Humus. Diario di terra | Recensione di Dario Cambiano


cop_bonavita_HUMUS-med 300Bianca Bonavita, Humus. Diario di terra, pentàgora, Savona 2015, pp. 122, € 10,00

Recensione in forma di lettera all’autrice

Gentile signora Bonavita,

le scrivo per parlarle del suo libro. Ho avuto dal nostro Centro Studi Sereno Regis di Torino il compito di recensirlo, e, a differenza di quanto normalmente fanno i recensori, l’ho letto tutto. Lei ci parla – con uno stile meravigliosamente dolente, degno davvero della prosa di chi lei cita sovente (Virginia Woolf) – del suo esilio in campagna, del suo aver ritrovato lo scorrere delle stagioni, i cicli della natura, la crescita e la morte della vegetazione.

Un libro molto intenso, consapevole di quanto ci siamo allontanati dalla natura, nostra madre. Così consapevole che, a pagina 94-95, svela l’errore primigenio, quell’aver voluto, 11000 anni fa, fermare l’errare umano per fermarsi a coltivare la terra, rinunciando a vivere delle offerte spontanee della natura per forzarla a produrre per noi. Questo ha dato origine a questa nostra società, ormai così decaduta, corrotta, insensibile. Lei lo descrive benissimo. Pure troppo.

Perché nel suo libro non c’è una sola parola felice, e questo mi ha rattristato molto. Per prima cosa perché la Natura è sempre fonte di gioia, e non tollera sguardi mesti. Quando vado nei boschi, quando zappo il mio pezzettino di terra, ritorno gioioso come un bambino, vivo il momento e benedico questa meravigliosa possibilità. Si, è vero, diecimila anni fa abbiamo fatto una cazzata, oggi abbiamo costruito una società a misura di macchina, tra quattro miliardi di anni il sole si spegnerà… ma intanto ADESSO c’è il sole, ADESSO c’è un germoglio che ha bisogno della nostra cura, ADESSO ci sono le sue amate rondini, che al massimo riescono a strapparle uno «straziato» sorriso.

Sono affranto per lei, signora Bonavita. Lei scrive in modo mirabile, lirico, profondamente umano. Non riesco a credere che non riesca a vedere altro che morte e «putridume». Tornerò in campagna, tornerò tra i boschi, e le manderò un pensiero gioioso. Noi, qui al Sereno Regis, cerchiamo di vedere le possibilità creative che ancora ci sono, cerchiamo di vedere il «mezzo pieno» che incoraggia a crescere, a rimediare agli errori, a fare di ogni conflitto una opportunità di crescere.

E, se dovremo estinguerci anzitempo… be’, la lascio con un famoso racconto zen:

un uomo era inseguito da due tigri. Cadde in un dirupo, e si avvinghiò a una radice che sporgeva dal terreno. Una tigre lo minacciava dall’alto, l’altra lo aspettava in basso. Accanto a lui l’uomo vide un ciuffetto verde: tra le sue foglie c’era una tenera fragola. La mise in bocca: che bontà!

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