Coscienza e legge – Federica Curzi


La contraddizione

Di là dall’antitesi tra l’edificio e l’incendio , tra la salute e l’infermità,
quando il mare rende sulla spiaggia il cadavere di un fanciullo, tutti si sentono madre.1

Vista la natura filosofica della mia formazione e visto anche l’approccio filosofico della mia principale fonte – il pensiero di Aldo Capitini – partirò da un termine molto filosofico. Termine che considero una chiave per il tema che mi è stato affidato e, in generale, per il tema della nonviolenza e della cultura della pace: la contraddizione.

Ci sono due scuole di pensiero sulla genesi della filosofia: il dolore o la meraviglia. Qualunque delle due sia quella giusta, in realtà possiamo dire che l’istinto a riflettere, a pensare, la tensione ad approfondire l’esistenza attraverso la riflessione nasce da un’esperienza di contraddizione, di contrasto tra due elementi che collidono, da un’impossibilità a trovare una risposta o un senso a quanto vediamo o a quanto accade. Che sia la bellezza del mondo o un incontenibile dolore, ci troviamo di fronte all’esperienza del mistero e siamo spinti alla ricerca del senso.

Come ci insegna Primo Levi nel suo testo I sommersi e i salvati,2 l’assurdità del male e la sua violenza impossibile da razionalizzare ci condurrebbero alla pazzia. In poche parole, l’esperienza dell’assurdo. La reazione del pensiero e, conseguentemente, delle nostre azioni a quell’esperienza dell’assurdo a cui ci consegna il dolore è il luogo in cui si colloca la coscienza.

Due esempi per chiarire questa esperienza che, non a caso, sono ambientati durante una Guerra. Il primo esempio è la storia di Antigone, che da questo punto di vista rende lampante il collegamento tra un’esperienza di contraddizione, di assurdità e il risveglio della coscienza. E’ lei che diventa, infatti, l’emblema della contraddizione tra Legge e Giustizia. Antigone vive l’assurdità di dover distinguere, all’interno del sentimento dell’amore fraterno, tra una giusta e un’ingiusta sepoltura. Ad Antigone è imposta una legge che contrasta totalmente con la natura e la giustizia del sentimento di amore fraterno.

Il secondo esempio è invece direttamente ambientato nella Prima Guerra mondiale. Nella sua breve autobiografia dal titolo “Attraverso due terzi di secolo”, Aldo Capitini parla di una “vera e propria conversione” che avvenne a cavallo degli anni 1918-1919. Sul finire della Grande Guerra, l’ “inutile strage”3 dalle parole di Benedetto XV, Capitini è un appassionato ventenne, interessato alla società e alla politica, che passa dalla curiosità per i manifesti e la letteratura futurista all’attenzione e all’esperienza “della finitezza umana, del dolore fisico, dell’inattività sfinita in mezzo alle persone attive (…) dal nazionalismo all’umanitarismo socialista e pacifista”. Come spiega egli stesso: “Sapevo bene gli erramenti che mi ero lasciati alle spalle, che furono anche quelli del primo Ventennio del Secolo in Italia. Avevo imparato perché il classico, il morale, le beatitudini evangeliche, la democrazia e il socialismo erano dei valori. E ci ero arrivato dopo l’eversione, il disordine, il dannunzianesimo, il marinettismo, le parole in libertà.”4

Coscienza

Capitini qui ci aiuta a comprendere come per ciascun individuo si forma la coscienza. E’ proprio l’esperienza della finitezza umana, ovvero del dolore proprio e altrui, della morte, della distruzione e della violenza, che ci fa scoprire il desiderio e l’esigenza di sconfiggerli. Ebbene si, Capitini parla proprio di “sconfiggere la morte”, nel testo che costituisce l’approdo al suo pensiero filosofico maturo dal titolo La compresenza dei morti e dei viventi e che uscirà alle stampe nel 1966, molti anni dopo questa giovanile intuizione. Altro elemento da annotare è che Capitini vive questa sua personale esperienza di assurdo proprio durante la Guerra, scrivendo più volte nei suoi testi come sia proprio quest’ultima la situazione del tutto artificiale e creata dagli uomini in cui si sommano tutte le esperienze più grandi e inaccettabili di violenza.

La coscienza è definita nel dizionario come il “sentimento che ciascun individuo (in quanto capace di ripiegarsi su se stesso e farsi consapevole di sé nei propri rapporti con gli altri) ha dei valori morali; consapevolezza del bene e del male” (dizionario Garzanti). E’ dunque l’incontro con il mondo che fa nascere la coscienza. Sono l’esistenza e il rapporto con gli altri che generano il sentimento dei valori morali. La conseguenza logica di questa definizione è dunque la relazione stringente che c’è tra la mia coscienza e il mondo. O ancor di più: il rapporto genetico tra il sentimento etico di ciascuno e l’esistenza dell’altro. Capitini rende benissimo questa scoperta proprio nel suo primo testo pubblicato nel 1937 e proprio mentre analizza le patologie della società a lui contemporanea: “Il sentimento che il mondo ci è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza un’apertura infinita degli uni verso gli altri, senza una unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia”.5 E’ dunque vero anche l’esatto inverso: non ci sarebbe bisogno dell’etica e della stessa coscienza se non fosse per la genetica relazione tra l’io e il tu, ovvero tra esseri umani. Entrambi gli esempi di contraddizione – da Antigone a Capitini – costituiscono un’esperienza di assurdità, l’impossibilità a trovare un senso, un valore in ciò che accade, a dare o assumere una risposta. Ecco perché entrambi sono, a partire da quell’esperienza di assurdo, spinti ad agire, mossi potremmo dire da una profonda indignazione e scandalo. E’ fondamentale comprendere questo moto indignato per entrare nel vivo della fase costruttiva di un pensiero di pace, che scansi subito la solita errata equazione tra pacifismo e buonismo, tra nonviolenza e rassegnazione. L’indignazione come moto di una ricerca del senso non consegna affatto all’impotenza, al contrario segna l’inizio di un’esperienza di affidamento. Lo sdegno per la sofferenza, la morte e l’ingiustizia diviene automaticamente un’esigenza esistenziale ed etica di ripudiare la violenza, di non accettarla come inesorabile e naturale. Spinge ad agire, anzitutto, e non a restare inerti di fronte alla legge di Tebe – per Antigone – o alla realtà della distruzione, della morte, dell’individualismo, della guerra, nel Fascismo – per Capitini. Inoltre, spinge a cercare altrove un’esperienza che invece faccia risuonare “il sentimento dei valori morali”, spinge dunque a cercare un codice diverso da quello della violenza.

In questo senso risuona il monito di un grande interprete del pensiero nonviolento quale è stato Gandhi: “Compi l’azione giusta”. Compiere l’azione giusta significa, da un lato, far seguire l’agire al pensare, dall’altro, essere ispirati da questa esperienza di affidamento ad un codice differente, opposto, da quello che provoca l’indignazione della coscienza.

Legge

Se fossi un cacciatore non ti caccerei

(Ivano Fossati)

Passaggio importante che deriva dall’esperienza base dell’indignazione è non accettare la guerra, la violenza, il dolore come naturali o inevitabili. Anzi. Cambiare codice significa proprio “non credere alla morte”, per usare un paradigma coniato da Gabriel Marcel6. Questo consiste nel punto di partenza di una visione che rovescia la normale e, se vogliamo, stereotipata concezione del mondo in rapporto alla violenza, alla guerra. Quante volte abbiamo sentito le espressioni ormai entrate nel linguaggio comune come “Guerra giusta”, “Guerra santa”, “violenza necessaria”? O anche: “il fine giustifica i mezzi”?7 Tutte espressioni figlie, ovviamente, di un paradigma che parte dall’accettazione della violenza come – altra espressione abusata ed errata – “estrema ratio”. La violenza non ha mai a che fare con la “ratio”, con una ragione. Uccidere, devastare, violentare, abusare. Sono sempre comportamenti estranei alla ragione e che hanno a che fare con la parte bestiale dell’essere umano. Con l’animale nella definizione aristotelica8.

Per provare a spiegare più a fondo l’inversione di questo paradigma e il passaggio a quello che vorrei chiamare il codice del nonuccidere, utilizzerò due noti esempi: l’homo homini lupus di Thomas Hobbes e la famigerata affermazione di Von Clausewitz “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi”.

Hobbes, lo affermo con il massimo della modestia di studiosa di filosofia aggiungendo un pizzico di ironia, è travisato da secoli. Il suo discorso9, al contrario di dichiarare la natura intrinsecamente violenta dell’essere umano e la definitiva vittoria della parte cattiva su quella buona, descrive quella che è la natura nonviolenta della norma. Lo Stato nella sua visione – e dunque la legge – sono fondati con il fine di dare all’essere umano lo strumento e la cornice ideale per la civile convivenza. La legge esiste affinché possa esistere, all’interno di quel rapporto di genesi tra coscienza/mondo/alterità, la facoltà di nonuccidere. Nell’incrinarsi della relazione tra esseri umani, lo Stato di Hobbes offre la possibilità di sostituire la violenza con la norma.

Stessa concezione che si può applicare alla genesi della Costituzione italiana, nata l’indomani della fine della Seconda Guerra mondiale proprio come storico compromesso per suggellare il non ripetersi di guerre e totalitarismi. Gli articoli della Costituzione italiana – soprattutto i 12 della Prima Parte – possono essere visti come il contrario delle armi, elementi di radicale sostituzione di ogni possibile ricorso alla violenza per la risoluzione delle controversie tra persone e popoli. A tutti gli effetti, dunque, gli strumenti del codice del nonuccidere. Non a caso, nell’art. 11 – dedicato alla scelta della pace da parte del popolo e dello Stato italiano – risuona il termine “ripudio” della guerra che ci riporta a quell’indignazione, elevata all’ennesima potenza, da cui siamo voluti partire.

Il secondo e ultimo passaggio riguarda il superamento di un altro luogo comune. La celeberrima frase di Von Clausewitz che afferma “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi” contiene una contraddizione in termini. Non è possibile perseguire un fine assumendo come mezzo l’esatto opposto del fine. Il fine della politica – la convivenza, la libertà, la democrazia, la felicità – non è compatibile con mezzo della guerra – distruzione, morte, prigionia, sofferenza. Nel momento in cui si prepara la guerra non si ha affatto la prosecuzione della politica, bensì la sua sospensione10. E’ fondamentale, per essere condotti e restare all’interno di una pratica della nonviolenza, ricordare sempre la omogeneità dei mezzi e dei fini. Non è possibile perseguire un buon fine attraverso mezzi che lo contraddicono: “L’amore ha l’amore come solo argomento”. (F. De André)

Questi due esempi su tutti, per cercare di cucire – a proposito di contraddizioni – il rapporto tra coscienza e legge.

Obiezione

Che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore”

(La guerra di Piero – Fabrizio De André)

Esiste un duplice legame tra la coscienza e la legge. Da un lato, abbiamo visto, è proprio dall’imposizione della norma percepita come ingiusta che il rapporto tra coscienza e legge si configura come dialettico. Dall’altro, è dall’indignazione e dalla non-accettazione del limite della morte e della violenza che nasce l’esigenza di una configurazione normativa del nonuccidere, dunque che la legge si ispira alla coscienza. La sintesi di questo legame complesso si ritrova, a mio avviso, nell’obiezione di coscienza: naturale ed etico punto di incontro tra la coscienza e la legge11.

Dall’altro lato, il movimento esattamente opposto: la disobbedienza della coscienza a un’imposizione contraria al proprio sentimento etico. La disobbedienza, tuttavia, non è soltanto il dire “no” a ciò che non si condivide, non si accetta, a ciò che ci indigna; è anche il principio della costruzione delle regole del sovvertimento di quello che – abbiamo detto fin qui – non accettiamo.

Vorrei, per concludere, lasciare alla riflessione condivisa di questa comunità alcuni elementi di quotidiana prassi per confermare la reale possibilità data dal codice del nonuccidere per uscire in modo naturale dalla logica della violenza: dialogo, ascolto, nonmenzogna, educazione, civismo, linguaggio. Tutti elementi che fanno parte a tal punto delle quotidiane relazioni tra persone che, a maggior ragione, è difficile modificare. Allo stesso tempo, però, la familiarità con questi elementi che sono nelle possibilità di ciascuno di noi, ci fa capire come sia realmente praticabile il cambiamento di codice. Ascoltare chi abbiamo vicino, comprendere le ragioni degli altri, saper vedere i diritti degli altri come un proprio dovere e viceversa, vivere le nostre comunità, dalla più piccola come la famiglia, la scuola fino alle città e agli Stati, all’insegna della reciprocità. Saper usare il linguaggio: il primo vero strumento che abbiamo per sostituire le armi e la violenza nella risoluzione dei conflitti interiori ed esteriori è la parola. William Shakespeare, nel Macbeth, ci ricorda che la sola cosa che evita al nostro cuore di spezzarsi è riuscire a dare parole al nostro dolore. Così come al dolore altrui, possiamo aggiungere.

Esiste una reale e concreta possibilità di dare seguito nelle nostre azioni al codice del nonuccidere, dunque la facoltà di uscire dalla logica della contrapposizione violenta tra due differenti posizioni. Insomma, dare un lieto fine alla guerra di Piero è possibile. Comprendere che la differenza è un valore che nutre la relazione e non è causa del contrasto volto ad abbattere ed annichilire quanto di differente esiste tra gli esseri umani significa riconoscere il valore intrinseco in ogni vita. Ogni piccolo, quotidiano e individuale gesto compiuto dentro il codice della nonviolenza può uscire dalla dimensione personale e morale delle azioni e generare il grande – addirittura mondiale – obiettivo della difesa popolare nonviolenta. E’ questo l’approdo a cui Capitini giunge nella formulazione politica del suo pensiero, rispondendo alle molteplici obiezioni ricevute alla sua teoria della nonviolenza da parte di chi non concepiva nazioni senza eserciti.

Dare un lieto fine alla Guerra di Piero, dicevamo, è possibile e passa imprescindibilmente dall’abolizione del concetto e della pratica della divisa che, come dice la stessa parola, porta alle estreme conseguenza il concetto di differenza tra gli esseri umani oscurando dalla vista il criterio che ci rende tutti uguali e capaci di coscienza: la dignità.

Intervento al convegno “Coscienza e guerra. 1915-2015: 100 anni di obiezione”, Torino, 3 ottobre 2015


Note

1A. Capitini, Atti della presenza aperta, (1943) ore in Scritti filosofici e religiosi, Perugia, Fondazione Centro Studi Aldo Capitini, 1998, p. 162.

2Il saggio a cui faccio riferimento è uscito nel 1986. In esso l’autore affronta con lucidità e distacco – sebbene vissuto in prima persona – l’assurdità devastante dei Lager nazisti.

3Nella nota del 1 agosto del 1917, Papa Benedetto XV definì il conflitto mondiale in corso come un’inutile strage, nel tentativo di intervenire con i capi di Stato coinvolti e contribuire alla pace. Va attribuita anche a Benedetto XV la definizione della Grande Guerra come “suicidio dell”Europa civile”.

4A. Capitini, Attraverso due terzi di secolo, in Scritti sulla nonviolenza, a cura di L. Schippa, Perugia, Protagon, 1992, p.2.

5A. Capitini, Elementi di un’esperienza religiosa (1937), in Scritti filosofici e religiosi, a cura di M. Martini, Perugia, Fondazione Centro Studi Aldo Capitini, 1998, p. 12.

6Gabriel Marcel è un filoosfo francese del Novecento. Per un confronto diretto G. Marcel, Il mistero dell’essere, Roma, Borla, 1987. Ho affrontato in modo sistematico il confronto tra l’opera di Capitini e l’opera di Marcel nel capitolo “lLeredità viva del Novecento filsoofico” del mio volume Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Assisi; Cittadella Editrice, 2004.

7Tutte le culture legate a questi luoghi comuni sono veicolate attraverso mezzi di massa e sembrato generate in modo naturale, come “senso comune”. In realtà, esiste una scientifica modalità di insinuare nella “gente”, nei popoli in particolare – legando al concetto di Patria, Nazione, Difesa, … – . Da questo punto di vista è esemplare il documente delle Difesa americana stipulato e pubblicato l’indomani dell’11 settembre 2001, in cui si vede nel linguaggio una crescente demonizzazione del Pericolo invididuato e personificato in Bin Laden attraverso l’uso di aggettivi come “bestiale”, “diabolico” unito alla “necessità” di eliminare il pericolo attraverso l’intervento “santo”, “giusto” della guerra a “difesa” della “patria”. Una vera e propria Mistica della guerra.

8Uno dei fondamenti della filosofia occidentale è, appunto, la definizione di essere umano di Aristotele “l’uomo è un animale razionale”.

9Mi riferisco a Thomas Hobbes e alla sua opera miliare Il Leviatano (1651).

10Su questo va assolutamente ricordato e citato il testo di E. Peyretti, La politica è pace, Assisi, Cittadella Editrice, 1998.

11Ricordo la storia dell’obiezione di coscienza. La Costituzione Italiana, approvata nel 1947 ed entrata in vigore nel 1948, stabilisce all’art. 52 che “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge”, senza prevedere alcuna possibilità di obiettare. La parola “obiezione” deriva dal latino “obicere”, che significa contrapposizione, rifiuto; l’obiezione di coscienza è infatti il rifiuto di obbedienza ad una legge o ad un comando dell’autorità perché considerato in contrasto con i principi e le convinzioni personali radicati nella propria coscienza. L’obiettore di coscienza è dunque un cittadino che, dovendo prestare servizio militare armato, contrappone il proprio rifiuto all’uso delle armi ed attività ad esse collegate. Il cammino dell’obiezione di coscienza in Italia non è stato facile.

La storia La storia dell’OdC, in senso lato, inizia con l’unità d’Italia. La coscrizione obbligatoria introdotta nel 1861, incontrò una grandissima resistenza soprattutto tra la popolazione rurale del meridione, che non ne capiva i motivi ed era costretta a subirla forzatamente. La risposta dello stato fu la massiccia repressione attuata dall’esercito piemontese. Il malcontento popolare non si attenuò, anzi toccò il suo culmine durante la grande guerra del 1915-18: furono circa 470.000 i processi per renitenza alla leva, e oltre un milione per altri reati militari come diserzione, procurata infermità, disobbedienza aggravata, ammutinamento.
Nell’Agosto del 1917 gli operai di Torino si rivoltarono contro l’assurdità della guerra: la repressione fu durissima, decine i morti. Dopo la disfatta di Caporetto, che vide un vero e proprio “sciopero militare” tra i soldati, si intensificò la repressione con fucilazioni di interi reparti. La protesta popolare era spontanea, dettata da un’istintiva avversione alle istituzioni militari e gli orrori ( i “macelli” ) della guerra, ma non era incanalata in alcuna forma organizzata. nIl primo obiettore condannato alla reclusione fu Pietro Pinna (1948), nonviolento, finito in carcere per 10 mesi; liberato fu condannato di nuovo e ritornò in carcere finché fu prosciolto dal dovere del servizio militare. (difeso con la testimonianza di Aldo Capitini). Nel 1949, dopo i primi casi di obiezione di coscienza, il socialista Calossi presentò il primo disegno di legge per il riconoscimento dell’obiezione. Nel ’57 e nel ’62 il socialista Basso ripropose l’iniziativa, coperta dall’oblio dell’indifferenza parlamentare e dalla ostilità del governo e delle gerarchie militari. Il primo cattolico che basò il suo rifiuto su motivi di fede fu Gozzini nel 1962, seguito da padre Balducci che fu attaccato dalla chiesa ufficiale e difeso da don Milani che, in questa occasione, scrisse l’opuscolo “L’obbedienza non è più una virtù”. I due sacerdoti, Padre Ernesto Balducci e Don Lorenzo Milani vennero processati per apologia di reato.
Don Milani, nel frattempo deceduto (1967), subì l’onta della condanna. Il resto della chiesa sembrò disinteressarsi al problema. Questi processi scossero l’opinione pubblica e portarono alla ribalta il problema dell’obiezione di coscienza, registrando importanti prese di posizione a favore dell’OdC. Intanto, sempre negli anni ’60, Il Sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, autorizzò la proiezione del film “Non uccidere” – incentrato sul tema dell’obiezione di coscienza – nonostante il divieto imposto dalla censura.

Fino alla fine degli anni ’60, il numero degli obiettori rimase basso, quasi tutti testimoni di Geova con poche eccezioni, anarchici, nonviolenti, socialisti e pochissimi cattolici; molti obiettori finirono in carcere, mentre al Parlamento vennero presentati diversi progetti di legge, dei quali però nessuno venne approvato. La legge Pedini (1966) sembrò che potesse offrire una soluzione attraverso una specie di servizio civile nel terzo mondo; ma la legge si rivelò ambigua, insufficiente e la sua applicazione ancora peggiore. Cresceva il numero dei giovani che sceglievano il carcere al servizio militare: era ormai un problema da risolvere. Nel 1970/71 gruppi di 6-7 persone fecero obiezioni collettive con motivazioni soprattutto politiche. La classe politica, messa alle corde dal vasto movimento d’opinione nato nella società e dal contemporaneo intensificarsi di azioni di protesta condotte dalle organizzazioni nonviolente, approvò, pur sotto l’influenza delle gerarchie militari e delle forze politiche contrarie, il disegno di legge Marcora, restrittivo e punitivo, invece di quello Fracanzani più attinente alle richieste delle organizzazioni. Passò così la legge 15 dicembre 1972, n. 772 che dava il diritto all’obiezione e al servizio civile sostitutivo per motivi morali, religiosi e filosofici. La legge “Marcora” rese possibile la scarcerazione dei giovani obiettori di coscienza e contemporaneamente segnò un cambiamento storico nella legislazione italiana, perché introdusse la possibilità di rifiutare il servizio militare con le armi sostituendolo con un servizio militare non armato. Con questa legge l’obiezione di coscienza non veniva ancora considerata un diritto, ma un beneficio concesso dallo Stato a precise condizioni e conseguenze: la gestione del servizio civile restava nelle mani del Ministero della Difesa. La legge restrittiva e punitiva (8 mesi di servizio in più, commissione giudicante, esclusione delle motivazioni politiche, dipendenza dai codici e dai tribunali militari) fece nascere subito un movimento di lotta degli obiettori che si unirono nella Lega Obiettori di Coscienza (LOC). Dopo una serie di altri tentativi falliti nel corso della XI e XII Legislatura, nel luglio del 1998 si giunge finalmente all’approvazione della legge 230 che sancisce il pieno riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza. Con questa ultima legge l’obiezione di coscienza non è più un beneficio concesso dallo Stato, ma diventa un diritto della persona: il Servizio Civile rappresenta un modo alternativo di “servire la patria”, con una durata pari al servizio militare, a contatto con la realtà sociale, con i suoi problemi, con le sue sfide. Siamo a una svolta, sono ormai maturi i tempi per una radicale riforma del Servizio Militare.

La Legge 14 novembre 2000, n. 331 recante “Norme per l’istituzione del Servizio Militare professionale”, muta profondamente la natura del Servizio di leva che diventa volontario e professionale, determinando così la conclusione della obiezione di coscienza a partire dal 2007. Nell’agosto 2004 dopo appena un lustro dalla promulgazione della legge 230, il Parlamento anticipa al 1° gennaio 2005 la sospensione della leva obbligatoria con la legge 23 agosto 2004 n. 226, “Sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva e disciplina dei volontari di truppa in ferma prefissata, nonché delega al Governo per il conseguente coordinamento con la normativa di settore”. Il Decreto legge 30 giugno 2005, n. 115 prevede, su domanda degli obiettori ancora in servizio, la concessione del congedo anticipato al 1° luglio 2005. Si chiude un capitolo della storia istituzionale del nostro Paese e si schiude una nuova prospettiva al passo coi tempi e con le esigenze della società: il Servizio Civile Nazionale.

Una replica a “Coscienza e legge – Federica Curzi”

  1. I filosofi parlano benissimo per modificare tutto ma non cambiare nulla. Sono pacifista fino alla morte ma, non comprendo perché alla filosofia non includono la realtà dell'ingiustizia economica sociale, le disuguaglianze, le non equità di svariate nature, gli interessi egoistici di disumani e potenti capitalisti, sono questi i principali motivi che causano conflitti e guerre, tra singole persone, nazionali e mondiali. Naturalmente, complice la natura che tra i buoni fa nascere anche i cattivi che, approfittano del disordine per i propri interessi costruendo armi e, naturalmente far scoppiare guerre per venderle. Ciani

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