Guarire la guerra. Storie che curano le ferite dell’anima | Paola Schellenbaum


cop_guarire-la-guerra-copertina-197x300L’incontro organizzato presso il Centro Studi Sereno Regis di Torino, promosso da Nanni Salio alcune settimane fa cui purtroppo non ha fatto in tempo a partecipare, si è svolto in un clima di empatia, curiosità e confronto per i temi trattati nel libro di Natale Losi “Guarire la guerra. Storie che curano le ferite dell’anima” (edizioni L’Harmattan Italia, Torino 2015) nella serata di lunedì 22 febbraio.

Conosco Natale Losi da molti anni, avendo avuto modo di collaborare con lui in progetti internazionali, e ho animato volentieri la discussione partecipata ed integrata dalle domande e dalle curiosità dei presenti, alcuni psicoterapeuti di diversa formazione, altri operatori o volontari che lavorano o hanno lavorato con i migranti e i richiedenti asilo o rifugiati.

Il libro raccoglie alcune delle esperienze di viaggio e di intervento in contesti di guerra o post-conflitto a cui si è aggiunta in Italia l’esperienza e pratica clinica con migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Da alcuni anni, Natale Losi, sociologo, antropologo medico e psicoterapeuta, ha fondato la Scuola Etno-Sistemica-Narrativa di Roma (http://www.etnopsi.it/) che ha sede a Roma presso YWCA e si compone di un nutrito gruppo di co-terapeuti e di allievi che seguono un percorso formativo di specializzazione nell’etnopsichiatria delle migrazioni secondo l’approccio etno-sistemico-narrativo che è andato definendosi attraverso la pratica clinica, durante un arco temporale lungo ed articolato. I casi presentati nel libro sono solo una piccola selezione di una lunga esperienza di lavoro clinico con popolazioni traumatizzate, migranti, richiedenti asilo e rifugiati.

È un libro importante, non solo perché racconta lunghi anni di esperienza sul campo in modo accessibile, con solidi riferimenti teorici sostenuti dalla collaborazione con maestri dell’etnopsichiatria come Tobie Nathan, ma anche perché si mette in dialogo con i colleghi, discostandosene criticamente – sia nella teoria che nella pratica – proponendo dunque un metodo clinico originale.

Senza potersi addentrare in dettaglio nell’approccio – presentato estesamente nel libro – si può però mettere in luce che la struttura della prescrizione come dispositivo terapeutico emerge dal contesto delle sedute in cui si è operato un riposizionamento del paziente/interlocutore e conserva una delle caratteristiche più importanti dei rituali e delle fiabe, cioè la funzione di accompagnare i passaggi di vita attraverso una separazione dal contesto precedente, una fase liminale e una fase di reincorporazione nella società. Questo andamento presenta in sequenza: una connotazione positiva, la definizione di una prova da superare, l’esecuzione di una prova, il riconoscimento da parte della comunità della prova superata e la conseguente ri-affiliazione. L’obiettivo principale del rituale/prescrizione è quello di mettere in moto e riallacciare legami (tra i generi, tra le generazioni, tra vivi e morti, tra mondi differenti) e aprire a nuove narrazioni portatrici di cambiamento e di maggiore benessere. Mentre però Tobie Nathan ritiene necessario riferirsi in modo diretto ed implicito alla cultura di provenienza dei migranti, con le difficoltà di una documentazione enciclopedica sulle differenze culturali, Losi ritiene che sia la postura attiva del paziente, cui viene restituita competenza culturale, a fare da guida in ciò che è rilevante per lui o lei, tracciando così una mappa co-costruita per un rituale efficace e una storia nuova da cui possano emergere nuovi significati che non solo ridanno senso alla sofferenza attraversata ma che aprono a nuove prospettive future.

Come è stato sottolineato nella discussione, non sempre è facile o possibile dar voce ai senza voce, o a tessere insieme una trama narrativa che possa contenere i frammenti di memoria – alcuni dei quali anche molto dolorosi e indicibili – tuttavia la fiducia che si esprime anche attraverso un affidamento nel tempo consente di co-costruire gradualmente la trama anche attraverso storie marginali che consentiranno di riannodare i fili della trama principale. La complessità dei vari contesti attraversati dal migrante potrà così lentamente emergere e rappresentare un elemento di confronto con il terapeuta, ma il cambiamento sarà possibile solo quando vi sarà una nuova narrazione e nuovi modi di apprendere la realtà: nel passato e nel presente. Il setting di gruppo è poi un luogo dove allenarsi a immaginare e a pensare storie nuove, in cui possano emergere storie “altre” rinarrando il proprio percorso biografico secondo un “multiverso di significati”, secondo un copione che non è già definito in anticipo ma che invece si snoda, attingendo alle risorse endogene ed esogene che si incontrano lungo il cammino. Non è cioè l’analista che interpreta le parole del paziente e detiene il sapere, ma è il processo terapeutico che può essere rappresentato come una “danza interattiva” in un intreccio il cui ritmo è continuamente co-costruito dal gruppo.

Obiettivo dell’approccio etno-sistemico-narrativo non è stabilire delle verità, seppur mutevoli, ma di andare in cerca di una pluralità di visioni che restituisca capacità di agire alle persone nel processo di ricostruzione della propria storia, nel ridiventarne il narratore e non una vittima inserita in un circolo di violenza – fisica o simbolica – che cristallizza i ruoli e su cui non si ha potere di influenza. È importante anche soffermarsi su come il senso delle situazioni attraversate viene ricostruito attraverso un processo di selezione: le storie così costruite non aprono soltanto ad una risignificazione dell’esperienza, ma guidano a cercare alcuni aspetti particolari, decisivi per l’attribuzione di significato. Ci si riferisce cioè a “situazioni uniche” dell’esperienza passata che possono sfuggire ad una lettura della vita attuale saturata dal problema ma che invece quando fanno breccia possono davvero donare un nuovo senso al percorso fin qui operato. Lo stile conversazionale che apre in opposizione a uno stile che chiude innesca un ruolo attivo e il senso di qualcosa di vivo che ancora può nascere dal contesto.

Nel corso del dibattito è emerso che il libro si pone come un tassello nel dialogo interdisciplinare tra diversi saperi, in cui si afferma l’importanza di quella “provvisorietà epistemologica” che consente di interrogarsi “ai margini” delle competenze specialistiche: l’etnopsichiatria della migrazione consente infatti uno sguardo critico su concetti e nozioni che riguardano il “noi” e il “loro”, ma sempre più complesso è avvicinarsi alle contaminazioni tra mondo occidentale e culture altre, anche in seguito alle tante combinazioni meticce che sono divenute possibili grazie all’incontro tra culture: il mondo cambia anche per i migranti sempre più immersi nelle contraddizioni della globalizzazione. Ma è soprattutto l’esperienza migratoria (condivisa da terapeuti, mediatori culturali e migranti) che permette di mettere in discussione criticamente molte categorie che sono invece date per scontate nella società e nel dibattito pubblico che ignora profondità e articolazione dei concetti.

Cosa accade quando si attraversa una frontiera? Luogo sempre incerto e pericoloso, indefinito ma mai solo confine, la frontiera viene paradossalmente proposta come uno “spazio” di incontro e di scontro, foriero però di dialogo e di mutuo riconoscimento che si dispiega su diversi livelli: quello del vissuto, dell’esperienza, della narrazione. La pratica clinica etno-sistemico-narrativa è dunque un costante esercizio di apertura alla complessità. La storia delle persone, il loro percorso biografico anche quando attraversato dalla sofferenza è molto più ricco e vitale di un sintomo o di una sola categoria diagnostica e non può mai essere confinato entro un unico paradigma astorico e universale: si tratta di smontare le condizioni di produzione e riproduzione della violenza. E per farlo occorre intrecciare in modo nuovo disagio psichico, biografia, cultura e storia evitando cioè “naturalizzazione” o “reificazione” del dolore e della sofferenza, spezzando cioè la concatenazione mortifera delle inevitabilità e della vulnerabilità. Oltre alla debolezza, si tratta di vedere anche le possibilità di metamorfosi, cioè una disposizione attiva per affrontare ciò che è ignoto: il futuro in un nuovo paese.

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