L’uomo e la morte | Recensione di Cinzia Picchioni


cop_Edgar Morin, L’uomo e la morteEdgar Morin, L’uomo e la morte, Erickson, Trento 2014, pp. 376, € 22,00

Edgar Morin
Altri libri dello stesso autore, pubblicati da questa stessa casa editrice trentina? Li troviamo elencati in fondo al libro: I miei filosofi; Il gioco della verità e dell’errore. Rigenerare la parola politica; Pro e contro Marx. Ritrovarlo sotto le macerie dei marxismi; La mia sinistra. Rigenerare la speranza.
Uno dei grandi pensatori del Novecento si cimenta ora sul «tema dei temi»: la morte. Anzi, per la precisione, si ri-cimenta (scusate l’orribile parola). Già perché il libro che presentiamo questa settimana è stato scritto più di 60 anni fa e, a detta del curatore (Riccardo Mazzeo, nella sua Nota, che apre il volume),
«[…] costituisce un unicum nella storia del pensiero. Non è soltanto una summa di quanto sia stato detto, scritto e pensato sulla morte, dagli uomini primitivi […] ai filosofi di ogni tempo che hanno cercato di “gestirla” nei loro sistemi, ma è anche […] capace di ri-dare alla luce una consapevolezza e una sensibilità che oggi stanno scomparendo, ancor più di quando il libro era stato scritto», p. 9.

Nota, Prefazione, Prefazione, Prefazione…
Non è un errore di stampa questo titoletto. Ci sono davvero 4 Prefazioni, 1 Postfazione, 2 Introduzioni e 1 Nota. E bene ha fatto l’editore (Centro Studi Erickson, sempre molto attento) a metterle tutte. Possiamo così ripercorrere anche noi lettori/lettrici la strada e il pensiero di Morin durante le varie fasi della vita di questo volume. Le Prefazioni sono infatti di quando il libro è uscito (1950), poi di quando è stato ri-editato (1970), poi ancora del 2002, in cui l’autore scrive:
«Ecco un libro pubblicato cinquantun anni a cui avevo aggiunto nuove prefazioni (nel 1970 e nel 1976) e una nuova conclusione (nel 1970) che non sostituiva la precedente ma vi faceva seguito», p. 367.

Non sostituiva la precedente ma vi faceva seguito. Ecco perché plaudo all’iniziativa di aver ri-stampato, anche in quest’ultima edizione, tutta la «storia» delle precedenti. Ma non solo. La Prefazione (di Riccardo Mazzeo) all’ultima edizione è in realtà una meravigliosa intervista a Edgar Morin, nella sua casa di Parigi, il 27 maggio 2014. Poche domande cui seguono lunghe risposte molto «dirette» e «fresche» anche nel linguaggio «parlato». Il prefatore ci conduce a una riflessione interessante con una semplice frase: «Ha dell’incredibile che un’opera di tale ricchezza sia stata scritta da un giovanotto», p. 13. Già perché Morin – classe 1921 – quando ha pubblicato per la prima volta questo libro aveva 30 anni!
Ecco, mi sembra bellissimo poter leggere l’opera come è stata scritta più di sessant’anni fa, contemporaneamente ai suoi «aggiornamenti» nel pensiero dell’autore, che nell’intervista/Prefazione dice infatti «Giungo a ciò che potrei forse dire per concludere, benché sia certo che, se vivessi ancora, avrei sicuramente bisogno di scrivere una nuova prefazione. La morte non cambia, […] ma cambiano le condizioni della morte».

L’astrologia non è un gioco
Permettetemi ora una riflessione del tutto personale, che non posso fare a meno di condividere, poiché per me «il caso non esiste». Poche righe più sotto, nell’intervista/Prefazione, Morin dice di non aver potuto parlare nel libro di un’attenzione
«di tipo nuovo che abbiamo per le persone che sono condannate a morte negli ospedali. Oggigiorno l’umanitarismo si è arricchito di una nuova branca, quella dell’accompagnamento al morente. Questa coscienza è scaturita dalla solitudine di chi va a morire. In passato non si moriva da soli, si moriva attorniati da affetti, i vecchi morivano a casa loro e spesso in una casa che condividevano con i figli e i nipoti. Oggi […] le persone muoiono all’ospedale. Vi è dunque quest’idea dell’accompagnamento grazie a cui sia laici sia religiosi si dedicano alla missione di non far terminare a queste persone la propria vita in una solitudine atroce», p. 19.

Morin prende in considerazione il tema dell’accompagnamento ai morenti. E in proposito vi racconto una cosa. Anni fa ho seguito (e poi ne ho organizzato uno nuovo) un «corso» per l’accompagnamento ai morenti. Era tenuto da psicologi, infermieri, «esperti» nella morte; ma soprattutto l’insegnante principale era don Sergio Messina (ha scritto anche dei libri, vi invito a cercarli), un sacerdote «strano», che aveva fatto il cappellano all’ospedale Amedeo di Savoia di Torino (soprattutto con i malati di Aids), e da anni organizzava questi corsi – intitolati «Vivere il morire» – battendosi per la realizzazione di hospice anche qui in Italia (dopo averne visitati molti in altri paesi europei dove sono da tempo una realtà consolidata). Da anni ho il «vizio» di chiedere la data di nascita alle persone, per il mio personale «archivio» di tipologie astrologiche. Ebbene (così arriviamo alla spiegazione del titoletto di questo paragrafo), don Sergio Messina è nato l’8 luglio. E anche Edgar Morin.

La morte ci riguarda tutti
Gli argomenti dello scibile umano sono molti e vari, ed ecco che, quando si scrive una recensione, si può concludere dicendo: «Se vi interessa, trovate il libro presso la Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis di Torino, nell’orario…», ma in questo caso non direi così. Direi invece che la morte è un tema su cui dovremmo riflettere, leggere, parlare, scambiare idee e opinioni per tutta la vita, e tutti noi, nessuno escluso, poiché è l’unica cosa – insieme alla nascita, che ne è la causa – che ci accomuna tutti ma proprio tutti, nessuno escluso. Non è bello? Come recita il titolo geniale di un altro libro di riferimento per chi voglia riflettere sulla fine della vita, La morte è di vitale importanza (di Elizabeth Kübler Ross) e grazie a libri come questo e a pensatori come Edgar Morin (e a uomini come don Sergio Messina) possiamo anche noi rendercene conto.
Chiudo con una nota lieta (se qualcuno magari si è un po’ rattristato): nel libro ho letto una parola bellissima, ripetuta ben due volte (a pag. 144 e a pag. 225): frammescolata. Non è deliziosa? Chissà com’era in francese? Qualcuno lo sa?

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