24. Resistenza e desistenza | Pietro Polito


piero-calamandreiResistenza e desistenza, la dicotomia proposta da Piero Calamandrei per leggere le vicende immediatamente post-resistenziali del decennio 1946-1956 mantiene la sua validità ermeneutica sul piano storico e si rivela feconda sul piano etico-politico. Calamandrei coglie e denuncia alcuni fenomeni di desistenza che mutatis mutandis sembrano riaffiorare e caratterizzare gli anni Dieci e la prima parte degli anni Venti del Duemila.

Come scrive Giovanni De Luna nell’introduzione al libretto Lo Stato siamo noi che raccoglie alcune delle più belle pagine di Calamandrei sull’argomento, “Resistenza è impegno, attivismo, protagonismo, desistenza è passività, rassegnazione, compiaciuta accettazione dell’esistenza” (Chiare Lettere, Roma 2016, p. XVII). De Luna insiste sul carattere religioso della dicotomia. Per Calamandrei, osserva lo storico, la desistenza è un atteggiamento areligioso, irreligioso se non antireligioso, mentre la Resistenza è stata un fenomeno religioso, anzi è stata l’esperienza storica su cui attraverso la Costituzione si è innestato l’unico progetto laico di costruire “una nuova religione civile per gli italiani” (p. XVIII).

Ritengo opportuno richiamare l’attenzione su un altro tema, più sotterraneo, meno evidente, eppure estremamente caro a Calamandrei, un tema cruciale ieri come oggi per la tenuta di una buona democrazia: la memoria.

La contrapposizione tra resistenza e desistenza può essere riformulata come un contrasto tra memoria e oblio dei valori della coscienza e della ragione. Attraverso la Resistenza, scrive Calamandrei, “gli immemori, gli indifferenti, i rassegnati hanno ritrovato dentro di sé, insospettata, una lucida chiaroveggenza: si sono accorti della coscienza, si sono ricordati della libertà” (p. 54).

Egli pone l’accento sulla Resistenza come insurrezione armata contro lo straniero, la guerra patriottica, e come scontro interno tra opposte fazioni di italiani, la guerra civile, dedicando meno attenzione alla Resistenza come guerra di classe. Tuttavia, per Calamandrei, essa è stata in primo luogo e soprattutto “la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza: sete di verità e di presenza, ritorno alla ragione, all’intelligenza, al senso della responsabilità” (p. 54).

Se la resistenza è stata “la crisi benefica che ci ha guariti, col ferro e col fuoco”, la desistenza, che è “il suo necessario opposto dialettico”, è ai suoi occhi “un preoccupante e desolante fenomeno di perdita della memoria”. Il pericolo che egli vede profilarsi “è in noi: in questa facilità di oblio, in questo rifiuto di trarre le conseguenze logiche della esperienza sofferta: in questo riattaccarsi con pigra nostalgia alle comode e cieche viltà del passato”. Si tratta di un pericolo “che ognuno di noi deve sorvegliare e combattere, prima che negli altri in se stesso”. Calamandrei ammonisce: “Se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti invano, che gli ideali per cui sono morti fossero stolte illusioni, io porto con questo dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo” (pp. 56-57).

Il rapporto tra memoria della Resistenza e desistenza torna nel discorso Passato e avvenire della Resistenza, da lui tenuto il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano alla presenza di Ferruccio Parri. La desistenza della memoria riguarda in primo luogo la natura stessa del fascismo che “qualche sciagurato immemore figura di credere un ventennio di ordine e di grandezza nazionale”, mentre fu un periodo di “sconcio illegalismo”, “corrosione morale”, “disgregazione civile” (p. 63).

La memoria della Resistenza, per Calamandrei, è la memoria dei morti: i morti che ci chiamano a “render conto”, che “non hanno considerato la loro fine come una conclusione e come un punto d’arrivo, ma piuttosto come un punto di partenza, come una premessa, che doveva segnare ai superstiti il cammino verso l’avvenire” (p. 59).

Nella visione dei morti suggerita da Calamandrei si può scorgere una specie di prefigurazione della capitiniana compresenza dei morti e dei viventi. Sempre in Passato e avvenire della Resistenza i morti sono visti come parte della nostra vita, come “una presenza silenziosa e vigile con la quale ad ogni istante nel segreto della nostra coscienza, dobbiamo tornare a fare i conti”. Non siamo noi che giudichiamo loro, sono loro che giudicano noi. La loro vita dà un significato alla nostra vita, la nostra vita dà un significato alla loro vita, perché “dipende da noi farli vivere o farli morire per sempre”.

La memoria dei morti caduti per la libertà e la giustizia è il fondamento della nostra Costituzione. Questa idea è sostenuta da Calamandrei nella seduta del 22 dicembre 1947 dell’Assemblea Costituente.

Opportunamente nel libro da cui siamo partiti, Lo Stato siamo noi, sono raccolti i passaggi più importanti del confronto suscitato dalla proposta di Giorgio La Pira di far precedere il testo costituzionale dalla formula: “In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione”. Per La Pira non si tratta di “una espressione politica”, né di “una iniziativa di partito”, anzi “in Dio tutti possiamo convenire”, perché “c’è un punto di convergenza per ogni creatura, c’è sempre una realtà superiore” (pp. 129-130).

Al contrario per Palmiro Togliatti la formula proposta da La Pira scava tra di noi un “solco ideologico”, “si richiama a determinate ideologie, ne respinge altre”. Togliatti ritiene inoltre che la proposta divide anche i cattolici e si pone in contrasto con lo “spirito unitario” dei lavori della Costituente” (p. 131).

Per Francesco Saverio Nitti, “l’idea di Dio è talmente grande che non può essere materia di controversie politiche” (p. 134).

Calamandrei accoglie l’intenzione che c’è dietro la proposta del “collega e amico La Pira”, cioè di porre all’inizio della Costituzione “un richiamo allo spirito”.

Secondo lui, nella Costituzione “c’è qualcosa che va al di là delle nostre persone, un’idea che ci ricollega al passato e all’avvenire, un’idea religiosa, perché tutto è religione quello che dimostra la transitorietà dell’uomo ma la perpetuità dei suoi ideali” (p. 132).

Questa idea religiosa è riassunta da Calamandrei nella formula: “Il popolo italiano consacra alla memoria dei fratelli caduti per restituire all’Italia libertà e onore questa Costituzione” (p. 133).

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