A volte ritornano… | Recensione di Massimiliano Fortuna


Revenant – Redivivo
Un film di Alejandro González Iñárritu. Con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck. continua» Titolo originale The Revenant. Avventura, Ratings: Kids+16, durata 156 min. – USA 2015. – 20th Century Fox uscita sabato 16 gennaio 2016.

locandina_revenantSe dovessi parlare di Revenant a un cinefilo che non l’ha ancora visto, forse gli direi: prendi un po’ di Corvo rosso non avrai il mio scalpo e di Cast Away, aggiungici Balla coi lupi e La morte sospesa, e magari anche Il gladiatore, mescola assieme e puoi farti un’idea di cosa è Revenant.

Giochetto delle citazioni a parte, sono convinto che Iñárritu sia uno dei migliori registi degli ultimi anni, Amores perros fu un esordio coi fiocchi, seguì un bel film come 21 grammi, poi Babel, un’elegia angosciante e dolente che è qualcosa più di un bel film, fino a un pezzo di bravura cinematografica come Birdman. Per questo da Revenant era forse lecito aspettarsi qualcosa di più. Attendersi un oscar per DiCaprio, come auspicato da molti, è lecito, ma il film, sotto certi aspetti, può quasi considerarsi un’occasione persa.

Le scene da ricordare non mancano, lo scontro iniziale con gli indiani, in un confuso grigiore, ribalta tanti stereotipi del western classico. Così come li ribalta l’attacco dell’orso, bestia non umanizzata, ma semplice brandello di natura che agisce secondo le proprie regole ancestrali. Una natura la cui rappresentazione è uno dei punti di forza del film, guardata non attraverso l’occhio deformante dell’uomo, dunque né maligna né benigna, semmai indifferente, nella quale l’agire umano non è che una delle tante forze impegnate nel grande e spietato (ma questo è già un giudizio umano) gioco della sopravvivenza. Né sono stereotipi gli indiani, a loro volta non idealizzati e non deformati come selvaggi appartenenti a una cultura inferiore, anche se sullo sfondo si avverte la forza distruttiva di una civiltà di bianchi – che siano inglesi o francesi non fa differenza – che si appresta a colonizzare e a sottoporre al proprio dominio un mondo indigeno enormemente più debole.

Su tutto questo c’era da innestare una storia esemplare, autentica nella sua base, di ritorno dal regno della morte, oltre un deserto di neve, di gelo e di silenzio. Si può dire che tutto questo, in sostanza, riesca nella prima parte del film, che però a poco a poco comincia ad assumere le sembianze e le cadenze di una sorta di action movie del grande Nord. I pericoli corsi e superati dal protagonista infatti cominciano a diventare parossistici, allora eccolo attraversare indenne, senza nemmeno una distorsione alla caviglia, le rapide impetuose del Missouri (a proposito di rapide, forse tra le citazioni toccherebbe annotare pure Un tranquillo weekend di paura) o cadere in un dirupo con miracoloso atterraggio sui provvidenziali rami di un provvidenziale albero. DiCaprio rischia così di diventare un tipico eroe infrangibile di celluloide, non un uomo immerso in un contesto di sopravvivenza durissimo, ma reale.

Forse ancor di più finisce per risultare ordinaria e ripetitiva la contrapposizione con l’antagonista terribilmente malvagio. La resa dei conti finale scorre come un’appendice non necessaria e già vista mille volte sullo schermo. Tutto appare scontato: la rincorsa, l’uccisione dell’amico buono dell’eroe, il duello finale all’ultimo sangue e il cattivo che dopo una resistenza protratta rende l’anima a Dio, o forse al diavolo. Insomma se in Birdman Iñárritu si era preso abilmente gioco della macchina commerciale hollywoodiana, qui in Revenant finisce per esserne in parte irretito, e non gli riesce di realizzare quel film memorabile sull’emozione essenziale e primordiale dell’uomo di fronte alla natura e alla morte, che probabilmente era nelle sue corde.

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