Cinquant’anni fa: processo a un obiettore cattolico | Marco Labbate


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22 febbraio 1966. L’aula magna del tribunale militare di Roma è gremita. Il fatto è insolito: i processi militari attirano raramente una tale affluenza di pubblico da necessitarne l’apertura. In quell’aula, ventotto anni prima, era stato condannato a diciannove anni di reclusione il generale Rodolfo Graziani per «collaborazionismo con l’alleato tedesco», non per le stragi compiute in Libia ed Etiopia, con l’attenuante di aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale. In seguito a vari condoni, quattro mesi dopo Graziani sarebbe tornato in libertà. Quel giorno invece a comparire davanti ai giudici militari è la perfetta antitesi umana di uno dei più efferati protagonisti del ventennio fascista: un obiettore di coscienza cattolico, Fabrizio Fabbrini, che per la sua posizione di coscienza sarebbe stato condannato dalle autorità militari a un anno e otto mesi, senza ovviamente l’attenuante – quasi mai riconosciuta agli obiettori – di aver agito per motivi di valore morale e sociale.

Quello di Fabrizio Fabbrini fu, dopo i giudizi a Pietro Pinna e Giuseppe Gozzini, il terzo grande processo a un obiettore nell’Italia repubblicana. Diversi furono i motivi che suscitarono l’ampia risonanza. In primo luogo contribuì il clima che spirava allora attorno all’obiezione di coscienza. Seguiva di un paio di mesi il pronunciamento conciliare della «Gaudium et spes», nella quale la Chiesa cattolica sanciva, per la prima volta, un riconoscimento ufficiale dell’obiezione di coscienza. Inoltre pochi giorni prima si era conclusa, con una fragorosa assoluzione, il primo grado del processo a don Lorenzo Milani e al direttore di «Rinascita» Luca Pavolini per la lettera ai cappellani militari che aveva messo in fibrillazione Firenze e Roma e tutto il mondo cattolico. Infine il processo di Fabbrini avveniva in mezzo ad altre obiezioni di coscienza, non provenienti da testimoni di Geova, susseguitesi a pochi mesi una dall’altra, con una frequenza che non si era più vista dopo il 1950: quella di un altro cattolico, Giorgio Viola, di un anarchico, Ivo Della Savia, di un socialista-libertario, Antonio Susini. Aleggiava allora, anche al di fuori dell’ambiente pacifista, l’illusoria sensazione di trovarsi in prossimità dell’approvazione di uno statuto dell’obiettore, soprattutto dopo un intervento della Commissione Affari Costituzionali della Camera che ne aveva sancito la costituzionalità.

Al contesto si aggiungeva il particolare rilievo che l’obiezione di coscienza di Fabbrini ebbe per la singolare modalità con cui si svolse. Fabrizio Fabbrini, assistente di istituzione di diritto romano alla Sapienza e fondatore del circolo «Ozanam», era una figura dal prestigio intellettuale riconosciuto. Tra i fondatori della sezione italiana del Mir, era noto il suo impegno a favore del riconoscimento dell’obiezione di coscienza fatto di numerosi scritti, libelli, riflessioni teologiche che avevano riscosso l’attenzione degli ambienti pacifisti. In aprile una sua lettera aperta a Paolo VI, nella quale aveva chiesto al pontefice di puntualizzare un intervento da lui tenuto davanti ad alcuni militari belgi, percepito da diversi giornali come una condanna dell’obiezione di coscienza, era stata pubblicata su diverse testate a tiratura nazionale. Al momento della sua obiezione stava lavorando ad una collettanea di documenti sui cattolici e l’obiezione di coscienza in Italia, pubblicata nello stesso 1966 con il titolo Tu non ucciderai, tuttora uno dei più importanti lavori sul tema.

In secondo luogo egli aveva presentato la propria obiezione dopo aver svolto quasi per intero il proprio servizio militare, dieci giorni prima del termine, recandosi appositamente alla caserma dei carabinieri Montezemolo, anziché al proprio comando, per evitare un congedo anticipato che mettesse a tacere il suo gesto. Una mitologia pacifista, in seguito piuttosto diffusa, fece di quell’atto una risposta voluta all’accusa di viltà mossa dai cappellani militari. In realtà Fabbrini confermò sempre di aver tentato di obiettare fin dall’inizio, ma di aver dovuto rinunciare per evitare che una persona a lui cara subisse spiacevoli conseguenze. Dalle autorità militari e in particolare dal pubblico ministero Spallacci, la scelta venne avvertita invece come un’esibizione provocatoria e premeditata che si tradusse, unico caso nella storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare, in quattro capi di imputazione: attività sediziosa, istigazione a commettere reati militari, insubordinazione continuata con ingiurie, disobbedienza aggravata. A parte l’ultima che riguardava specificamente l’obiezione di coscienza, le altre imputazioni furono rinvenute in una lettera scritta da Fabbrini ai suoi comandanti, nella quale, alla maniera di don Milani, spiegava il significato del proprio gesto.
Il processo si svolse lungo tre udienze, occupando ben dieci giorni, un’anomalia in atti che si caratterizzavano per la rapida ritualità. Nonostante l’atteggiamento comprensivo del presidente della Corte, cosa che suscitò le proteste dei missini in Parlamento, la condanna definitiva fu una delle più dure mai comminate da un tribunale militare. Fabbrini riuscì tuttavia a uscire dal carcere pochi mesi dopo, per l’amnistia e l’indulto previsti in occasione del ventennale della Repubblica. Egli avrebbe rifiutato la prima perché non fosse cancellato il reato, ma avrebbe usufruito del secondo, irrinunciabile. Il gesto risultò tuttavia carico di conseguenze professionali, gli costò infatti il ruolo assunto in precedenza all’università e l’esame per la libera docenza, al quale mancavano due mesi. A permettergli il proseguimento della sua carriera universitaria sarebbe intervenuto Giorgio La Pira (che anche da sindaco di Firenze aveva preso posizione a favore dell’obiezione di coscienza), che due anni dopo lo assunse come assistente presso la sua cattedra all’università di Firenze.

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