Un libro del Sereno Regis è rimasto in Kurdistan – Davide Grasso

Racconto qui brevemente quello che mi è accaduto a fine ottobre in Turchia, nella regione curda del sud-est, dove mi è stato sottratto il libro Storia dei curdi di Mirella Galletti che avevo preso in prestito alla biblioteca del Centro Sereno Regis.

Sono partito il 19 ottobre per Istanbul, con l’intento di comprendere meglio ciò che sta accadendo nel paese, con particolare riguardo alle regioni curde dove è in atto un duro conflitto con lo stato. Mi sono spostato il 23 ottobre a Diyarbakir, una città grande come Torino che per i curdi di Turchia è come la capitale informale della regione, come Mahabad per quelli iraniani, Kobane per i siriani, Erbil per quelli dell’Iraq. In questa città, con il mio compagno di viaggio, ho discusso con diverse persone e ho raccolto e registrato testimonianze.

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Dopo un paio di giorni ci siamo spostati a Batman dove, grazie alla collaborazione dell’avvocato Barbara Spinelli (da non confondere con l’europarlamentare), abbiamo intervistato alcuni rifugiati yazidi nei campi profughi (sono la minoranza religiosa che ha patito un genocidio terribile, nell’agosto 2014, da parte dello stato islamico). I profughi ci hanno rivelato scenari inquietanti sull’apparente collusione, in quella circostanza, delle autorità curde irachene con l’Isis, in nome di una non belligeranza di fatto tra musulmani sunniti (arabi gli uni, curdi gli altri) in rapporto alla città non musulmana (yazida) di Singal.

Da Batman intendevamo muoverci verso Cizre, sul confine siriano, dove a settembre è stato imposto un durissimo coprifuoco che ha fatto 21 morti in otto giorni tra la popolazione civile. Alcuni attivisti curdi ci hanno però segnalato che in una città più piccola, Silvan (circa 50.000 abitanti), situata poco più a nord, erano in atto forti tensioni e si temeva per la popolazione civile. Ci siamo allora spostati verso Silvan dove, alla sede del partito di sinistra filo-curdo Hdp (che in quelle regioni ottiene circa il 70-90% dei voti), abbiamo conosciuto Narin, un’insegnante di matematica molto giovane che parla inglese, e che si è offerta di accompagnarci.

Camminando per le strade, ai nostri occhi si è aperto lo scenario di una città in territorio turco completamente devastata dall’esercito e dalle forze speciali, con le case di poverissima gente crivellate di proiettili e colpi di bazooka e le strade sventrate a scopo difensivo in trincee allagate e barricate. Tra un palazzo e l’altro erano issati teli bianchi enormi per coprire la vista delle vie ai cecchini turchi appostati sui tetti. In queste zone gli abitanti presidiano le strade con i kalashnikov, mentre nugoli di bambini corrono per le strade e le famiglie sono costrette a vivere una quotidianità allucinante. Già all’epoca la metà degli abitanti era stata sfollata in altri quartieri.

La nostra guida ci ha proposto una pausa pranzo, per cui ci siamo spostati nella via principale. Qui un mezzo blindato si è accostato a noi e ne sono scesi alcuni individui senza uniforme, armati di mitra e granate, che ci hanno intimato di seguirli alla stazione di polizia poco distante. Ci hanno perquisito e sequestrato tutto ciò che avevamo (è l’ultima volta che ho visto il libro), senza che avessimo un avvocato o un traduttore per capire ciò che accadeva. Soltanto una volta trasferiti in un’altra caserma l’Hdp è riuscito a farci raggiungere da un avvocato, mentre la polizia ci ha offerto due traduttori dall’inglese che, peraltro, ostentavano assoluta faziosità nei comportamenti, mostrandosi in tutto e per tutto solidali con gli agenti.

Siamo stati interrogati tutti e tre, con l’accusa di “propaganda del terrorismo” (?). Cercavano in tutti i modi di capire cosa sapevamo della situazione politica, se sostenevamo i curdi, e addirittura ci sono state fatte domande sulla nostra appartenenza etnica e religiosa. L’interrogatorio non ha in alcun modo ottemperato ai crismi delle garanzie minime di un indagato a causa delle circostanze intimidatorie e del comportamento ambiguo dei traduttori, se non per la presenza dell’avvocato che peraltro non parlava che il turco. Al termine dell’interrogatorio ci sono stati fatti firmare dei fogli non tradotti, alcuni dei quali sancivano il sequestro di alcuni nostri oggetti, compreso il pericolosissimo libro di storia.

Non contenti, ci hanno sottoposti alla procedura delle foto segnaletiche (tenendo una sbarra con un numero di serie in mano), dell’archiviazione completa delle nostre impronte digitali, e perfino del prelievo di una siringa a testa del nostro sangue, imposizione a cui non ci siamo potuti opporre, neanche tramite avvocato, perché disposta direttamente dal giudice, non è chiaro a quali scopi. Dopo tutto questo, siamo stati rilasciati con un’indagine in corso e accolti con grande solidarietà dal sindaco della città e dalla comunità locale. L’avvocato ci ha allora rivelato che era stato disposto immediatamente il nostro trasferimento in carcere, e soltanto il fatto che io abbia potuto esibire un tesserino da “corrispondente” per il quotidiano torinese “Nuova Società”, ha suggerito agli agenti e al giudice di evitare la detenzione per non incorrere in “un problema diplomatico con l’Italia”.

Domandiamoci dunque: perché il semplice fatto di camminare per una città turca del sud-est costituisce “propaganda del terrorismo”?

Dopo quattro giorni, uno dei ragazzi con cui avevamo parlato prima di essere arrestati (Muslum, 22 anni) era già stato ucciso. Era il primo giorno di un attacco alla città che sarebbe durato dal 3 al 14 novembre: un modo, per Erdogan, di festeggiare la vittoria alle elezioni. Centinaia di mezzi blindati e pick-up, coadiuvati da carri armati ed elicotteri da guerra, hanno bombardato il centro storico di Silvan da terra, dal cielo, dalle colline. Soltanto le precauzioni che ho descritto e la resistenza della popolazione hanno impedito una carneficina e hanno limitato il bilancio a sette morti e ad alcune decine di feriti. Poi l’esercito si è ritirato, tra le proteste della popolazione (https://www.youtube.com/watch?v=nctT7-hneBY).

Cose che a quanto pare sono più che normali nel Kurdistan turco, ma che noi “occidentali” non dobbiamo vedere o raccontare, pena essere accusati di fare “propaganda del terrorismo”. Aggiungo soltanto che l’esercito turco sta bombardando da allora anche le linee curde siriane a est dell’Eufrate, in territorio siriano, per evitare che guadino e conquistino l’ultimo lembo di stato islamico che confina con la Turchia.

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