25. La partigiana e il nonviolento. Quando non si deve obbedire | Pietro Polito


Giornale dei genitoriL’articolo di Ada Marchesini Gobetti, Quando non si deve obbedire, risale al maggio 1962 ed è apparso nel “Giornale dei genitori”, il mensile per l’ educazione dei figli (1959-1968), che negli anni Sessanta rappresentò un originale esperimento di educazione laica. Dal punto di vista laico, il giornale pose e discusse temi importanti e ricorrenti come la sessualità, l’educazione religiosa, la famiglia, la scuola, i giovani, l’eredità della resistenza antifascista e il significato della costituzione, la pace.

Il discorso svolto da Ada sull’obbedienza e la disobbedienza può essere collegato a uno dei temi posti dalla rivista di Ada Gobetti, un tema che ha avuto ulteriori sviluppi solo a partire dagli anni Ottanta: l’educazione alla pace. Ma le prime iniziative sono già di quegli anni. Per esempio è dell’aprile 1964 il Congresso internazionale “L’educazione dell’uomo per la pace nel mondo”, tenutosi ad Amsterdam, per iniziativa dell’”Associazione internazionale Montessori”.

Al pensiero di Maria Montessori è dedicato l’articolo di Milly Stracuzzi Mostardini Educazione e pace (febbraio 1964, pp. 9-10). L’articolo, che riprende un libro omonimo della Montessori, pubblicato dall’editore Garzanti nel 1953, è così introdotto: “La pace non può restare più a lungo nel regno della speranza. La pace deve diventare una scienza ed è necessario che questa scienza divenga la “scienza della formazione dell’‘uomo’”. Per “attuare l’educazione alla pace” – scrive Stracuzzi Mostardini – bisognerebbe “tendere ad eliminare la violenza da ogni aspetto dei rapporti tra l’adulto e il bambino”. In che modo? Occorre “rieducarci, noi adulti, per educare meglio”. A tal fine si auspica “un dialogo, tra i genitori e il loro “Giornale”, sul problema di educare alla pace”.

L’interesse per l’educazione alla pace non è da scambiarsi per una adesione al pacifismo. Ada Gobetti – “rivoluzionaria liberale” (nel senso di Piero Gobetti), antifascista e partigiana, azionista, comunista – non fu mai pacifista. Solo negli ultimi tempi sviluppò una maggiore sensibilità per il tema della pace, attraverso Aldo Capitini, il filosofo· italiano della nonviolenza. Il numero del “Giornale dei Genitori” dell’ottobre 1961, successivo alla Marcia della Pace Perugia-Assisi, organizzata da Capitini e svoltasi il 24 settembre, si apre con una copertina illustrata con una fotografia che ritrae in primo piano un bambino e sullo sfondo i partecipanti alla Marcia. Il bambino regge un cartello dove si legge: “La coscienza dell’Umanità salvi il mondo dalla Grande Morte”. Lo sguardo è fiducioso e sembra scrutare il futuro.

Occorre però ricordare che Ada Gobetti aveva condiviso con Capitini dopo la Liberazione la speranza in un rinnovamento “religioso” dell’Italia. Risulta da una lettera del 2l aprile 1947, conservata presso la Fondazione “Centro studi Aldo Capitini” di Perugia: “E poi voglio dirle – scrive Ada – che ho letto Vita Religiosa [Cappelli, Bologna, 1942] e che son stata lieta di ritrovarvi tanti pensieri che sono anche miei, ma espressi come io non so esprimerli. Possibile che si possa richiamare questa povera umanità cieca e pazza a quel fondamentale senso religioso che solo potrà darci la salvezza?”.

Il tema della pace è ripreso e sviluppato più ampiamente da Aldo Capitini in un intervento presentato a un convegno sull’educazione e la pace, svoltosi a Roma nel maggio 1964 (“Giornale dei genitori”, luglio-agosto 1964, pp. 8-10; poi inserito in A. Capitini, Educazione aperta, vol. I, La Nuova Italia, Firenze, 1967, pp. 280-284). Capitini fornisce la sua risposta alla domanda: “In che modo, in quali forme attuare l’educazione alla pace?”. Dopo aver affermato che, in seguito alla svolta atomica, non si può più parlare della guerra come di un mezzo di riconoscimento reciproco tra gli stati, perché “contiene … la determinazione del diritto internazionale, per cui in essa è conservata la possibilità della pace” (Hegel, Filosofia del diritto, 1821, par. 338), osserva: “Cade perciò opportuno accennare qui ad un orientamento quasi sconosciuto, e pur rispondente a questa esigenza: le tecniche del metodo nonviolento. Chi le conosce? chi le insegna? chi le impara”. Tra queste, la più misconosciuta e attaccata, allora come oggi (nonostante il riconoscimento legislativo avvenuto nel 1972) è l’ obiezione di coscienza.

È interessante riflettere sulle analogie e le differenze tra l’articolo Quando non si deve obbedire di Ada Gobetti e quello L’educazione alla pace di Capitini. La Gobetti sembra muoversi nella scia di Capitini. Valuta positivamente “le proteste contro il pericolo atomico”, riferendosi esplicitamente alle marce della pace promosse da Capitini e dal Movimento nonviolento; segnala “il bisogno di forgiare armi nuove di difesa: e anche di offesa”; propone la disobbedienza civile e l’obiezione di coscienza; assegna alla scuola e alla famiglia il compito non di formare ubbidienti che non ragionano (Capitini), bensì quello di trasmettere ai giovani “accanto ai valori del rispetto e della giusta obbedienza, anche quelli della ribellione e della disubbidienza”.

Fin qui le analogie. Ada(qui manca qualcosa per legare le due frasi) Gobetti non segue più Capitini sul terreno della nonviolenza. Ella non accetta “il principio che se la storia ci presenta le guerre, noi possiamo impegnarci a non farle in nessun caso”. Si badi bene: in nessun caso. Al contrario, per Ada, le tecniche della nonviolenza sembrano attuabili “nelle condizioni attuali e sempre più, speriamo, in quelle future”, cioè in un contesto in cui “tutti, anche gli avversari, rispettino, sia pure formalmente, un certo livello di civiltà”. In altri termini, non sempre alla violenza si può rispondere con la nonviolenza. Anche in Ada Gobetti è presente la convinzione comune a tanta parte del pensiero laico (da Piero Gobetti a Norberto Bobbio) che in alcuni casi non rispondere alla forza con la forza equivale a cedere alla forza dei prepotenti: “contro il manganello fascista e il mitra tedesco non c’era purtroppo altro rimedio che la violenza”.

Diversa è la posizione di Aldo Capitini, che nel campo laico appare isolata e senza eredi: “bisogna – scrive – che l’umanità senta che, portati all’ estremo tutti i tentativi razionali di salvare la pace, non c’è da accettare disperatamente la guerra, perché resta ancora una trincea: la lotta col metodo nonviolento”. Troppo facilmente la guerra torna a essere una alternativa praticabile alla pace. Non può non far riflettere che essa venga promossa e accettata disperatamente, senza avere esperito “tutti i tentativi razionali di salvare la pace”. E ancor più non può non spaventare che la nonviolenza, ignorata dai potenti e dalla cultura, continui ad essere la forza preziosa dei piccoli gruppi.

Guardando al futuro, la partigiana concorda con il nonviolento nel ritenere che “sostituire il ragionamento alla violenza è un segno di maturità”. Per l’una e per l’altro, la principale arma di difesa e di offesa che abbiamo a disposizione per condurre una “razionale battaglia” per la pace è la disobbedienza civile, un atteggiamento, chiarisce Ada, che “non ha naturalmente nulla a che vedere con l’anarchica negazione d’ogni legge. L’anarchia è un fatto essenzialmente individuale, mentre la disobbedienza civile per aver peso e valore deve tendere a diventar collettiva; e anziché in violenza indiscriminata deve esprimersi in resistenza cosciente contro quegli aspetti e ordinamenti sociali – concretati a volte in provvedimenti e in leggi – che profondamente ripugnano alla coscienza dei cittadini”.

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