Shahrazad cammina di notte – Alessandro Ciquera

Surood è una donna dallo sguardo forte, ci incontriamo al suo banchetto del Social Forum Iracheno, sotto alcune palme da dattero che ci fanno un minimo di ombra dalla calura. Non è l’unica donna attivista presente a questa iniziativa pubblica ai giardini Abo Nouaf di Baghdad, ne sono presenti altre, tante altre. Ragazze e donne che si muovono con agilità per portare avanti il peso organizzativo dell’evento, con la maglietta bianca simbolo dello staff o con abiti e uniformi delle varie organizzazioni per i diritti umani che rappresentano. Ognuna con i simboli e le insegne della sua lotta, che è una lotta a più livelli: contro la violenza della guerra innanzitutto -che trascina via senza sconti chiunque si trovi nel suo raggio di azione-, contro le condizioni di mancanza di dignità di cui soffrono le fasce più povere della popolazione irachena, contro la denigrazione e l’umiliazione che parte della sfera politica e del mondo religioso locale portano avanti da decenni, ed infine lottano contro una certa mentalità maschile che continua a giustificare la violenza domestica, l’omicidio d’onore di figlie e mogli, le mutilazioni, i maltrattamenti, i matrimoni forzati. Ingiustizie ampie e radicate, che hanno campo libero anche grazie alla mancanza di una reale legislazione in materia da parte dei principali partiti che controllano il Parlamento.

La figura della donna è scomoda, eppure, nei luoghi dove più si dovrebbe registrare un tenore di oppressione da parte del mondo maschile spesso troviamo le testimonianze di ribellione e di emancipazioni più tenaci.

“Potranno tagliare tutti i fiori, ma non riusciranno a fermare la primavera”. Pablo Neruda probabilmente sarebbe orgoglioso di queste donne, di queste combattenti che non si lasciano scalfire e portano pesi ancora più gravosi degli uomini. Esse infatti rischiano tutti i pericoli dovuti al contesto iracheno, e in più sono esposte in quanto esseri femminili impegnate per i diritti.

Surood insieme alle sue compagne di cammino si occupa di portare aiuti materiali e solidarietà nelle zone più colpite dal conflitto armato tra truppe dell’Isis , portano oggetti scolastici per i bambini, medicine e molta grinta. Alla domanda se il fatto di essere donne che si muovono da sole gli crea problemi ai posti di blocco risponde con un sorriso che è per metà una smorfia. “Dipende da chi troviamo tra i militari, ma in genere riusciamo comunque a farci strada, anche se le minacce e le intimidazioni non mancano specialmente da parte dei gruppi estremisti”.

Tra le pecche che si potrebbe evidenziare riguardo al comportamento della comunità internazionale sull’Iraq una di queste è sicuramente il continuare a considerare le donne irachene meramente come vittime di violenza. Gli occhi di chi incontro nei giorni del Social Forum Iracheno raccontano un’altra storia, un’altra narrazione possibile: racconta anche di vittorie. L’Iraqi Women Journalist’s Forum (http://goo.gl/iA9k6M) combatte quotidianamente contro le forze del terrorismo e dell’estremismo religioso per compiere il proprio lavoro: monitorano la situazione delle donne nella società, le violazioni e gli abusi dei diritti umani e il grado di corruzione all’interno della politica locale. Anche il mondo dell’informazione purtroppo è infestato da una visione della donna che dovrebbe essere relegata solamente a prendersi cura della casa e della famiglia, le donne giornaliste partono diversi gradini più in basso rispetto ai loro colleghi uomini e sovente subiscono pressioni e molestie sul luogo di lavoro. Ecco perché è stata fonte di soddisfazione la nuova legge denominata: “Iraqi Media Network Law”, che è stata approvata dal Parlamento Iracheno il 28 Maggio 2015 e prevede (articolo 8 del testo) almeno tre posti su nove riservati alle donne all’ interno del Board of Trustess of Iraqi Media Network (IMN).

Questo ente, secondo l’articolo 10, si occupa di monitorare l’informazione pubblica nel paese e di controllare quali siano i trend generali che vengono proposti dai canali. Si occupa inoltre di facilitare l’uso dei network e di agevolare la libertà di stampa e di critica. Questa nuova legge inoltre mette sotto esame il cosiddetto Iraqi Media Network (IMN), organo che il Primo Ministro precedente Nouri Al Maliki aveva posto direttamente sotto il controllo del suo ufficio, per limitare la visione dei media principali alle posizioni del potere esecutivo. Questa è un’altra motivazione per cui l’approvazione del nuovo organismo di revisione è una vittoria per l’indipendenza della comunicazione nazionale.

Il progetto Shahrazad si occupa di mobilitare e di sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alla lotta contro la violenza nei confronti di donne e ragazze in Iraq e agli abusi sessuali. Nel corso del Social Forum Iracheno si è dibattuto molto riguardo alla Legge Ja’afari , proposta da un partito religioso sciita e approvata dal Consiglio dei Ministri nel Maggio 2014.

La Legge Ja’afari, denunciano le associazioni per i diritti e la protezione delle donne, abbatte il sistema legale (datato 1959) che fino allo scorso anno era considerato tra i più avanzati nel mondo arabo moderno. Nella legge precedente l’età minima per il matrimonio era considerata 18 anni, una donna era autorizzata a disobbedire al marito se esso era tirannico o violento o se mancava nel prestargli le adeguate cure nel caso in cui essa cadesse malata. La legge recente varata va a colpire alcuni dei punti più sensibili della difesa delle donne in Iraq, in un contesto dove già il tribalismo e il delitto d’onore ferivano la libertà e la dignità delle stesse.

Ja’afari al Sadiq è un religioso membro del partito Fadhila (Virtù), e ha scritto tramite la sua scuola di giurisprudenza le seguenti modifiche al testo: è possibile in maniera incondizionata la poligamia, l’età minima per il matrimonio si abbassa da 18 a 15 e in caso di assenso familiare si può arrivare anche a 9, inoltre l’articolo 101 precisa che il marito può cercare soddisfazione dalla moglie ogni volta che vuole ma lei non è libera neanche di uscire di casa senza il suo permesso.

Il parlamento e il governo che portano avanti leggi discriminatori come queste sono alleate della maggioranza dei paesi Occidentali e finanziati generosamente dagli Stati Uniti d’America. In Europa i governi spingono affinché le imprese vadano ad investire in Iraq per incoraggiare l’attuale modello di sviluppo sociale e politico, mentre l’elettricità ovunque continua ad esserci per poche ore al giorno e il sistema socio-sanitario sia ridotto al lumicino. Pochi oligarchi detengono la maggioranza delle risorse della nazione.

Il progetto Shahrazad non si limita a fare opposizione a questa legge ma spinge anche per delle alternative, per la creazione di spazi e luoghi sicuri di incontro per le donne, per la mobilitazione: in questi due anni sono state raccolte migliaia di firme contro la Ja’afari Law. Lavorano per la costituzione di comitati di ricerca sul fenomeno della violenza e dell’abuso, per lo stop alla separazione tra maschi e femmine nelle classi e per l’introduzione di una educazione maggiormente improntata sull’equità tra i generi e il rispetto reciproco. Sono in prima linea per l’apertura di centri di ascolto e supporto umano e per centralini telefonici dove si può ricevere ascolto e comprensione.

Shahrazad nella tradizione orientale è la protagonista delle “Mille e una notte”, celebre raccolta di novelle orientali. L’incipit della leggenda narra che il principe Sharyar, in odio al genere femminile per un tradimento subito, inizia a sposare e successivamente giustiziare tutte le donne del suo regno per vendetta. Shahrazad, figlia del Gran Visir, si propone volontariamente alla sua attenzione conscia della sua abilità e del suo fascino. La prima notte di nozze la donna inizia a raccontare a Sharyar una storia, andando avanti per tutta la notte e fermandosi all’alba senza averla terminata, il principe incuriosito non la fa uccidere e la invita per la notte seguente a proseguire la sua storia. Shahrazad andrà avanti così per mille notti, alternando varie storie epiche e drammatiche per mantenere viva l’attenzione del principe fino all’alba successiva. Ognuna di queste storie aveva al suo interno una morale. Alla millesima e una notte la ballerina ha terminato la fantasia e si ferma, il principe tuttavia oramai è caduto innamorato di lei e si rende conto che ognuna di quelle storie era destinata a farlo riflettere sulla sua follia.

Lungo i giardini Abo Nouaf, sede del Social Forum, ci sono due statue in ferro alte un paio di metri che raffigurano Shahrazad nell’atto della narrazione e Sharyar in ascolto su di un divanetto. In qualche maniera ci accompagnano e ci rassicurano in questo periodo duro e tormentato per Baghdad, come una presenza della Storia a fianco di questi cittadini impegnati per migliorare il luogo in cui sono nati e cresciuti.

In Europa viviamo con la convinzione di essere un continente “superiore” a tutte le disgrazie che accadono lungo i nostri confini, non ci si rende conto che è proprio la nostra indifferenza selettiva a contribuire a mantenere e alimentare le disuguaglianze e i soprusi in Medio Oriente.

Nei giorni del Social Forum mi sono reso conto che queste donne, le quali lottano per la loro strada, mi stanno ricordando che esse: musulmane e cristiane in un paese a rischio fondamentalismo religioso, insegnano il cammino dei diritti a me; Europeo membro di una Unione Europea che finanzia e sostiene militarmente il sistema politico che le opprime.

Ho il mal di testa, insieme a qualche certezza: mi tuonano nella mente le Beatitudini “aggiornate” scritte da David Maria Turoldo: “Nessuno viva un giorno solo col suo fuoco spento, ognuno scelga la sua parte di combattimento ogni giorno. Beati coloro che hanno fame e sete di opposizione. Beati coloro che sanno resistere”.

Alessandro Ciquera ha partecipato come rappresentante della Comunità Papa Giovanni XXIII al Forum Sociale per la Pace e la Coesistenza che si è svolto a Baghdad dal 1 al 3 ottobre scorsi.
Una volta tornato in Italia ha voluto mettere per iscritto le impressioni suscitate in lui dalla visita ad una parte dell’Iraq, Baghdad ma anche la provincia di Hillah e le rovine di Babilonia, che ancora non conosceva, e soprattutto le parole e le riflessioni delle molte persone che ha incontrato e che, come ha detto a Baghdadhope: “dimostrano che, nonostante ciò che si pensa in Occidente, la coesistenza delle diverse entità etniche e religiose in Iraq è possibile, o comunque fortemente voluta.”

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