Violenza a Parigi e da Parigi: quale via d’uscita? – Johan Galtung


Le atrocità di Pargi paiono diffondere il termine “terrorismo” con più frequenza che mai, nei media, da parte dei politici. Così facendo, essi firmano la propria capitolazione intellettuale: fidatevi di me, non cercherò di capire tutto. Guardando i politici sui canali TV 56 US in Georgia non c’era una sola parola d’analisi del perché?; tipo conflitti e traumi sottostanti. Né conciliazione e soluzione. Solo una descrizione di che cosa?, l’orribile violenza. E su che fare: altra violenza, guerra. Seppur con un punto interrogativo: funzionerà?

Tutto il mondo occidentale si conformava al vecchio detto francese: Cet animal est très méchant, quand on le bat, il se defend. (Quest’animale è perfido, quando lo picchi, si difende). Considerate secoli di relazioni franco/arabe-musulmane e vi troverete percosse, uccisioni, conquista, colonialismo, sfruttamento a senso unico, la Francia che li utilizzava in guerre contro la Turchia e contro la Germania promettendo libertà e non mantenendo le promesse, un grossolano colonialismo post-coloniale, nessun rispetto per i loro desideri d’essere padroni a casa propria, come adesso in Mali. Usandoli per lavori di manovalanza in Francia se parlavano francese. Al fondo della società, scioccati quando il sistema scolastico francese li tratti con uguaglianza e allora salgono verso l’alto, come gli afro-americani quando ottennero accesso al sistema scolastico statunitense. E alla fin fine giunsero alla società USA, dopo un secolo di segregazionismo e col movimento dei diritti civili.

La Francia adesso è in quella fase. Non supponiate che 350 milioni d’arabi-1.650 milioni di musulmani si prenderanno altri colpi a mani ferme. Leggete il più bellicoso degli inni nazionali, l’orribile Marsigliese, che ammonisce i francesi a odiare gli intrusi stranieri “che vengono fra di noi a sgozzare i n/vostri figli e consorti – Marciamo, marciamo, che un sangue impuro abbeveri i nostri solchi”. Osservate l’élite francese di “énarques” [laureati alla Scuola Nazionale d’Ammnistrazione, ndt], difficili da eguagliare in ipocrisia patriottica.

E vi trovate una Francia con un presidente che dichiara guerra.

Trattate l’accaduto come una guerra e sicuramente l’avrete. Con la polarizzazione nel termine “terrorismo”: voi siete malvagi con un progetto di altro male in più, parlare con voi è inutile; schiacciare, battere, eliminare.

E con un’escalation, a e da parte di Parigi. Ma stiamo attenti: non c’è solo un potere distruttivo – D – coinvolto, con la Francia che ne ha più degli altri. C’è anche una vulnerabilità – V – con la Francia, gli USA ecc. che sono molte volte più vulnerabili. Moltiplicate la D di una delle parti per ia V delle altre (al plurale): chi è più forte? Vale a dire: quanto più potere distruttivo ha l’una e quanto più vulnerabile l’altra – tanto più forte è la prima.

L’altra parte urla “Allah è Grande”, rimpicciolendo gli individui, quelli che essi uccidono, ed essi stessi che si uccidono con cinture esplosive. Ma fa altrettanto la grande Francia, chiamando i cittadini “alla guerra, a formare i battaglioni” contro coloro che “farebbero le leggi nei nostri tribunali”. Non è così facile trovare nel Corano versetti che uguaglino del tutto la Marsigliese.

Quale via d’uscita? Il 28 ottobre, prima dei fatti di Parigi, Tony Blair si è scusato per l’invasione del 2003 dell’Iraq che ha ripetutamente detto che rifarebbe.

Perché, com’è successo? Forse gli ha torto il braccio sinistro il suo successore come leader del partito laburista, e il braccio destro il primo ministro, Cameron. Perché? Perché temevano una Parigi a Londra, e hanno inghiottito l’amara pillola di chiedere scusa per una guerra stupida e criminale in Iraq migliaia di volte più atroce che Parigi.

Hollande potrebbe (con torsione di braccio) fare lo stesso? Forse no. Ma potrebbe esserci una via d’uscita meglio accetta all’ipocrisia francese: una commissione internazionale accettabile da tutte le parti in gioco che valuti la relazione, passata, presente e futura – depolarizzando e descalando in attesa delle sue conclusioni (per le quali potrebbe volerci del tempo).

Nel diritto un atto illegale è separato dal suo contesto, storia compresa; in realtà il contesto importa di più e trova i propri volonterosi esecutori. Uccidetene uno, belga o meno, collegato all’ISIS o no, e le ombre della storia si mobiliteranno nascondendone dozzine d’altri.

Il problema non è spiegare che cosa è accaduto, ma perché non prima.

E questo vale anche per l’11 settembre fatidico a New York-Washington, per il 7 luglio a Londra, per l’ 11 marzo a Madrid. Milioni erano stati vittime di aggressione da parte di quelle attuali o ex-grandi potenze. Perché non reagirono in “contraccolpo” (blowback), come la CIA chiama le “conseguenze non intenzionali” del suo incredibilmente lungo elenco di aggressioni? Potrebbe essere perché quelli sono meno violenti che l’Occidente, perché la frustrazione deve accumularsi per un tempo più lungo per essere al livello del terrorismo di stato occidentale che supera le punture di spillo del terrorismo in ragione del 99:1? E perché l’Occidente, stupidamente, ha ritenuto che la propria violenza avesse avuto un effetto preventivo, neutralizzante, che “funziona”?

E poi può essere che tutto quell’edificio intellettuale mal costruito crolli perché le vittime non-occidentali hanno raggiunto il punto di svolta, non ce la fanno più a sopportare, e ricadono sul versante violento. E l’Occidente conta le sue vittime – pubblica i loro nomi e quelli dei loro assassini mentre invece li mantiene entrambi anonimi quando è l’Occidente a uccidere – e conclude stupidamente che quel che ci vuole non è meno ma più violenza. Affinché la prevenzione individuale e generale funzioni.

Io ho un sogno; come un americano di Atlanta, Georgia: Martin Luther King Jr.

Immagino che Occidente e Islam si focalizzino non sul peggio, come la violenza occidentale per la prevenzione e quella islamica per la rappresaglia, ma sul meglio; come la capacità d’innovazione e di libertà in Occidente, di solidarietà e condivisione nell’Islam. Immagino che dialoghino pubblicamente ad alto livello su “come poter imparare vicendevolmente”? Come introdurre più diversità nell’Islam, più libertà di differenti interpretazioni? Come introdurre più solidarietà nell’Occidente per superare la solitudine, e più condivisione – di ricchezza, di conoscenza, di qualunque risorsa – per superare la disuguaglianza, l’una e l’altra anomalie rampanti? Come possiamo riconciliare l’utopia islamica di un’ummah mondiale, la comunità dei credenti, punteggiata d’innumerevoli autorità locali basate sulla moschea e sul tribunale della shariah, con l’utopia occidentale di un governo mondiale, dominato dall’Occidente?

Morale: cominciare a lavorarci; non sprecare tempo con una stupida violenza-guerra.

Caro François Hollande,

non raggiungerai mai la pace attraverso la sicurezza;

raggiungerai la sicurezza attraverso la pace.

Johan Galtung, 14 novembre 2015

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale:
Violence In and By Paris: Any Way Out?

23 novembre 2015, Atlanta, Georgia, USA

 

2 Risposte a “Violenza a Parigi e da Parigi: quale via d’uscita? – Johan Galtung”

  1. si condivido ma, mancano nuove regole unitarie scaturite da una squadra di saggi mondiali che si servono della verità universale uniforme per tutti, verità scientifica, matematica che garantisce uguali diritti e doveri sull'intero pianeta, che uniformi l'umanità con una nuova cultura, con una lingua universale per scalzare col tempo le vecchie culture fatte di favole, che faccia funzionare un governo neutrale mondiale che controlli drasticamente le fabbricazioni e commerci di armi fino ad annullarne la fabbricazione e, da subito cominciando dai paesi più avanzati ridurre l'orario di lavoro per far lavorare tutti in mansioni entelliggenti che non inquinano.

  2. ma, quanto detto nel primo commento, senza modificare l'attuale sistema capitalistico, sarà ben difficile realizzare. Il capitalismo però è modificabile se si scrive una nuova filosofia di uguaglianza, senza cadere nel superato comunismo.
    Grazie al denaro si può realizzare un'unica categoria di lavoratori dipendenti unificati ai datori di lavoro, partendo da una assicurazione bonus malus che stipendia tutti i lavoratori temporaneamente disoccupati ecc…

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