Orfana di figlio. I giovedì delle Madres de Plaza de Mayo – Recensione di Cinzia Picchioni


cop_Renzo Sicco, Orfana di figlioRenzo Sicco, Orfana di figlio. I giovedì delle Madres de Plaza de Mayo, Claudiana, Torino 2015, pp. 200, 13,90

Chi ti manca?

Questa è la domanda, l’unica domanda, che viene rivolta a chiunque si avvicini alle «Madres de Plaza de Mayo» (Madri di piazza di Maggio) argentine; non importa infatti chi sei, la religione che pratichi, la tua appartenenza politica. Ti accomuna alle altre «madri» il dolore (e la mancanza, appunto) per aver perso qualcuno (che poi, nel libro lo scopriamo, non è solo un figlio): padre, sorella, madre, figlio, figlia, fratello.

Il libro è scritto in due lingue (bravi editori): l’italiano e lo spagnolo. Contiene poi il testo teatrale di Massimo Carlotto, Più di mille giovedì (il giovedì era il giorno in cui si riunivano le Madri in piazza di Maggio). Contiene anche una lunga intervista raccolta da Renzo Sicco, una “biografia in presa diretta” di Taty Almeida, una Madre cui la dittatura argentina ha rapito – il 17 giugno 1975 – il figlio ventenne Alejandro, che poi è scomparso, desaparecido come tanti/e altri/e. Taty, dopo essersi avvicinata a Las Madres (il movimento delle Madri di piazza di Maggio) è diventata un’attivista per i diritti umani e ha cominciato a girare il mondo per portare la sua testimonianza di «orfana di figlio». Già, non esiste il termine per un genitore che resta senza un figlio… forse perché è «contronatura»? Io credo di sì. È nell’ordine delle cose che i genitori muoiano prima dei figli (che si chiamano allora orfani), ma non il contrario, soprattutto non con le caratteristiche della «sparizione» tristemente nota in Argentina.

Un pannolino come foulard

Mi ha straziato il cuore sapere che le Madri hanno cominciato a partecipare ai raduni del giovedì indossando come un foulard i pannolini – di stoffa – dei loro figli. Sono rimasta così colpita forse perché anch’io – benché mio figlio sia nato nel 1990 e non negli anni Settanta come il figlio di Taty Almeida – ho voluto usare i pannolini di stoffa: un triangolo di cotone e spugna e il ciripà, di cotone anch’esso, che si metteva sopra a “legare” il triangolo, fasciando il bambino. E anch’io – come si legge nel libro – ho tenuto qualcuno di quei pannolini per ricordo… così ho capito benissimo il significato simbolico di usare come “bandiera di riconoscimento” i pannolini dei figli neonati scomparsi da adulti. Questo pannolino si vede molto bene nella foto che troviamo a pag. 102 del libro: Taty Almedia e Renzo Sicco a Torino, durante un incontro pubblico nel 2007.

Il teatro come filo diretto tra Argentina e Torino

Che cosa unisce Renzo Sicco – di Assemblea Teatro – e Taty Almeida, madre di Plaza de Majo? L’arte. E per la precisione il teatro: fu grazie alle rappresentazioni dello spettacolo Più di mille giovedì (Mas de mil jueves) che le Madri poterono realizzare una costosa «bandiera» con le foto dei figli scomparsi, da portare a ogni manifestazione. Assemblea Teatro lanciò una sottoscrizione pubblica, raccogliendo i soldi per la «bandiera». È così che scopriamo l’amore di Taty per l’Italia e per Torino in particolare «Per questo amo l’Italia e in modo particolare amo Torino», p. 12. La città la «ripaga» facendola cittadina onoraria: «Sono cittadina onoraria di Torino, di Bologna e lo sono a Madrid. Anche questo è gratificante perché vuol dire che la gente sa perché mi conferisce questo riconoscimento. È bellissimo e impensabile», p. 17.

Lo spettacolo in Parlamento

Invece di orrende scene tra parlamentari si è visto lo spettacolo Più di mille giovedì, che è stata la prima pièce di teatro rappresentata dentro il Parlamento italiano:

Per fortuna, alcuni giudici […] fecero sì che si avviassero processi e ci fossero condanne […]. Un importante processo si tenne anche in Italia e uno dei testimoni fu […] Estela Carlotto. Quando venne a Roma per testimoniare, Luciano Violante, allora presidente della Camera, volle renderle omaggio con un invito nelle aule parlamentari. Grazie al suggerimento dell’on. Giorgio Gardiol […] valdese (erano i valdesi a ospitare gratuitamente a Roma nelle loro residenze i testimoni argentini al processo), fu scelto il nostro spettacolo per quell’omaggio che si tenne nella Sala del Cenacolo . (p. 71)

Erri De Luca, Luis Sepùlveda

Altra arte la troviamo nelle parole di Erri De Luca nella Prefazione e di Luis Sepùlveda nella Postfazione. Queste ultime mi hanno particolarmente colpito, sempre per un ricordo legato a mio figlio (che per fortuna non è né scomparso né morto): il titolo è Quelli che ci mancano, e Sepùlveda fa una specie di «elenco» di chi siano «quelli che ci mancano», e con poche parole asciutte riesce a farti rabbrividire: «Quelli di cui sentiamo la mancanza, la domenica all’ora del tramonto, proponevano: “Ehi, ci facciamo un mate?”», e qui scatta l’emozione, perché anche mio figlio ama il mate e appena può ne prepara una tazza, proponendolo anche a chi c’è intorno… Sepùlveda prosegue: «e poi, con il calice familiare che emanava l’aroma dell’infuso migliore […] si guardavano negli occhi con fiera tenerezza, con violento affetto, con una passione armata di futuro, perché quelli di cui sentiamo la mancanza erano militanti», p. 100.

La madre «orfana»

L’intervista a Taty Almeida si beve, anche quella, perché è appassionata, viva, fresca nonostante il dolore. Seguendo i racconti ci si immedesima e – soprattutto se si è madri – si soffre, a volte stando proprio male… come leggendo che «I Desaparecidos sono molti più di trentamila […] hanno individuato una comunicazione del 1978 in cui scrivevano di aver ammazzato 25.000 sovversivi», p. 59; ma il fenomeno dei desaparecidos è continuato fino al 1983, quindi per altri cinque anni! È evidente che i casi sono stati molti di più.

Colpisce come un pugno allo stomaco il racconto, che fa parte dello spettacolo, di una voce fuori campo che narra gli ultimi attimi di vita di un giovane desaparecido, pochi momenti prima di essere gettato – vivo – nell’oceano da un aereo, come usavano fare. Così le Madri non hanno nemmeno una tomba su cui piangere, non hanno mai più visto nemmeno il corpo dei loro figli…

«Freddo. Qualcuno mi sta strappando i vestiti. Freddo. Nausea. Qualcuno mi trascina. Mani mi spingono verso il vuoto. Mi afferro al bavero di una divisa. […] Mi lascerà in ricordo la zaffata del suo alito. Carne e vino rosso. Il rancio degli eroi. L’aria ghiacciata mi straccia i polmoni. Cado nel vuoto. Non riesco ad aprire gli occhi. Non riesco a urlare […] divento un burattino dai movimenti scomposti. […] Tra qualche istante l’impatto. Le ossa si frantumeranno all’istante e le schegge mi trafiggeranno il cuore. La morte sarà istantanea. L’acqua gonfierà il corpo. I pesci lo aggrediranno a piccoli morsi. Eccola qui la storia della mia ribellione. Ho la bocca impastata e mi mangerei un gelato […] tre palline: vaniglia, dulce de leche e cioccolato affogate in sciroppo d’amarena […] Tonfi terribili sotto di me. I corpi dei miei compagni si schiantano come automobili contro muri di cemento. […] Sento l’odore del mare. E sopra di me l’aereo che aumenta la potenza dei motori allontanandosi velocemente», pp. 93-94.

Credo che ogni tanto faccia bene sapere, sentire, leggere nelle parole di testimoni che nel mondo succedono anche cose come queste (e volutamente non ho usato il tempo passato…).

Insieme a cose così ne succedono però anche di belle, come ci racconta Taty quando incontrò, anni dopo la scomparsa di suo figlio Alejandro, alcuni universitari:

«Mi avvicinano due ragazzi bianchi tanto erano pallidi e mi abbracciano. Io non capivo.

Siete la madre di Alejandro Almeida”.

“Sì”.

“Siamo vivi grazie a lui. Non ha parlato. Sapeva i nostri nomi e i nostri indirizzi. Alejandro non li ha detti e per questo siamo potuti fuggire in esilio. […] Ho chiamato mia figlia Alejandra”», p. 25.

Era la prima volta, dopo dieci anni, che la madre aveva notizie di suo figlio.

Tutto quello che leggerete in questo libro è storia vera, vera.

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