30 gennaio. Anniversario dell’uccisione di Gandhi, nel 1948 | a cura di Enrico Peyretti


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Egli fu ucciso, con una pistola Beretta italiana, da un fanatico indù, per la sua apertura ecumenica agli indiani musulmani e la sua opposizione alla lacerante divisione della «madre India» tra indù e musulmani (il Pakistan).

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Gandhi distingueva la nonviolenza dei vili dalla nonviolenza dei forti. E si chiedeva, dubitando: «Ho in me la nonviolenza dei forti? Solo la mia morte lo dirà. Se morirò pregando per il mio assassino e conservando nel santuario del mio cuore il sentimento della presenza di Dio, allora soltanto sarà possibile dedurne che io ho la nonviolenza dei coraggiosi».

(Gandhi, All Men are Brothers. Life and Thoughts of Mahatma Gandhi as Told in his Own Words, Unesco, Losanna 1958; trad. ital. Antiche come le montagne, Ed. di Comunità, Milano 1965, p. 95-96)

Commenta Jean-Marie Muller: «Noi sappiamo oggi quello che lui stesso ignorava: egli possedeva realmente in sé la nonviolenza dei forti»

(Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace, Pisa University Press 2004, p. 250).

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«Prendete nota anche di questo, che se qualcuno dovesse porre fine alla mia vita trapassandomi con una pallottola – come qualcuno tentò di fare con una bomba l’altro giorno – e io ricevessi la sua pallottola senza un gemito ed esalassi l’ultimo respiro invocando il nome di Dio, allora soltanto giustificherei la mia pretesa».

(Parole pronunciate da Gandhi la sera del 29 gennaio 1948, meno di venti ore prima di venire assassinato. Cfr Gandhi, All Men are Brothers. Life and Thoughts of Mahatma Gandhi as Told in his Own Words, Unesco, Losanna 1958; trad. ital. Antiche come le montagne, Ed. di Comunità, Milano 1965, p. 96-97)

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«Credo nel messaggio di verità tramandato da tutti i maestri religiosi del mondo, ed è mia costante preghiera di non provare mai nessun sentimento di rabbia verso i miei calunniatori; anche se cadessi vittima del piombo di un assassino, prego di poter rendere l’anima con il nome di Rama sulle labbra. Sarò contento d’essere ricordato come un impostore se le mie labbra, all’ultimo momento, proferissero una sola parola aspra contro il mio aggressore».

(M. K. Gandhi, Antiche come le montagne, Ed. di Comunità, Milano 1965, p. 95)

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«Sarò contento se, quando qualcuno venisse per uccidermi, io potessi restare calmo, lasciarmi uccidere e pregare Dio che mi conceda di avere un buon sentimento per chi mi uccide».

(Discussione con alcuni visitatori, New Delhi 17 luglio1947, in The collected works of Mahatma Gandhi, vol. 88, Ahmedabad 1983, p. 357)

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Quando l’attentatore gli sparò, Gandhi cadde invocando il nome di Dio: «He Ram». Dieci anni prima, in una conversazione aveva detto di avere continuamente il nome di Dio sulle labbra: «Una persona che ha rinunciato alla violenza – diceva Gandhi con voce appassionata – dovrebbe pronunciare il nome di Dio a ogni respiro». Egli lo faceva da più di venti anni, tanto che adesso il nome di Dio si ripeteva da se anche durante il sonno.

(Resoconto di conversazione fedelmente trascritto da Pyarelal, segretario di Gandhi. Si legge in italiano in E. Easwaran, Badshah Khan. Il Gandhi musulmano, Sonda, Torino 1990, p.190)

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«Percepisco oscuramente che mentre tutto intorno a me muta, sotto tutti questi mutamenti vi è una forza vivente, immutabile, che tiene tutto assieme, crea, dissolve e ricrea. Questa forza o spirito informatore è Dio (…). E questa forza è benevola o malevola? La vedo esclusivamente benevola, perché vedo che in mezzo alla morte persiste la vita, in mezzo alla menzogna persiste la verità, in mezzo alle tenebre persiste la luce. Ne deduco che Dio è Vita, Verità, Luce. È Amore».

(Gandhi, Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, Milano 1965, p. 100).

(Queste parole di Gandhi erano incluse in una prima edizione delle preghiere della comunità di Bose, poi non più nelle successive)

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Gandhi scrive che la radice prima degli apprendimenti morali scoperti a Londra nella Gita («il libro per eccellenza per la comprensione della verità») e nel Sermone evangelico della montagna (che, dice, «mi andò diritto al cuore»), è «una strofa didattica gujarati», che egli definisce «meravigliosa», appresa nella prima giovinezza, il cui insegnamento, rispondere al male con il bene, gli era penetrato «nella mente e nel cuore». Questo, scrive, «divenne il mio principio ispiratore, una tale passione che cominciai a fare vari esperimenti»:

«Per una ciotola d’acqua offri un buon pasto

ad un gentile benvenuto inchinati con ardore

per una semplice monetina restituisci oro

se la vita vuoi salva non salvaguardarti

così osserva le parole e le azioni del saggio

ogni minimo favore ricompensa dieci volte

ma i veri nobili sanno che tutti gli uomini sono uguali

e lietamente ricambiano con il bene il male ricevuto».

(Gandhi, Autobiografia La mia vita per la libertà, Newton Compton 1973, p. 44; altra edizione 1988, e prima Garzanti 1931, con Prefazione di Giovanni Gentile; titolo originale An Autobiography or the Story of my experiments with truth, Ahmedabad, 1925)

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