L’illusione delle armi – Enrico Peyretti


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Il terrorismo è una criminale vendetta indiscriminata che si pretende giustizia e sottomette tutti alla paura. La guerra è una criminale illusione di giustizia.

La falsa promessa delle armi
Ci sono immagini ingannevoli nelle quali non c’è né la felicità né qualche bene minore: un’apparenza, non un’apparizione. Questo avviene, in modo madornale, nel caso delle armi e della vana ridicola assurda disgraziata disastrosa promessa di sicurezza che le armi danno, ingannando miriadi di persone e di popoli. Questo vediamo se facciamo un bilancio non brevemente provvisorio, ma davvero definitivo, dell’uso delle armi.
L’arma, prima di difendere, offende, uccide. Per questo scopo diretto è pensata, progettata, costruita, venduta e comprata. Per nessun altro scopo. Un coltello da cucina è fatto per cucinare, nutrire e vivere: anche se può essere usato per uccidere, non posso accusarlo di essere un’arma, se non in senso tutto “improprio”. Un’arma in senso proprio può soltanto uccidere.
L’arma offende e uccide. Se difende, difende offendendo un’altra arma che offende, cioè offendendo chi offende. La difesa armata è offesa e vendetta. L’arma offensiva, e difensiva mediante offesa, fa la sua funzione propria, costitutiva, compie la sua natura, che è colpire, fino ad uccidere. Volere un’arma è volere uccidere. Comprare un’arma è comprare la possibilità di uccidere. Fabbricare armi è fabbricare morte in aggiunta peggiorativa alla nostra mortalità naturale. Farsi autorizzare a possedere un’arma è farsi autorizzare ad uccidere, certo in determinate situazioni ipotizzate, ma sempre e solo uccidere. È volontà di uccidere, magari ritenendo che sia giusto, o necessario, ma uccidere, cioè espellere dalla vita, volere annullare. Solo questo sa fare l’arma. Come la ruota sa girare, e l’aquilone volare, l’arma sa creare morte, discreare la vita.
La verità delle armi è apparsa a Hiroshima, il 6 agosto 1945. Fino ad allora potevi illuderti che difendessero dall’offesa. Quando, per difendere il diritto, l’arma è cresciuta fino alla distruttività totale, ha perso la possibilità di difendere. L’arma è diventata suicidio. Proprio come il kamikaze che, in un conflitto a suo giudizio giusto, si uccide: sui-omicida. Così è ormai l’arma.
La difesa, per essere giusta, deve essere (come dicevano alcuni pacifisti nonviolenti tedeschi negli anni ’80, nella “crisi dei missili”) «strutturalmente incapace di offesa». O difesa, o offesa. Cioè, la difesa deve essere compiuta con le tecniche nonviolente classiche, storiche, ma ostinatamente ignorate dalle strategie statali, dalle politiche, e non viste dagli storici daltonici, abbacinati solo dalla violenza.

Non esiste la deterrenza
Potenziale e determinato uccisore, nemico della vita, è chi detiene e impugna un’arma per fare deterrenza. Non c’è alcuna deterrenza se non c’è la determinazione ad uccidere, la volontà di uccidere, seppure condizionata. Tu mi minacci di morte, e io per difendermi faccio la stessa identica cosa, ti minaccio, e chiamo la minaccia deterrenza. Come nella vendetta: ora ci sono due mali invece di uno.
La minaccia è già mortale, mortifera. È volontà di morte. La persona minacciata è quasi uccisa, ridotta a cosa. Leggo in Simone Weil: la minaccia è il potere di «mutare in cosa un uomo che resta vivo. È vivo, ha un’anima; è, nondimeno, una cosa». «Si tratta di un’altra specie umana, un compromesso tra l’uomo e il cadavere», contraddizione che strazia l’anima. La condizione dei minacciati «è una morte che si allunga, si stira per tutto il corso di una vita». In tempo di guerra, questa morte artificiale e organizzata è solo la punta più visibile e orrenda della violenza, che si ramifica nel profondo in tutte le forme di dominio. «L’esercizio della forza [intende la violenza; e.p.] è un’illusione. Nessuno la possiede: essa è un meccanismo». «Vincitori e vinti sono fratelli nella stessa miseria». «Colpire e essere colpiti è un’unica e medesima impurità».
Se dunque l’aggressore che mi minaccia mi riduce a cosa, io devo saperne uscire senza imitarlo, cioè ritornando uomo vivente.
Chi si difende con l’arma vuole uccidere. Per non essere ucciso, uccide. Non vuole soltanto dissuadere, deterrere. Tu non mi deterri se so che fingi. Io non ti deterro se sai che fingo, o se sai che non so sparare. La deterrenza non è innocente, è volontà di uccidere, sospesa a determinate condizioni, ma volontà di uccidere, proprio come chi assale.
Tu mi deterri davvero se io vedo e so che vuoi uccidermi qualora non obbedisca alla tua volontà. Proprio come fa l’assalitore armato. Arriviamo così a vedere scomparire o dissolversi la differenza tra aggredire con le armi e difendersi/difendere con le armi, tra guerra aggressiva e guerra difensiva. Non si vuole negare nella prassi che la differenza c’è, la nostra Costituzione la riconosce, ma contiene pure una sana spina morale-politica che spinge e stimola alla liberazione anche dall’uso difensivo delle armi. Del resto, la tensione morale vede più della legge che si muove nello stretto possibile. L’anima umana spazia ben oltre, è creativa e liberante.

O le armi o la vita
L’arma è l’anti-vita, l’anti-umanità. Ci impone il dilemma: o le armi o la vita. La vita è il valore a noi comune. Qualunque altro valore o scopo cercato dagli umani richiede prima che ci sia vita. Certo, il kamikaze (o anche Pietro Micca) pospone la vita personale ad uno scopo collettivo, che ritiene buono, per il quale si fa strumento morto e mortale. Il martire sa spendere la vita intera per un valore che la realizza oltre il suo limite. Chi vive un dolore tale da togliere vivibilità alla vita, si priva volontariamente e liberamente della vita, decisione drammatica e rispettabile. Ma la vita, anche in questi casi, è un valore che dà qualche significato a quegli atti. Abbiamo forse un altro valore comune, superiore alla semplice vita? La vita è la condizione di tutti i valori. Allora è necessario abolire le armi per difendere la vita: altro che potenziarle!
Condanniamo i terroristi sui-omicidi, che annullano la propria vita per annullarne altre, e terrorizzarle tutte, in un trionfo della morte, ma, se guardiamo bene, ogni arma è trionfo della morte, è scelta di morte più che di vita, è affidare la vita alle mani della morte: ogni arma, anche quelle celebrate nelle retoriche della patria in armi, anche nella oscenità delle parate militari come espressione maggiore della unità di un popolo in festa.

Il dovere di difendere
Obiezione solita: ma il mio nemico minaccioso è armato, è potenziale assassino, e devo difendere me stesso o chi mi è affidato. Bene. Però, accade che, se prendi un’arma anche tu, e più forte dell’arma del nemico, la probabilità di morire, per te e non solo per lui, cresce, non diminuisce. Sei meno sicuro.
Perché l’arma possa difenderti devi precedere in velocità e potenza il nemico. Non è più questione di diritto e di torto, di giustizia e di ingiustizia, ma solo di velocità e potenza. L’arma non sa chi ha ragione, chi ha diritto: essa riduce il diritto ad un fatto tutto e solo quantitativo, senza qualità. Se sei il più veloce ad uccidere, ti fai omicida, uccisore del nemico, ed eviti a lui di farsi omicida, uccisore di te. Così vinci la gara del male, l’assalto alla vita. Non è la tua vittoria. Tu sei vivo e lui è morto, ma è vittoria della morte. Se dico Mors tua vita mea, dunque la mia vita è una morte, è la tua morte. Allora, la vita del vincitore con le armi è morte, è vittoria di uccisore, è vittoria di una morte. Strano: così chi vince si è “sacrificato“ per il suo nemico, si è assunto la colpa di uccidere. Ma anche lui voleva ucciderti. Siete insieme all’inferno.
Però, non sai mai se sarai tu il più veloce e il più potente. Il soldato va in guerra drogato dall’illusione di uccidere senza essere ucciso. Dal momento che è una questione di velocità e potenza, considera un momento se altri mezzi, mezzi umani, come la parola preventiva, il dialogo, l’ascolto dei motivi del nemico, uno stato d’animo tuo che possa attirare a benevolenza il nemico, il tuo fargli bene prima e in luogo del fargli male, tutto ciò insieme al coraggio di resistere fino a saper morire più del saper uccidere (il che significa affermare e far valere la vita feconda più della morte sterilizzante), considera se ciò non sia la tua maggiore e più efficace difesa, e più libera da effetti contrari negativi non voluti.
Ciò non toglie – perché nulla al mondo è assoluto – che ci sia un caso in cui, senza premeditazione e senza organizzazione finalizzata (esercito e apparati micidiali), uccidere uno che sta in quel momento (e non prima e non dopo) per uccidere altri, sia un male minore che evita un male maggiore. Lo ammette anche Gandhi. Ma pur sempre un male, di cui non potresti farti vanto, un dolore, come una sconfitta della vita in cui sei stato coinvolto, e non una vittoria. Secondo un racconto ebraico rivelatore di grandezza, quando il suo popolo ha passato indenne il Mar Rosso, Dio ha pianto per gli egiziani annegati. E una finissima poesia di Elena Bono (Lamento di David sul gigante ucciso) canta il dolore e la solitudine di David dopo aver ucciso Golia.
L’arma è vergogna e degenerazione del nostro essere umani, perché separa radicalmente le vite, che sono distinte per essere insieme, e solo con l’essere insieme, l’una per l’altra, possono essere distinte, libere, degne, valide. Certo, le vite non vanno poste in alternativa assoluta, ma l’alternativa assoluta, se qualcuno la pone, non va accettata, e a questo scopo ogni mezzo dell’intelligenza creativa va messo in atto, al di là di quanto l’evoluzione e la storia umana hanno saputo fare fino ad oggi, tanto più che la storia e la possibile politica realistica delle difesa nonviolenta è storicamente cominciata, per chi vuole cominciare a conoscerla.
23 novembre 2015

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