La scelta gandhiana: una via da percorrere per un’India sempre più instabile? | a cura di Elena Camino


27 febbraio 2016 – note e traduzioni di Elena Camino

Il gigante si risveglia?

L’India, la grande assente, di cui i nostri giornali e media parlano poco o niente … Nonostante il ‘peso’ in termini di popolazione (1 miliardo e 321 milioni, poco meno della Cina) e in termini di emissioni complessive con effetto serra (nella tabella i dati del 2014), questo grande Paese è stato finora poco considerato dal pubblico italiano – forse anche da quello europeo.  swaraj_01

Dell’India si parla per dare notizie dei nostri contractors, trattenuti ormai da anni dai tribunali indiani; oppure per segnalare l’ennesimo caso di violenza contro le donne. Ma poco trapela dello stato di ‘guerra interna’ che da decenni ormai è presente in molti stati indiani, soprattutto nella fascia centrale del Paese, dove sono concentrate le maggiori riserve minerarie, le residue foreste, e i più grandi insediamenti di comunità indigene. L’India nel periodo 2011-2015 è stato il principale importatore di armi: ne ha acquistato il 14% del totale, a fronte del 4,7% della Cina e dal 3,6 dell’Australia. (http://www.sipri.org/media/pressreleases/2016/at-feb-2016).

Crisi di democrazia, distruzione di ecosistemi

Solo nelle ultime settimane sono comparsi su alcuni giornali italiani alcuni articoli che segnalano la presenza di ‘agitazioni’ in India: il governo è intervenuto ordinando l’arresto di Kanhaiya Kumar, presidente dell’associazione di studenti della prestigiosa università Jawaharlal Nehru a New Delhi, accusandolo di attività sediziose. L’azione della polizia ha suscitato una forte reazione: migliaia di studenti e insegnanti di vari colleges e università in tutto il Paese hanno organizzato manifestazioni di protesta, e si è acceso un dibattito pubblico sui confini tra dissenso democratico e attività sediziose.

swaraj_02Queste proteste stanno portando alla luce un nodo cruciale dell’attuale governo indiano che, guidato da Narendra Modi, sta moltiplicando e accelerando le scelte liberiste che privilegiano la fascia più ricca della popolazione, e sta esasperando i conflitti tra hindu e musulmani. Le scelte di Modi sono molto pericolose, perché aumentano il divario tra gruppi sociali, sottraendo risorse naturali e ricchezze economiche ai più deboli per darle ai più forti, alimentando il malcontento che finora si è espresso solo in parte in forma violenta. Mentre la lotta armata dei Naxaliti viene segnalata occasionalmente dagli organi di stampa internazionali, ben poco si sa delle migliaia di forme di resistenza nonviolenta che ormai da decenni piccole comunità di contadini, pescatori, abitanti delle foreste stanno conducendo per difendere i loro spazi di vita e le loro risorse dall’attacco del ‘progresso’1: miniere, dighe, aeroporti, impianti industriali, centrali termiche e nucleari che, con il sostegno del governo Modi e realizzate da imprese multinazionali, vengono costruite in aree che per centinaia o migliaia di anni sono state abitate da popolazioni locali (quelle che Gadgil e Guha chiamavano, già sul finire del ‘900, ‘il popolo dell’ecosistema’2) che ne hanno preservato l’integrità e dalle quali attingono per la propria sussistenza.

Sono stati in molti, dal momento in cui l’India è diventata indipendente, a decretare la morte del pensiero di Gandhi. Non solo i politici, che hanno rinnegato fin dall’inizio la prospettiva gandhiana, trasformando ben presto il Paese in una delle maggiori potenze armate del mondo; anche gli economisti indiani ‘mainstream’, trascurando il prezioso contributo di Joseph Kumarappa3 hanno contribuito a distruggere l’economia di villaggio, che caratterizzava la società indiana. Forse più di tutti, a trasformare l’India in un paese iniquo, instabile e sempre più povero di risorse naturali, è stato il ceto medio urbanizzato: un numero molto alto di cittadini indiani (tra 350 e 400 milioni di persone) ha raggiunto condizioni di vita di notevole benessere, a spese della massa di persone (700 milioni!) sempre più impoverite: contadini e popolazioni indigene privati della terra, costretti a migrare nelle grandi città a vivere sui marciapiedi.

La visione di Gandhi: equità e nonviolenza

Ma il pensiero di Gandhi è ancora vivo, anzi: di fronte alle tragedie del nostro tempo le sue parole diventano più comprensibili, acquistano un significato nuovo, offrono prospettive concrete di cambiamento. La violenza contro di sé, contro le altre persone, contro la natura che ci ospita porta a sofferenze crescenti per un numero sempre più grande di soggetti (persone, altri viventi, ecosistemi…). Le migrazioni di milioni di persone, il degrado ambientale di vaste aree del pianeta ne sono testimonianza. Gandhi aveva segnalato con parole semplici, più di cento anni fa, che viviamo in un mondo limitato: la crescita infinita che ancor oggi ci viene prospettata è un inganno: “Sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti, ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi”.

Gandhi indica la via della nonviolenza come la via più coerente e razionale per conseguire la pace: Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra il mezzo e il fine vi è appunto la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l’albero”.

In un breve ma denso libro “Hind Swaraj” pubblicato nel 1909 Gandhi spiega che cosa intende con il termine swaraj: esso significa, a livello personale, autogoverno individuale, capacità di autocontrollo e di dominio di sé, caratteristiche che devono essere proprie di ogni resistente nonviolento; in secondo luogo lo swaraj è conquista collettiva, libertà politica nazionale: secondo Gandhi lo swaraj individuale è premessa e condizione di quello collettivo, perché “la libertà esterna è proporzionale alla libertà interiore4

Ebbene, la visione di Gandhi, dopo più di un secolo, si sta traducendo in iniziative che dappertutto nel mondo vedono coinvolti soggetti variegati, impegnati in azioni di resistenza nonviolenta contro le ingiustizie e le violenze. Nel grafico qui sotto sono illustrate varie forme di azione per la giustizia ambientale: i dati sono stati elaborati sulla base dei dati riportati nell’Atlante EJOLT5 (aprile 2015) dagli Autori dell’articolo Is there a Global Environmental Justice Movement?6. Gli Autori non nominano Gandhi, né la parola nonviolenza: tuttavia leggendo nel grafico le tipologie di azione prese in considerazione si riconoscono molte delle strategie indicate da Gandhi e utilizzate poi nel corso del ‘900 da numerosi gruppi che hanno scelto la via della nonviolenza.

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Ecco la traduzione delle ‘voci’ presenti nel grafico: in rosso ho indicato le forme che vengono solitamente considerate violente: sono 4, rispetto alle 22 forme di dissenso/resistenza nonviolenta.

  • Proteste ufficiali, petizioni

  • Campagne pubbliche

  • Manifestazioni e marce

  • Sviluppo di reti e di azioni collettive

  • Coinvolgimento di ONG nazionali e internazionali

  • Attivismo espresso tramite media e voci alternative

  • Denunce, cause portate in tribunale, attivismo giuridico

  • Produzione di report con notizie e informazioni alternative

  • Obiezioni alla Valutazione di Impatto Ambientale

  • Elaborazione di proposte alternative

  • Ricerca partecipativa basata sulla comunità

  • Prospettive basate sui diritti di MadreTerra

  • Appelli alla valutazione economica..

  • Occupazione di terre

  • Scioperi

  • Occupazione di edifici e spazi pubblici

  • Non-partecipazione a procedure ufficiali

  • Danneggiamenti, incendi dolosi

  • Consultazioni locali e referendum

  • Azioni artistiche e creative

  • Scioperi della fame e auto-immolazioni

  • Sabotaggi

  • Attivismo finanziario

  • Minaccia di usare le armi

  • Rifiuto delle compensazioni

  • Boicottaggio delle Compagnie / dei prodotti

Il pensiero gandhiano: dalla teoria all’azione

In India alcuni studiosi hanno espresso in modo esplicito la loro affiliazione al pensiero gandhiano, in un articolo pubblicato dal Transnational Institute nel gennaio 2016: Movimenti e organizzazioni locali stanno utilizzando l’antico concetto di “swaraj”, o auto-governo, per diffondere una forma radicale di democrazia ecologica in India7.

Riporto qui di seguito la traduzione di alcune parti di questo articolo.

Testimonianze di democrazia

  • Il nostro governo sta a Mumbai e a Delhi, ma siamo noi il governo nel nostro villaggio (il villaggio di Mendha-Lekha, Maharashtra).
  • Queste colline e foreste appartengono a Niyamraja, sono alla base della nostra sopravvivenza, ci danno da vivere: non permetteremo a qualche compagnia di portercele via (gli adivasi [popoli indigeni] Dongria Kondh, Odisha).
  • I semi sono il cuore della nostra identità, della nostra cultura, dei nostri modi di vivere. Sono la nostra eredità: nessuna agenzia governativa, nessuna multinazionale può averne il controllo (Donne Dalit della Deccan Development Society, Telangana).

Tre affermazioni espresse da gente ‘ordinaria’ in luoghi diversi dell’India suggeriscono che ci siano le basi per una ristrutturazione radicale delle relazioni politiche, e un significativo approfondimento della democrazia.

Il villaggio Mendha-Lekha, nello Stato del Maharashtra,ha una popolazione di circa 500 persone, che appartengono alla comunità tribale dei Gond. Trent’anni fa hanno adottato il principio di prendere le decisioni per consenso all’interno dell’assemblea di villaggio. Non permettono a rappresentanti del governo né a politici di prendere decisioni a loro nome, né a un capo-villaggio di esprimersi senza l’approvazione e il consenso dell’intera assemblea. Questa modalità fa parte di una campagna per auto-governo dei tribali che si sta diffondendo in alcune zone dell’India, anche se fino ad ora siano pochi i villaggi che sono stati in grado di conseguire il completo “swaraj”.

Negli anni 1980 le proteste organizzate in opposizione al progetto di costruzione di una grande diga che avrebbe obbligato gli abitanti di Mendha-Lekha e di molti villaggi vicini ad abbandonare le loro terre resero evidente l’importanza della mobilitazione locale. In seguito a quelle proteste il villaggio ha potuto conservare 1.800 ettari di foresta, e di recente ha visto riconosciuto il diritto a usare, gestire e proteggere quest’area, grazie al Forest Rights Act del 2006, che ha posto fine centinaia di anni di colonialismo. La comunità è attualmente in grado di soddisfare le necessità di sussistenza (cibo, acqua, energia), e ha intrapreso una coltivazione sostenibile di bambù.

Nel 2013 tutti i proprietari di terre hanno deciso di mettere in comune i terreni, rifacendosi a una consuetudine resa ufficiale nel 1964, il Gramdan8 Act, ma ormai poco praticata. Le decisioni all’interno del villaggio sono prese in base alle informazioni raccolte dagli abhyas gats (circoli di studio) su varie problematiche, in cui gli abitanti del villaggio confrontano la loro conoscenza e saggezza con le conoscenze delle organizzazioni della società civile, degli studiosi, e dei rappresentanti del governo che hanno un atteggiamento rispettoso nei confronti della visione del mondo della comunità locale.

Nel Distretto di Udaipur, in Rajasthan, molti villaggi, con la collaborazione di organizzazioni della società civile, hanno prodotto un dettagliato inventario delle risorse locali, hanno messo a punto dei progetti, e si sono mobilitati per assicurarsi che i fondi assegnati dal governo vengano impiegati in linea con le loro priorità. Azioni analoghe sono in corso anche in altri villaggi, in Maharashtra, Gujarat e in altri stati.

Queste sperimentazioni a livello di villaggio hanno dei paralleli in aree più urbanizzate. Nello Stato del Nagaland una iniziativa governativa chiamata “communitization9” ha affidato a comunità di villaggio o di quartiere alcuni processi decisionali che riguardano la salute e l’educazione (per esempio l’assegnazione e lo stipendio degli insegnanti).

Città come Bengaluru e Pune stanno esplorando la possibilità di avviare bilanci partecipativi, e consentono ai cittadini di orientare i bilanci ufficiali in base alle loro priorità. Questa strategia ha incontrato finora molte difficoltà e ostacoli, soprattutto da parte delle élites locali, tuttavia molti gruppi della società civile vedono questo processo come un passo avanti verso la decentralizzazione del potere politico.

Queste iniziative di riconfigurazione e ricostruzione si accompagnano a una tendenza ugualmente evidente di resistenza nei confronti delle scelte poltico-economiche dominanti. La seconda citazione all’inizio di questo articolo proviene da una comunità di adivasi (= popoli indigeni), i Dongria Kondh, che abita da tempi antichi un’area che è diventata qualche anno fa oggetto di interesse di una multinazionale con base in UK, la Vedanta, che intendeva avviare proprio in quel territorio gli scavi di una miniera di bauxite.

I Dongria Kondh misero subito in luce il fatto che quelle colline erano un territorio sacro per loro, ed era anche indispensabile alla loro sopravvivenza fisica e alla loro esistenza culturale. Quando lo stato diede alla Vedanta l’autorizzazione a iniziare gli scavi i Dongria Kondh, sostenuti da associazioni della società civile, portarono il problema a diversi livelli del governo, e persino agli azionisti della Vedanta a Londra.

La Corte Suprema indiana ha stabilito chel’occupazione del luogo – in quanto di importanza culturale per i Dongria Kondh – richiedesse l’approvazione della comunità coinvolta: si è trattato di una sentenza cruciale, che stabilisce il diritto di consenso (o di rifiuto) delle comunità coinvolte: qualcosa di simile alla richiesta (attualmente formalizzata nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni) di ottenere il consenso libero e informato per ogni iniziativa che riguarda gli ambienti di vita delle comunità indigene.

Linee di frattura nella democrazia indiana

Esperimenti che tentano di progettare un futuro nuovo – come quello sopra delineato – si devono confrontare con un sistema di potere fortemente radicato in India. A livello nazionale le disuguaglianze stanno aumentando: il 10% dei più ricchi possiede il 75% della ricchezza; I super–ricchi (l’1% della popolazione) possiedono metà della ricchezza privata dell’India. Trent’anni fa l’India ospitava il 20% dei poveri a livello mondiale, ora ne ospita il 33%: in altre parole, circa 400 milioni di persone in India vivono con meno di 1 $ al giorno, del tutto insufficiente a fornire di che vivere, ad eccezione di quelle aree di foresta e di coste in cui le popolazioni possono ancora accedere a risorse naturali.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS (World Health Organization, WHO) un terzo dei bambini malnutriti del mondo abita in India: si tratta del 47% dei bambini indiani. Quasi il 25% della popolazione indiana è analfabeta: questo non era un grosso problema finché la maggior parte della gente traeva di che vivere dalle risorse locali (e la trasmissione orale di conoscenza era cruciale), ma con l’aumento dell’urbanizzazione l’analfabetismo diventa una grave disabilità per chi debba trovare lavoro.

L’élite indiana, d’altra parte, si sta muovendo lungo una traiettoria completamente diversa: accumula enormi benefici da un’economia di mercato, aspira allo stile di vita dell’élite globale, ed esercita una pressione crescente sui sistemi ecologici globali. Come Kothari e Shrivastava hanno sottolineato nel loro libro ‘Churning The Earth’, “l’impronta ecologica pro-capite dell’1% più ricco in India è 17 volte più grande del 40% dei più poveri, già al di sopra del limite accettabile di 1,8 ettari globali di consumo delle risorse del pianeta. “

L’economia neo-liberale adottata dall’élite indiana dagli anni 1991 in poi sta portando al disastro ambientale, sia in termini di consumo di risorse che in termini di inquinamento. Le disuguaglianze nell’India attuale risentono pesantemente (anche se non solo) della struttura sociale di tipo castale ancora fortemente radicata nell’immaginario collettivo della tradizione Hindu.

[…] Gli Autori dedicano poi un lungo paragrafo alla relazione tra disuguaglianze sociali e sistema castale, sottolineando in particolare la gravità delle ingiustizie di cui sono vittime in particolare le comunità di ‘fuori-casta’ e le popolazioni indigene. Poi proseguono illustrando il concetto di swaraj e alcuni esempi concreti.

Democrazia radicale, o SWARAJ

Dato il contesto generale di squilibrio di potere sopra messo in evidenza, c’è da chiedersi se i tipi di iniziative come quelli accennati nella prima parte dell’articolo offrono speranza per un reale cambiamento, oppure sono destinati a rimanere esperienze piccole e isolate. Analizziamo allora quella che potrebbe essere una visione del futuro basata sulle esperienze in atto e sugli schemi concettuali che ne fanno da sfondo.

Centrale in tutta la riflessione è il concetto indiano di swaraj, che – sia pure in modo insoddisfacente – viene tradotto come ‘auto-governo’ (self-rule) o governo locale (home rule). Reso popolare da Gandhi ai tempi della lotta per l’indipendenza, il concetto è in realtà molto più antico. Nell’uso che ne fa Gandhi, esso contiene l’idea della libertà dell’individuo di agire eticamente sia nel contesto della propria collettività (impegnandosi per riuscire a contare sulle proprie forze: self-reliance) sia nel contesto dell’intera nazione e della sua indipendenza.

Swaraj equipara tali libertà con la responsabilità per le libertà altrui, e integra gli ambiti sprituale, etico, economico, sociale e politico in modi complessi. Riguarda sia la capacità di auto-limitarsi (self-restraint), per esempio i propri desideri, sia la capacità di liberarsi dai vincoli esterni (imposti dallo stato o da soggetti esterni). Un pensiero di Gandhi che è di cruciale rilevanza per il tema che trattiamo in questo articolo è la sua esplicita affermazione che lo stato è antitetico alla nozione di swaraj, perché concentra il potere allontanandolo dal popolo.

Gli esperimenti di swaraj descritti sopra, a livello di villaggio, implicano l’assegnazione del potere politico alla più piccola unità decisionale collettiva (al di là della famiglia): il villaggio, il quartiere urbano, una istituzione educativa, dove la gente può incontrarsi faccia a faccia. A scala maggiore riguardano le interconnessioni di queste unità di base entro una maggiore estensione geografica e su una maggiore varietà di tematiche. A livello ancora più complesso riguarda la democratizzazione delle relazioni economiche e altri imperativi, come la giustizia sociale e l’equità, e la sostenibilità ecologica.

La democrazia radicale va ben oltre l’approccio della democrazia ‘rappresentativa’presente in paesi come l’India. Il modello dominante attuale prevede che chi vince le elezioni o viene nominato ad assumere un ruolo decisionale nelle istituzioni, da quelle locali a quelle nazionali, accresce enormemente il proprio potere personale (o è autorizzato a farlo in virtù delle leggi vigenti), ma detiene una scarsa o inadeguata responsabilità nei confronti di coloro che l’hanno eletto.

I cittadini che si sentono danneggiati se i loro rappresentanti non riescono a svolgere il compito loro affidato hanno a disposizione alcuni strumenti, compreso il ricorso ai tribunali. Tuttavia attualmente l’unica via possibile sembra essere quella di aspettare le successive elezioni. Nel frattempo i cittadini sembrano convinti di non poter fare altro.

Uno dei meccanismi messi in atto nel villaggio di Mendha-Lekha è quello di prendere le decisioni per consenso. Finché non sono tutti d’accordo, non si prende una decisione. Anche in questo caso, naturalmente, ci possono essere scelte ingiuste: c’è da dire che sono più rare nelle comunità adivasi o di popolazioni indigene che in altre situazioni.

Ma è grazie a questa modalità di relazione che la democrazia può crescere: dove cioè attraverso processi formali e informali la maggioranza diventa sensibile alla voce delle minoranza, dove ci si oppone alle iniquità sottili o nascoste, dove gli anziani e i ‘leaders’ (inclusi i giovani) identificano gli ostacoli e suggeriscono vie di uscita.

In molti degli esempi forniti in questo articolo la società civile o funzionari e responsabili istituzionali possono talvolta svolgere un ruolo di mediazione o di facilitazione. Questo è ben illustrato nel lavoro di movimenti come il Collettivo Timbaktu (www.timbaktu.org/) in Andhra Pradesh, o il Collettivo delle Donne Maati (http://www.vikalpsangam.org/static/media/uploads/Resources/maati_1st_july.pdf) in Uttarakhand.

[…] A questo punto gli Autori sottolineano l’importanza di passare da situazioni locali a situazioni globali:

molti problemi (rifiuti tossici, inquinamenti, desertificazione, cambiamento climatico) si manifestano a scale molto più estese rispetto agli insediamenti locali, e coinvolgono interi territori – di terra e di mare, paesi, regioni e l’intero pianeta. Anche su questa scala spazio – temporale gli Autori citano esperienze ed esperimenti, tra cui:

  • L’ Arvari Sansad (Parlamento) del Rajasthan ha coordinato 72 villaggi per gestire collettivamente 400 km2 di un bacino idrico grazie a una cooperazione tra villaggi (inter-village coordination:, http://tarunbharatsangh.in/) che insieme progettano e realizzano iniziative integrate su terra, agricoltura, acqua, ecc.)

  • Nello stato del Maharashtra una federazione di Associazioni per l’uso dell’acqua gestisce il Progetto di Irrigazione di Waghad (http://www.soppecom.org/pdf/Ozar%20WUA%20study%20report.pdf). Si tratta della prima volta che un progetto governativo è stato completamente affidato alla comunità locale. Questa scelta ha consentito di prestare maggiore importanza all’equità nell’accesso e nella distribuzione dell’acqua, e una maggiore possibilità di monitoraggio da parte del pubblico. Esempi come questo sono presenti anche in altri Paesi: in Australia la Great Eastern Ranges Initiative è impegnata a integrare decisioni e gestione su un territorio di più di 3.600 km2.

Verso la democrazia ecologica radicale

Gli ultimi paragrafi dell’articolo di Kothari e Das sono dedicati a presentrare e descrivere una nuova forma di democrazia: secondo questi Autori la redistribuzione del potere politico può essere efficace solo se è accompagnata da una ristrutturazione delle relazioni di potere politico e sociale.

La traduzione e qualche riflessione su questi paragrafi finali saranno proposti in una prossima occasione.


Gli Autori:

Ashish Kothari è membro fondatore di Kalpavriksh, un gruppo Indiano di azione ambientale. Collabora al coordinamento di un network indiano su ‘alternative di sviluppo’, Vikalp Sangam (www.Vikalpsangam.org) e al dialogo internazionale sulla Democrazia Ecologica Radicale (Radical Ecological Democracy: https://radicalecologicaldemocracy.wordpress.com/).

Pallav Das ha perseguito una formazione a doppio binario, per la conservazione dell’ambiente e la comunicazione creativa. Ha ideato e lanciato campagne innovative, con organizzazioni private e no-profit


Note

1 Una iniziale e incompleta raccolta di tali proteste è disponibile sul sito www.indiaincrociodisguardi.it

2 Madhav Gadgil,Ramachandra Guha. Ecology and Equity: The Use and Abuse of Nature in Contemporary India. Routledge 1995.

3 Joseph Kumarappa. Economia di condivisione. Come uscire dalla crisi mondiale.Quaderni Satyagraha (a cura di Marinella Correggia), 2012.

4 M. Gandhi, Hind Swaraj. Vi spiego i mali della civiltà moderna, a cura di R. Altieri, Gandhi Edizioni, Pisa 2009. (Prima pubblicazione 1909)

6 Joan Martinez?Alier, Leah Temper, Daniela Del Bene, and Arnim Scheidel Is there a Global Environmental Justice Movement? Colloquium Paper No. 16, 4?5 February 2016. https://www.tni.org/files/publication-downloads/16-icas_cp_martinez_alier_et_al.pdf

7 Ashish Kothari & Pallav Das Movements and local organizations are using the ancient concept of swaraj, or “self-rule”, to spread a radical ecological democracy throughout India. (dal Report “State of Power 2016”: https://www.tni.org/en/publication/state-of-power-2016)

8 Gramdan = dono del villaggio, cioè messa in comune delle terre dei piccoli proprietari locali

9 che si può tradurre come “ il trasferimento di responsabilità”

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