Indifferenti mai. L’Arca di Viareggio di don Sirio Politi e don Beppe Socci | Recensione di Cinzia Picchioni


cop_Alberto Belletti, Indifferenti mai. L’Arca di ViareggioAlberto Belletti, Indifferenti mai. L’Arca di Viareggio di don Sirio Politi e don Beppe Socci, Pezzini Editori, Viareggio 2013, pp. 118, € 10,00

Una volta era grandezza avere spirito guerriero e attitudine militaresca,
ai nostri tempi, per fortuna, è assai meno grandezza […]
non si vede come non sarebbe immenso vantaggio per la pace
se questo spirito militaresco sparisse completamente.
[…] guardiamo agli obiettori di coscienza con simpatia
e siamo solidali con Padre Balducci e il dott. Pinzauti
che hanno difeso il loro diritto a prendere posizione
nell’unica guerra buona, quella fatta contro la guerra
e con tutto ciò che di geurra sa e che alla guerra chiama
(1963, nota di p. 22)

Il libro narra la storia dell’A.r.c.a. e del suo «Noè» (don Sirio Politi), proseguita sulla stessa scia da don Beppe Socci.
L’A.r.c.a. non è solo il biblico natante, ma un acronimo: Associazione Ricerca Cultura Artigiana, che si costituì il 7 novembre 1980 (il 7 novembre! Quando sono nata io, 22 anni prima) a Viareggio. L’avventura cominciava così, per lo sviluppo del lavoro artigianale (e il recupero di tecniche tradizionali), per offrire ai giovani possibilità di apprendistato, per inserire nel lavoro persone handicappate e/o emarginate, per far incontrare la scuola e le botteghe artigianali.
L’A.r.c.a. di oggi viene raccontata nell’ultimo capitolo, con foto. Chi si associa è soprattutto donna, oggi, e le socie «si occupano per lo più di realizzare lavori artigianali, cucito, ricamo, maglia… Impegnandosi soprattutto a riciclare l’usato», p. 90. Le ricamatrici «scrivono» spesso su tovaglioli e bavaglini La Ricetta della Pace, che ha un profondo significato per chiunque si riconosca nell’A.r.c.a. È lunga, la trovate a p. 90, ma mi piace riportarne qualche riga:
Ingredienti per tutta l’umanità:
una manciata di solidarietà,
due gocce di ingenuità,
un po’ d’impegno,
un pizzico d’ingegno,
un cucchiaio di fratellanza
e uno di alleanza
e infine pazienza […]
rimestare per tutta la vita,
ma la ricetta non è ancora finita […]

Tanti fili, una sedia
A proposito di solidarietà, di restare uniti e di «l’unione fa la forza» leggete lo scritto di don Beppe Socci, a p. 106, bellissimo!
A proposito di ingegno, don Sirio Politi progettò di istituire un Campo della Pace, a Viareggio, nello spazio intorno alla Chiesetta del Porto (che lui stesso, trent’anni prima, aveva trasformato, da una baracca che era). Poco prima della sua morte, seppe che il suo progetto era stato approvato, e il suo sogno di esporre un ciclo di opere d’arte riguardanti la pace poteva realizzarsi.
A proposito di ingenuità, il progetto vide sì risistemare l’area adiacente alla chiesetta, ma non la realizzazione del Campo della Pace: oggi lì c’è un normale giardinetto, chiamato «Piazzale medaglie d’oro di lunga navigazione»; per «fortuna» don Sirio morì prima di vivere questa disillusione, ma comunque il luogo ha per i viareggini un grande significato, e vi si sono tenute molte manifestazioni pacifiste.
A proposito di fratellanza e alleanza nel libro troviamo anche la storia dei preti operai «dei quali don Sirio fu un esponente di spicco e, in Italia, un vero e proprio pioniere» (p. 10), raccontata soprattutto – ma non solo – per i giovani che non conoscono l’esperienza, per aiutarli a «comprendere cosa mai ci facessero quattro sacerdoti in un capannone della darsena di Viareggio […]», p. 10. I quattro sacerdoti erano «don Sirio Politi, don Orazio (detto Rolando) Menesini, don Giuseppe (detto Beppe) Socci e don Luigi Sonnenfeld» (le foto di tutti si trovano da p. 96, e don Luigi è l’attuale presidente dell’A.r.c.a. nella sua veste di «ultimo prete operaio (se pur pensionato) rimasto oggi a Viareggio», p. 91).
A proposito di pazienza scopriamo subito, nelle prime pagine, che «Il merito di questo libretto […] sta nell’avere pazientemente ricostruito i “passaggi” della vita di una associazione come l’A.r.c.a.», p. 7. E chi è più paziente di un contadino? Ben lo sapevano i fondatori dell’Associazione, con una “particolare attenzione che, sia don Sirio che don Beppe, nei loro scritti, hanno mostrato di avere nei confronti della parabola evangelica del «buon seminatore», all’impegno cristiano del «seminare» e all’indicazione paolina che alcuni sono chiamati a seminare, altri a raccogliere, ivi.

A.r.c.a., M.i.r. e I.f.o.r.
Nel libro si narra anche della presa di posizione pacifista e antimilitarista da parte dell’Associazione;
«La promozione della pace era un tema caro già da tempo a don Sirio e ai suoi amici, ma negli anni ’70, allorché con la guerra in Vietnam la questione si fece di grande attualità, l’impegno in tal senso divenne prioritario. […] Questa filosofia antimilitarista portò la comunità ad unirsi al coro di quanti domandavano una legge che permettesse l’obiezione di coscienza e la possibilità di svolgere un “servizio civile” in alternativa al servizio militare, legge che nel 1972 sarebbe poi stata approvata», p. 29.
L’impegno portò la comunità all’amicizia con il M.i.r. «(Movimento Internazionale di Riconciliazione). Era questa la sezione italiana dell’I.f.o.r. (International Fellowship of Reconciliation), un movimento internazionale e interconfessionale che si proponeva di promuovere la cultura della pace e della non violenza», pp. 29-30. Don Beppe Socci, succeduto a don Sirio Politi, divenne presidente del M.i.r. (che, lo ricordo, a Torino ha sede presso il Centro Studi Sereno Regis dove si possono trovare anche i numeri originali della rivista «Lotta come amore»; don Sirio Politi la diresse fino alla sua morte, e nel libro si trovano moltissimi riferimenti, soprattutto di articoli usciti negli anni Ottanta).

Indifferenti mai
Verso la fine del libro scopriamo l’origine del suo titolo.
Sono le pagine dedicate alla morte di don Beppe Socci (il racconto è riportato per intero in «Lotta come amore», 1, aprile 1998): quattromila persone presenziarono alla cerimonia, tenuta dal vescovo di Lucca, mons. Tommasi (che da giovane seminarista andava a trovare don Sirio Politi al Porto). Il vescovo ricordò i due animatori dell’A.r.c.a. insieme a don Milani:
«Come il chicco di grano che nel Vangelo cade a terra, muore ma dà frutto, Sirio all’ospedale di Pietrasanta disse: “Sto toccando il fondo”. È stata un’esperienza di dolore che ha dato frutti, e dopo dieci anni l’ha vissuta don Beppe. La nostra presenza qui ci dice che veramente quel seme ha attecchito. Don Sirio e don Beppe hanno veramente avvicinato il Vangelo alla gente, in questa terra generosa ma talvolta ostile della Chiesa. Come don Milani don Beppe ha amato Dio ma anche la sua gente […]», p. 79.
«Indifferenti, mai» erano due parole scritte su uno striscione al funerale di don Beppe, che le ripeteva spesso e che negli anni a venire sarebbero state ricordate da chiunque intendesse mantenere viva la memoria del «prete operaio» (e non solo). Ottima scelta anche per il titolo!

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