26. Democrazia partigiana | Pietro Polito


massimo_mila01gCome ha scritto esemplarmente Massimo Mila (Torino 1910 – ivi 1988) “Dietro la nostra resistenza, dietro la resistenza di tutti i popoli oppressi e ribelli al nazismo, sta una forza spirituale che chiamiamo cultura”.

Mila non si considerava né un uomo politico né uno storico della politica. Egli amava essere considerato uno storico della musica. Eppure Mila, antifascista, arrestato nel 1935 e condannato a 7 anni di carcere, durante i venti mesi della guerra partigiana commissario politico delle bande di “Giustizia e Libertà”, è stato un formidabile scrittore civile.

Come ognuno può vedere scorrendo il volume Scritti civili, a cura di Alberto Cavaglion, con una nota di Giulio Einaudi, Torino 1995. La citazione iniziale è tratta da questo volume ed si inserisce nella polemica tra Mila ed Elio Vittorini sulla efficacia e inefficacia della cultura. Negli Scritti civili sono raccolti contributi sul fascismo e la resistenza, scritti autobiografici, ricordi, ritratti di educatori, moralisti astratti, sapienti, uomini di ferro: Augusto Monti, Leone Ginzburg, Giaime Pintor, Michele Giua, Franco Antonicelli, Primo Levi, Riccardo Bauer.

A Mila si deve “un curioso cimelio: una specie di breviario di democrazia spiegata al popolo, ad uso dei miei partigiani che avevano al riguardo idee un po’ strane”. Così egli si esprime in una lettera a Bobbio del 20 ottobre 1985. Al filosofo che gli domandava quali fossero le fonti del suo pensiero, in un’altra lettera del 1 novembre risponde: “l’ho scritto come se fosse una poesia, inventandomi tutto di sana pianta. La spinta mi veniva dalle discussioni coi miei partigiani, che in fatto di democrazia nutrivano opinioni piuttosto selvagge. Per loro si trattava di vincere la guerra allo scopo di impiantare un fascismo con segno rovesciato” (cfr. N. Bobbio,

La mia Italia, a cura di P. Polito, Passigli, Firenze 2001, pp. 319 e 321).

Il “breviario” di Mila, stampato clandestinamente dalle “Edizioni del Comando delle Formazioni G e L” e ora inserito in appendice agli Scritti civili (pp. 363-376), è una perfetta sintesi della concezione azionista della democrazia. La democrazia partigiana (la formula è mia) è il fine della “gigantesca guerra che oggi si combatte nel mondo”; questa non è una “guerra di Nazioni”. I confini della democrazia partigiana non coincidono con le frontiere nazionali: “noi, partigiani, sentiamo un fratello nel tedesco anti-hitleriano ed un nemico mortale nell’italiano fascista”.

La guerra partigiana è “una guerra di religione, una guerra nella quale si trovano contrapposti due modi di concepire la vita dell’uomo e la natura dello Stato. […] La guerra che oggi combattiamo, mira, per parte nostra, al conseguimento di due scopi supremi, sintetizzati nelle formule: libertà politica e giustizia sociale”.

Quale democrazia?

Per democrazia, risponde Mila, “intendiamo la partecipazione attiva e concreta dell’intero popolo al governo del Paese”. La democrazia, quella diretta nei piccoli Paesi, quella parlamentare nei paesi più grandi si è dimostrata finora, il mezzo migliore per assicurare la libera espressione della volontà politica”. A nulla è valsa e vale la “propaganda fascista”, la “valanga di insulti” a cui essa è stata sottoposta, né i limiti, gli inconvenienti pur riscontrabili nella pratica della democrazia (tra questi uno dei più ricorrenti nella polemica antidemocratica di tutti i tempi è la reale o presunta lentezza nelle decisioni): ad oggi “non si è trovato di meglio per salvaguardare la libertà politica”. Per contro i vantaggi ascritti al “cosiddetto «governo forte»” (per esempio la continuità e la solidità del potere) “si risolvono in una fregatura per il popolo e in un incremento del nazionalismo”.

Con una bella immagine Mila raffigura lo Stato, si intende lo Stato democratico, come “un treno dove il cittadino sale pagando il suo biglietto, ed ha quindi tutto il diritto di esser portato dove vuole lui, e non dove fa comodo al manovratore”.

Ai suoi partigiani Mila spiega che il fine della Resistenza non è la vittoria di una parte, di una corrente, di un partito che sovrasta, sconfigge, elimina gli altri, ma è la democrazia vale a dire creare le condizioni a “tutte le tendenze politiche del paese, tutte le opinioni diverse”, di esprimersi e di concorrere in una libera dialettica alla soluzione dei vari problemi che riguardano la vita nazionale. Questa è la differenza fondamentale tra il regime democratico e il regime fascista. In ogni regime totalitario il Parlamento in realtà è un “teatro dei burattini”, come il burattinaio il Governo tira i fili e le marionette hanno solo il compito di battere le mani. Mila fa l’elogio delle “discordie”, delle “dissenzioni”: “solo attraverso la presenza degli avversari politici del governo le istituzioni parlamentari possono garantire un efficace controllo sull’operato del Governo stesso”.

Mila pone al centro della sua riflessione “il principio fondamentale della libertà politica, che si chiama la separazione dei poteri”. Per fare intendere ai suoi partigiani la differenza tra potere esecutivo e potere legislativo, Mila ricorre all’immagine dell’automobile. La guida viene affidata al conducente perché l’automobile non può essere guidata da tutti i viaggiatori. E il guidatore (potere esecutivo) viene scelto dai viaggiatori (potere legislativo) che hanno il diritto (e il potere) di cambiarlo se non rispetta l’itinerario stabilito o se ci si accorge che non sa guidare. Il nazismo e il fascismo sono stati storicamente “un terribile esempio di sopraffazione del potere legislativo ad opera del potere esecutivo”. Sviluppando la metafora, Mila scrive: “l’autista aveva preso la mano sui viaggiatori. Pagavamo il biglietto del viaggio e sempre più caro, ma non per andare dove volevamo, bensì dove ci trascinava un macchinista ubriaco od impazzito”.

Passando ad esaminare la separazione tra potere esecutivo e potere giudiziario, Mila insiste sull’indipendenza della magistratura come precondizione necessaria per il buon funzionamento della democrazia. L’obbligo del tesseramento al partito e l’istituzione del Tribunale Speciale per giudicare i reati politici sono due degli aspetti più odiosi che attestano la natura antidemocratica del fascismo.

Alle due forme classiche di separazione dei poteri Mila ne aggiunge una terza (si rammenti che il suo “breviario” è del 1944) , quella tra potere economico e potere politico, che è “determinata dall’enorme importanza che in questi ultimi tempi sono venuti acquistando i processi della produzione nello Stato moderno”. La storia successiva delle democrazie contemporanee sta lì a dimostrare quanto Mila sia stato preveggente affermando che “in uno Stato nel quale tutte le leve della produzione e dell’economia fossero nelle mani del Governo, quest’ultimo verrebbe praticamente a godere dell’onnipotenza più assoluta e dittatoriale, anche in barba alle istituzioni parlamentari e rappresentative”. La concentrazione del potere economico aumenta le disuguaglianze e riduce le libertà, è “un mezzo per lo sfruttamento del proletariato, ma anche un reale pericolo per la libertà politica, la quale va tutelata non solo contro lo Stato, ma anche, e più contro i privati”.

La democrazia partigiana che avrebbe dovuto venire dopo il fascismo per Mila consiste nella “reintegrazione del potere legislativo”, nella “restituzione dell’indipendenza al potere giudiziario”, nella “riduzione del potere esecutivo nei suoi giusti limiti”, nel contenimento del potere economico rispetto al potere politico. Nella democrazia partigiana, il Governo non è il «padrone» del popolo; ma il governo, con tutte le sue diramazioni burocratiche, è il «servitore» del popolo”.

Riprendendo il titolo di uno straordinario libro di Lelio Basso, la democrazia partigiana restituisce lo scettro al Principe, i cittadini, che “sono l’autista di quella gran macchina di cui noi siamo i passeggeri: lo Stato”.

2 Risposte a “26. Democrazia partigiana | Pietro Polito”

    • Caro Giangiacomo,
      grazie. Mila invoca la pena di fronte alla recrudescenza del terrorismo. Se la tua domanda implicita è: come si concilia con la democrazia partigiana, ti confesso che ne sono turbato quanto te.
      Pietro.

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