come lo scrittore e attivista Marc Solomon faceva notare, “nessuno Stato consentiva a coppie dello stesso sesso di sposarsi, il sostegno al matrimonio gay in tutta la nazione era intorno al 30%, e i politici pensavano che chi voleva occuparsene lo faceva a suo rischio e pericolo. I leaders del movimento, che si impegnavano per far approvare la legge (come Evan Wolfson, fondatore dell’organizzazione “Freedom to Marry”), dovettero impegnarsi moltissimo per provocare uno spostamento significativo nell’opinione pubblica, come strategia per smuovere e trasformare il clima politico. “Non sono impegnato solo a far cambiare una legge – affermò Wolfson nel 2001 – si tratta di cambiare la società”.

Era contrario a puntare solo su concessioni facili, come la condivisione domestica. Voleva invece esporre il problema apertamente, “chiedendo quello che ci meritiamo, raccontando le nostre storie potenti, e coinvolgendo gli alleati raggiungibili. Possiamo andarcene senza aver ottenuto tutto quel che volevamo, ma non dobbiamo scendere a compromessi con noi stessi”. Il movimento si dedicò, come commenta lo storico Josh Zeitz, “a portare avanti una campagna di decenni per conquistare i cuori e le menti della gente”.

E’ interessante notare che la trasformazione avvenne più rapidamente del previsto. Mentre progredivano le campagne a livello centrale, un problema percepito come politicamente rischioso fino a poco prima si trasformò in una crociata a sostegno. Nel 2011 per la prima volta i sondaggi evidenziarono che le opinioni a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso superavano il 50%. I politici improvvisamente dichiararono di essersi ‘evoluti’ sul tema; Hillary Clinton si unì presto al coro, annunciando il suo sostegno, nonostante che nel 2004 avesse dichiarato: “credo che il matrimonio sia non solo un legame, ma un legame sacro tra un uomo e una donna”.

Tra il 2010 e il 2014 più di 12 Stati si unirono alla lista di giurisdizioni in cui era consentito il matrimonio gay. Quando la Corte Suprema fu pronta a emanare nuove leggi su questo tema, la battaglia era già vinta.

Aprire la via a nuove possibilità

La bellezza dei movimenti irrealistici è che mettono in discussione le aspettative consolidate sul futuro politico: questo significa che è difficile prevedere quando e dove nuove espressioni di sfida e di speranza riusciranno a catturare l’immaginazione pubblica. Attualmente ci sono alcuni ambiti in cui gli attivisti stanno sviluppando strategie di profonda trasformazione, con la prospettiva di produrre situazioni di instabilità in grado di ridefinire la percezione pubblica di ciò che è politicamente pratico e necessario.

Due ambiti che potrebbero rivelarsi tali nell’immediato futuro riguardano i diritti dei migranti e il cambiamento climatico.

Una delle storie di maggior successo politico degli ultimi cinque anni è stato l’inaspettato trionfo degli studenti del DREAM Act (Development, Relief, and Education for Alien Minors [3]). Questi giovani immigrati, per lo più provenienti da Paesi latino-americani, chiesero che fossero introdotte delle leggi per fornire stato legale ai figli degli immigranti senza documenti: giovani portati negli USA da bambini, che hanno trascorso gli anni della formazione in questo Paese, e che vorrebbero iscriversi a un College o entrare nell’esercito. In precedenza questi giovani non avevano altra scelta che vivere nell’ombra, con la minaccia di estradizione che pesava sulle loro famiglie. Ma come è avvenuto nel caso degli attivisti per i diritti dei gay, un movimento emergente di ‘sognatori’ (DREAMers) si è fatto avanti, è uscito alla luce: una presa di posizione orgogliosa e politicamente potente.

Blocchi del traffico, manifestazioni di disobbedienza civile nei centri di detenzione, persino dei sit-in di fronte agli uffici che gestivano la campagna elettorale di Obama resero la loro causa talmente visibile che la Casa Bianca non potè più ignorarla. A partire da giugno 2012 il Presidente Obama fece emanare una serie di linee-guida che avrebbero consentito a più di cinque milioni di immigrati, inclusi gli studenti del DREAM Act, a vivere e a lavorare legalmente nel Paese. Inoltre le proteste degli immigrati hanno messo i Repubblicani nella scomoda posizione di fare infuriare i sostenitori dei maggiori diritti dei nativi, oppure di perdere i voti di un serbatoio crescente di elettori.

[…]

Un altro tema sul quale gli attivisti si stanno organizzando in modo particolare, e che potrebbe innescare una improvvisa e rapida trasformazione, è il cambiamento climatico – e davvero è necessario un rivolgimento repentino per vogliamo che la nostra civilizzazione, così come la conosciamo, possa continuare. Si dice spesso che sul cambiamento climatico la lotta da portare avanti è molto più impegnativa rispetto a un problema come quello del matrimonio gay: qui si tratta non solo di modificare gli atteggiamenti culturali, ma di imporre costi economici significativi alle grandi multinazionali e alle élites economiche.

E’ vero che gli ambientalisti stanno facendo quadrato contro una delle compagnie più ricche e potenti del mondo, la Exxon Mobil. Ma la cosa non finisce qui. Secondo il pensare convenzionale c’era la convinzione che gli inglesi non avrebbero mai lasciato l’India, a causa dei profitti generati dal colonialismo. La Gran Bretagna era la maggior potenza mondiale, a quei tempi, ed erano in molti a credere che non se ne sarebbe mai andata dall’India. Ma ecco che, in un mondo in trasformazione, un movimento locale di resistenza riuscì a trasformare la situazione e a riscrivere gli eventi secondo una nuova narrativa.

In futuro tempeste gigantesche, l’aumento del livello del mare lungo molte coste, alluvioni, siccità, onde di calore, incendi: questi e altri disastri ecologici prodotti dal riscaldamento globale costringeranno a spendere miliardi di dollari in proprietà perdute, raccolti andati a male, onde di rifugiati … questo vuol dire che un giorno, in un futuro non così lontano, le economie non saranno più così disperatamente squilibrate.

Coloro che hanno già intrapreso azioni dirette per combattere il cambiamento climatico si sono sentiti ripetere che i loro sforzi non avrebbero avuto successo. Con la stessa frequenza essi hanno smentito gli scettici. L’oleodotto Keystone XL, progettato per portare il petrolio grezzo estratto dalle sabbie bituminose dal Canada fino al Golfo del Messico – che è stato bersaglio di manifestazioni di disobbedienza civile da Washington fino al Nebraska, fino ad Alberta – è stato a lungo dato come approvato dagli analisti della grande industria. Nel 2010 pochi avrebbero predetto che il Presidente Obama avrebbe alla fine emesso un veto sul progetto.

Lo sforzo incessante per convincere istituzioni come le chiese e le università a disinvestire dalle compagnie che gestiscono i combustibili fossili – una campagna sostenuta da proteste internazionali e da occupazioni di campus universitari – era stato deriso come ‘mal gestito’ e ‘completamente inefficace’. Eppure – grazie ai disinvestimenti di qualcosa come 3,4 miliardi di dollari – le imprese coinvolte negli affari petroliferi cominciano ad accusare il colpo, e i dirigenti dei fondi pensionistici ed altri investitori istituzionali stanno ora cercando di capire se ci saranno ritorni redditizi a lungo termine per le compagnie impegnate nel carbone e nel petrolio.

Una generazione ben determinata di attivisti, già sperimentata da queste lotte, aiutata da alleati internazionali, collegata con i movimenti sociali del passato, è ora pronta a trasformare l’estrazione di combustibili fossili in una questione morale, e a lottare per aprire i confini del dibattito politico, affinché l’umanità possa avere la speranza di un futuro decoroso e ragionevole.

Mai prima d’ora l’umanità è stata così totalmente dipendente – per la propria sopravvivenza – da un movimento sociale intenzionato a scommettere su una questione così irrealistica.


Mark Engler è uno scrittore che vive a Philadelphia, ed è membro dell’editorial board di Dissent. Paul Engler è co-fondatore di Momentum Training, che ogni anno offre corsi di formazione a centinaia di attivisti. E’ appena stato pubblicato un loro libro: This Is an Uprising: How Nonviolent Revolt Is Shaping the Twenty-First Century (4) (Nation Books). www.thisisanuprising.org.

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Note

1) Three Times When the World Broke Open — and Two When It Might Again. In Praise of Impractical Movements. Mark Engler and Paul Engler. Posted on March 6, 2016, Printed on March 10, 2016, http://www.tomdispatch.com/blog/176111/

2) si riferisce alla situazione degli USA

4) Questa è una sollevazione. Come la rivolta nonviolenta sta modellando il 21° secolo.

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