E ora dove andiamo?* | Gianni D’Elia


Le coste del Mediterraneo si dividono in due,
di partenza e di arrivo, però senza pareggio:
più spiagge e più notti d’imbarco, di quelle di sbarco,
toccano Italia meno vite, di quante salirono a bordo.
A sparigliare il conto la sventura, e noi, parte di essa.
Eppure Italia è un parola aperta, piena d’aria.

Erri De Luca


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Mezzaluna nel cielo stellato dell’8 marzo. Alle ore 5,10 a sud di Lesbo, di fronte alla costa turca, arriva un canotto sulla spiaggia. Tra le circa 50 persone a bordo c’è una signora con i suoi 5 figli.

E’ partita circa tre ore prima dalla Turchia. I profughi salutano alzando le braccia in lontananza, scatta l’applauso delle decine di volontari che li aspettano a riva. La signora proviene da Aleppo e dopo aver trascorso tre mesi in un campo profughi al confine tra Turchia e Siria è riuscita ad ottenere il passaggio sul canotto al costo di 6000 euro per tutta la sua famiglia. Primi soccorsi da parte dei volontari: cambio abiti eventualmente bagnati, coperte termiche per chi ha freddo, caffè, aiuto nel trasporto dei bambini e dei bagagli, sostegno agli anziani ecc. Circolano emozioni contrastanti. La signora siriana e i suoi bambini sembrano ancora impauriti ma anche felici di essere arrivati, lei si volta verso la Turchia. Qualcun altro scatta una foto al mare. Un signore dice in inglese che di là (Turchia o Siria) ha solo pianto. Ringrazia i volontari. Provo rabbia per la situazione ma allo stesso tempo, gioia. Fotografi e giornalisti in azione, forse troppi ma tant’è lo spettacolo tragico delle migrazioni, della guerra, della miseria.

Va avanti così a Lesbo da mesi, non tutti i giorni ma quasi. Dopo quel canotto altri 5 che inseguiamo, uno appresso all’altro, in altre spiagge limitrofe. In quella stessa notte e mattinata altri 20 sbarchi, circa 1000 persone, alcuni seguiti da altri gruppi di volontari. Alcuni canotti sono recuperati dalla guardia costiera greca. C’è efficienza nelle azioni delle diverse organizzazioni nel segnalare e raggiungere l’arrivo delle barche. Lucrosi affari per i trafficanti, spine per le istituzioni europee, domande sul ruolo del volontariato tra solidarietà e impegno politico.

Seguiamo ancora un attimo il percorso della signora di Aleppo e dei suoi 5 figli. Dopo il primo soccorso in spiaggia la signora viene trasportata dal bus dell’UNHCR all’hot spot dell’isola per il l’identificazione e le prime pratiche per il riconoscimento della protezione umanitaria. A questo punto la famiglia, dal momento che proviene dalla Siria, verrà sistemata in un campo profughi dove si fermerà 2 giorni. A Lesbo abbiamo visitato 4 campi di diverse dimensioni e funzioni.

Stessa sorte per gli iracheni, gli afghani, e se non ricordo male, anche per gli iraniani. Se invece provieni dal Pakistan (ce ne sono tantissimi), dal Bangladesh, dal Marocco, dalla Tunisia o dall’Algeria il tuo gioco dell’oca finisce molto presto perché, dopo un periodo più lungo di permanenza sull’isola, molto probabilmente vieni riportato in Turchia e cioè al punto di partenza. Un ragazzino pakistano mi dice appunto, che qualche giorno prima in bus, hanno riportato indietro circa 150 connazionali.

Rivediamo la signora di Aleppo e i suoi figli in attesa della partenza del traghetto per Atene. Lunghe file di persone con i loro grossi e disordinati bagagli. Anche qui i volontari cercano di distribuire coperte, grandi borse, cibarie varie e incoraggiamenti. Si intravede negli occhi dei profughi una luce particolare di speranza, di attesa ma anche di malinconia. Ci pensa un poliziotto a rompere l’atmosfera della scomposta folla urlando di stare in ordine e in fila. La famiglia siriana arriverà ad Atene dove troverà altre migliaia di connazionali, o di altri paesi dell’area, raccolti nello stadio, nell’ex aereoporto, in ogni struttura di fortuna possibile, anche per strada.

Ad Atene la signora lancerà il dado e potrebbe essere che prosegua il suo percorso per Idomeni al confine con la Macedonia dove troverà altre 13 mila persone che non possono più proseguire e in condizioni di vita al limite dell’umano. Oppure, stara’ ferma ad Atene ed attendere altre rotte.

Le tappe future sono solo ipotesi. Girava voce, qualche giorno fa, che tutti i profughi fermi ad Idomeni e ad Atene, sarebbero stati sistemati in grandi campi profughi costruiti in Grecia oppure, riportati in Turchia. Altri parlavano di possibili nuove rotte ( es. quella albanese?): diversi trafficanti, nuove istituzioni, regole e approdi.

Non ci resta che salutare la nostra signora di Aleppo e si suoi 5 figli in partenza per Atene. Augurare, a lei e ai suoi bambini, una buona vita nonostante tutto. Nonostante la guerra insensata che l’ha costretta partire. Nonostante i muri e fili spinati che l’Europa ha alzato (e non da ora) e che rende difficile, se non impossibile, il cammino di tanti come lei.

La nave parte e così il nostro gruppetto torna ad Attika, un grande magazzino dove insieme ad altri volontari provenienti da diverse parti del mondo, sistemiamo negli scatoloni le donazioni che arrivano copiose: scarpette, calzini, pigiami, stivali, giacche ecc. per donne, uomini e bambini. Scatoloni che si porteranno nei campi di accoglienza di Lesbo, ad Atene e ad Idomeni. Termina la giornata con lunghe discussioni e ottimi cibi greci in una taverna a Mytilini dove la vita sembra scorrere parallela a quella dei migranti. Tocca a ciascuno cercare incroci dove la nuda vita e la giustizia arriveranno a più umanità.

Queste sono alcune delle cose che ho potuto toccare e osservare nella scorsa settimana grazie al lavoro della ong UN PONTE PER… con il sostegno della UIL.

Da circa un mese sull’isola si alternano, ogni settimana, gruppi di 4 volontari coordinati da un giovane che, permanente sull’isola, organizza con disponibilità e perizia, le settimane di presenza a Lesbo in collegamento con tutte le altre organizzazioni internazionali che operano sull’isola.

Rivalta di Torino, 15 marzo 2016

* (titolo del film di Nadine Labaki)

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