20. Resistenza e utopia. Paolo Gobetti, partigiano – Pietro Polito

Con questo articolo si conclude la seconda serie degli articoli sulla “nostra R/resistenza”. La terza e conclusiva serie uscirà tra febbraio e aprile 2016. 

“La Resistenza chiaramente è stato un momento importante, anzi il più importante: chi ha fatto la Resistenza ne è segnato per tutta la vita, perché è il momento più bello, più bello nel senso anche delle cose tristi, dolorose; più bello perché è il famoso momento irripetibile dell’utopia” (Paolo Gobetti, Lindau, Torino 1999, p. 114).

L’amicizia con Paolo Gobetti (1902-1995), di cui ricorrono in questi giorni i vent’anni dalla morte, è nata grazie al mio incontro ideale con Piero Gobetti, quel padre eccezionale, da Paolo mai conosciuto, poi cercato, ricercato per tutta la vita. Solo una volta mi è accaduto casualmente di parlare con lui di Piero, nel lontano 1984, mentre preparavo la tesi di laurea su Gobetti e Marx. Si lasciò andare e mi disse che, secondo lui, col tempo Piero sarebbe andato in quella direzione.

Penso che egli si riferisse al marxismo liberato dallo stalinismo, da lui difeso nel 1956, dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’URSS, con queste parole: “La libertà è la condizione prima della creazione artistica. Ma non solo la libertà dalle imposizioni del produttore, soprattutto la libertà di pensare senza schemi, di rivedere continuamente le proprie opinioni, le proprie convinzioni, confrontandole con la infinita varietà e ricchezza della vita. La libertà che viene dall’aver coscienza sicura, dall’aver rifiutato ogni compromesso” (Confessioni di un critico comunista, “Cinema nuovo”, n. 95, 1956).

Quando penso a Paolo, mi piace ricordarlo anzitutto come uno spirito libero, ribelle, anche un po’ anarchico. Un verso di Franco Antonicelli esprime bene il suo carattere: “Che cosa possiamo fare noi. Anzitutto non vendersi / e sapere che il diverso non può stare col diverso / sotto la stessa pelle di lupo” (Improvvisi e altri versi (1944-1974), a cura di Lorenzo Mondo, All’insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1974). Non so se Paolo conoscesse questo verso ma vi si sarebbe riconosciuto.

Anzitutto non vendersi è stata la divisa che, dopo l’esperienza partigiana, egli ha portato nei suoi molteplici ruoli di educatore, promotore e organizzatore di cultura, giornalista, traduttore, critico, saggista, regista, sperimentatore, che attraverso la sua creatura prediletta, l’Archivio Cinematografico Nazionale della Resistenza, fondato nel 1974, ha saputo coniugare le sue due grandi passioni: la storia e il cinema.

A Paolo devo la mia scoperta della Resistenza. La spinta interiore a conoscere la Resistenza è nata in me vedendo uno dei suoi più bei film, Le prime bande (ANCR – “28 dicembre” – AIACE, Torino 1983), che egli con sobrietà e semplicità descrive come “una ricerca su documenti e su ricordi condotta dal collettivo dell’ANCR con la partecipazione di tecnici e testimoni sui fatti che seguirono l’8 settembre 1943 in alcune zone del Piemonte”.

Paolo si considerava un “autore non autore”, rifiutando le gerarchie e i ruoli predefiniti. Ogni suo film nasce da una “dialettica tra fedeltà e ripensamento” e dal “bisogno etico di comunicare un modo diverso di vedere la realtà anche attraverso la conservazione e la vivificazione della memoria” (Cito dalla prefazione a Paolo Gobetti, cit., pp. 5-6).

Le prime bande rievocano l’avvio della guerra partigiana, gli entusiasmi iniziali, le prime azioni di una nuova forma di lotta, scegliendo come “principali testimoni dell’indagine” Nando Dunchi, Guido Quazza e Nuto Revelli e avvalendosi di documenti del periodo girati da Don Pollarolo, Claudio Borello e Michele Rossboch. Il film è dedicato a Carlo Carli e a Walter Fontan, caduti in quei giorni in Val di Susa e alla figlia Marta, che ha lasciato la vita proprio quando è terminata la preparazione della pellicola.

Ma Le prime bande sono una riflessione più sulla vita che sulla morte: “Nel nostro film – osserva Paolo nella prefazione, intitolata Un mondo di memoria – non si parla dei morti che sono stati la tragica realtà di quei mesi; non perché si sia voluti ignorarli, ma perché volevamo soprattutto sottolineare il valore della «vita» delle prime bande, a cui tanto anche i morti hanno contribuito”.

A distanza di anni, rileggendo la prefazione dianzi citata, mi ha molto colpito l’immagine che egli suggerisce della Resistenza come “un viaggio senza domani nell’utopia”. Quale utopia? Direi che, per Paolo, la Resistenza, più che un’utopia di là da venire, è un’utopia in atto, nel senso che “eravamo ben convinti – afferma – che era proprio quello il momento di fare qualcosa di concreto”; sai che “non puoi fare le barricate da solo”, ma “credi in qualcosa, vedi che collabori a realizzare proprio ciò a cui hai sempre pensato e in fondo ti senti padrone del mondo con la netta coscienza di quel che c’è da fare”.

L’esperienza partigiana è assimilabile a una condizione irripetibile di libertà totale che Paolo esprime così: “È difficile descrivere la gioia di trovarsi in giro per le montagne; con un fucile in mano, in un mondo in cui non esiste più un’organizzazione statale, in cui non esiste più il potere (che è sempre degli altri)”. L’utopia (che tra l’altro, credo, sia irrealizzabile) cui egli allude è di “costruire qualcosa … che istituzionalizzi la mancanza di potere, e di distruggere anche l’ultima traccia di un passato che non è mai stato tuo”.

Paolo rifiuta le interpretazioni ufficiali e retoriche, «il secondo Risorgimento»; «la Repubblica nata dalla Resistenza», e individua “il senso più profondo” della Resistenza nel “momento iniziale”, quindi nella fase del “massimo entusiasmo”, quando più forte è la tensione utopica verso la fondazione di nuovi rapporti sociali, “l’invenzione di tutto un nuovo modo di vivere”.

Il valore permanente della Resistenza, secondo lui, sta nella ricerca di una nuova solidarietà condotta insieme a coloro che hanno lottato con te per “un mondo nuovo, diverso dalla corruzione, dalla retorica, dalla prepotenza, dalla disciplina, dal grigiore del fascismo in cui eravamo cresciuti”. Come egli ha confessato amaramente, anzi malinconicamente, le sensazioni provate allora durante quei venti mesi non si sono mai più ripresentate. Dopo è prevalso “il mondo dei furbi e dei voltagabbana”, maestri nell’“arte del compromesso e dell’aria fritta”.

Da buon soldato Paolo è rimasto al suo posto, tra coloro ai quali “la Resistenza è entrata nel sangue”. La Resistenza è stata non tanto, o non solo, una stagione della propria gioventù quanto piuttosto l’esperienza più importante e formativa, la stagione migliore della propria vita, indelebilmente segnata da un evento unico: “la felicità di essere, con altri, a battersi contro il «male» e di costruire qualcosa di «nuovo» (anche se indefinito)”.

Come ha scritto Gianni Rondolino, Paolo è rimasto fedele a una “idea di rivoluzione mai abbandonata, ma riproposta timidamente o indirettamente con il lavoro quotidiano, modesto, appartato”, proponendo “una alternativa al conformismo, una via d’uscita al compromesso, un riscatto per l’abbandono degli ideali” (Paolo Gobetti, cit., p. 10).

Ci ha insegnato che “l’imparzialità non esiste, ognuno è parziale, però l’importante è il modo di mettersi nelle cose per essere aperti a quello che vedi” e che non dobbiamo sottrarci alle sfide: “Lo facciamo sapendo che non serve a nulla” (Ivi, pp. 127 e 132).

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Il film Le prime bande sarà riproposto lunedì 16 dicembre 2015 alle ore 20,30 al Cinema Massimo, Via Verdi 18, Torino all’interno della manifestazione “alla ricerca di Paolo Gobetti, la Resistenza, il Cinema, l’impegno culturale, a vent’anni dalla scomparsa”, a cura dell’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, in collaborazione con Museo Nazionale del Cinema e Centro studi Piero Gobetti.

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