Manifestare: dalla disperazione al potere – Milan Rai

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Mentre ci avviciniamo alle proteste globali per la giustizia climatica, e per la disobbedienza civile di massa programmata per il 12 dicembre a Parigi, vale la pena affrontare un po’ della disperazione che molte persone provano per le dimostrazioni. C’è un’angoscia specifica che sentono molti attivisti del clima sui negoziati e i vertici internazionali come conseguenza del fallimento dei colloqui di Copenhagen nel 2009. Mentre scrivo, c’è una tremenda frustrazione dato che il governo francese proibisce la protesta di massa, e il movimento globale per il clima cerca i modi di replicare creativamente ed efficacemente. Dato che sono uno di coloro che andrà a Parigi in bicicletta dalla Gran Bretagna, insieme ad altri 100 attivisti per il clima, e che intende unirsi alla disobbedienza civile a Parigi, ho fiducia che si troveranno i modi per esprimere la fame di giustizia per il clima a Parigi in dicembre.

A livello più profondo, mi piacerebbe trattare di uno scetticismo più generale sulla protesta stessa. Questa generazione è stata segnata dal fallimento del movimento pacifista per evitare l’assalto all’Iraq nel 2003 e dal modo in cui quel fallimento è stato registrato nella cultura tradizionale. Un’arma importante nell’arsenale dei potenti è l’aria di invincibilità che cercano di creare, il senso di inevitabilità che è tessuto intorno alle loro vittorie. E’ la classe intellettuale conformista che contribuisce a creare questa aura di irresistibilità e di impotenza popolare.

Nel caso della guerra all’Iraq  del 2003, i fatti danno un’impressione molto diversa. Se torniamo indietro all’inizio della crisi, questa arriva, in un certo senso, l’11 settembre 2001. Mentre il Pentagono stava ancora bruciando dopo essere stato attaccato da al-Qaida, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha scritto un promemoria che comprendeva queste parole: “Giudicate se sia una cosa abbastanza buona colpire Saddam Hussein nello stesso tempo. Non soltanto bin Laden. Muovetevi in massa.  Spazzate via tutto.  Le cose collegate e non. ”Il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush era chiaramente dedito alla guerra in Iraq dalla metà del 2002, indipendentemente dalla mancanza di prove che legavano il regime di Saddam all’11 settembre. Il guaio era che gli americani si opponeva a tale aggressione. Nel gennaio del 2003, un sondaggio fatto negli Stati Uniti trovò che c’era l’83% di appoggio alla guerra sostenuta dall’ONU e dai maggiori alleati degli Stati Uniti; soltanto il 47% di appoggio se l’invasione veniva sostenuta soltanto da uno dei due alleati. Se gli Stati Uniti agivano completamente da soli, il sostegno crollava al 34%. Altri sondaggi ebbero risultati simili.

Malgrado i suoi istinti unilateralisti, Bush fu costretto dalla forza dell’opinione contro la guerra negli Stati Uniti, a creare una coalizione internazionale per rendere politicamente fattibile l’invasione dell’Iraq. Questo significava, fondamentalmente, il Primo Ministro britannico Tony Blair. Il guaio era che Blair stava affrontando in patria  una massiccia mobilitazione contro la guerra, particolarmente nel suo Partito Laburista. Questo lo costringeva a  una ricerca  lunga, estenuante  e in sostanza infruttuosa, di una ‘seconda’ Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per autorizzare l’azione militare da parte di Stati Uniti e Regno Unito.

Mentre i mesi passavano, Blair sosteneva che se fosse riuscito a mettere insieme 9 voti positivi nel Consiglio di Sicurezza, avrebbe ottenuto una vittoria morale, anche se la ‘seconda’ Risoluzione avesse avuto il veto della Francia o di un altro membro permanente. La  guerra sarebbe stata una specie di legittimazione da parte del sistema dell’ONU. Blair, però, non poté ottenere neanche questa pseudo legittimità, dato che le nazioni più piccole allora al Consiglio di Sicurezza, si rifiutarono di allinearsi alla Risoluzione che Blair proponeva. Un fattore era l’opinione contro la guerra. Il Cile, per esempio, era scosso dalle dimostrazioni antiamericane e cominciò a lavorare  sempre di più con i pacifisti del Messico.

Bush era costretto dalla forza del movimento statunitense contro la guerra a fare del governo britannico un alleato indispensabile e che lo legittimava. Blair era costretto dalla forza del movimento contro la guerra nel Regno Unito a fare del Consiglio di Sicurezza dell’ONU un’autorità indispensabile che lo legittimava. La mobilitazione globale contro la guerra contribuì a impedire che il Consiglio di Sicurezza mettesse insieme 9 voti positivi a favore della guerra, lasciando Blair pericolosamente esposto. Fu costretto, con riluttanza, a  chiedere una votazione alla Camera dei Comuni l’8 marzo 2003 che non era sicuro di poter  vincere. Il test fondamentale di Blair era se avrebbe potuto ottenere l’appoggio della maggioranza dei deputati laburisti del Parlamento.

In queste circostanze, la colossale manifestazione contro la guerra svoltasi a Londra il 15 febbraio 2003 che coinvolse forse un milione di persone, fu un enorme colpo per la credibilità di Blair. Dovette minacciare di dimettersi da primo ministro se avesse perso, allo scopo di assicurarsi che un numero sufficiente di deputati del Partito Laburista andassero avanti con la guerra.

Martedì 11 marzo 2003, appena una settimana prima del voto alla Camera dei Comuni, il Ministro della Difesa ‘stava freneticamente preparando piani di emergenza per “scollegare” completamente le truppe britanniche dall’invasione militare dell’Iraq, retrocedendo il loro ruolo a fasi successive della campagna e del mantenimento della pace.’ Questo era scritto in un rapporto del Daily Telegraph, il giornale inglese più strettamente associato alle Forze Armate.

Sappiamo che l’amministrazione Blair fu presa dal panico subito dopo la protesta del 15 febbraio.

Quel giorno, l’11marzo 2011, l’allora  Segretario britannico alla Difesa, Geoff  Hoon, tentò di spiegare i rischi che stava  correndo il governo britannico, al suo omologo, Donald Rumsfeld. Rumsfeld, come al solito, immediatamente disse ai media che andare in guerra senza il Regno Unito, era ‘una cosa che la maggior parte dei funzionari importanti del governo discutono con il Regno Unito  un giorno sì e uno no.’ Non era ‘ chiaro’  in che misura sarebbero stati ‘in grado di partecipare nel caso in cui il presidente decidesse di usare la forza’ contro l’Iraq.

Secondo il Sunday Telegraph, alla fine di quella settimana, ‘Mr Hoon aveva evidenziato i problemi politici che il governo stava avendo sia con i Membri del parlamento che con il pubblico’,  due ali del movimento britannico sfavorevoli alla guerra. Il primo ministro Blair dovette telefonare al presidente Bush per fornire la sua personale assicurazione che le truppe britanniche erano pronte a dare un ‘contributo significativo’ all’invasione.

Questo giorno divenne noto a Whitehall, il centro del governo britannico, come il ‘martedì zoppicante’, il momento in cui il movimento contro la guerra arrivò più vicino a far deragliare la guerra in Iraq. In quei giorni Tony Blair arrivò vicino a perdere l’appoggio dei deputati del Partito Laburista per l’Iraq, cosa che avrebbe potuto costringere la Gran Bretagna a ritirarsi dalla forza di invasione. Questo a sua volta avrebbe potuto costringere gli Stati Uniti a rimandare il programma     dell’invasione (le forze britanniche erano strettamente legate  alle forze statunitensi, quindi   non sarebbe stata una faccenda semplice). Lo spazio vitale che questo creava avrebbe potuto dare tempo agli ispettori dell’ONU delle armi per ottenere ulteriore tempo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, rinviando la guerra all’autunno e facendola deragliare completamente.

Nei circoli degli attivisti britannici, la dimostrazione del 15 febbraio viene ricordata come un miserabile  fallimento, un’enorme delusione. Merita, invece, di essere  ricordata come una quasi-vittoria, un terremoto politico che scosse il governo britannico nel più profondo.

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/marching-from-despair-to-power

Originale: teleSUR English Traduzione di Maria Chiara Starace
22 novembre 2015

http://znetitaly.altervista.org/art/18837

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