“Se potevo restavo”, Luca Rastello dai Balcani all’incompiutezza del TAV – Donatella Sasso


luca_rastelloSe potevo restavo” è una frase, forse una delle più belle, che in tanti stanno recuperando per intitolare articoli, incontri, commemorazioni dedicati a Luca Rastello. La frase è racchiusa in quel testo eccezionale, festoso e dolente, che Luca ha chiamato Lettera alle pulci piccole in forma di testamento e che rappresenta le parole ultime, nella già maturata consapevolezza della morte imminente, che Luca ha dedicato alle sue figlie.

Letta nel caldo soffocante di luglio, durante le sue affollate esequie, la Lettera alle pulci piccole ha avuto l’esito di una sferzata su tutti i presenti: giunti con il buio nel cuore, in tanti abbiamo riso e pianto, pensato nuovamente al futuro e guardato con meno dolore alla conclusione della vita di un amico prezioso. Insomma, ci ha sorpreso per l’ennesima volta, lasciando dentro di noi quella sensazione di vitalità, con cui si chiudeva ogni incontro con lui, fosse una riunione di lavoro o un tè intorno all’accogliente tavola di casa sua.

Se potevo restavo” è il grido ultimo di una persona profondamente attaccata alla vita, che pur nel suo ragionevole fatalismo, non aveva mai perso la speranza di poter spostare di un anno, di un mese, di un giorno soltanto l’appuntamento cui l’odiosa malattia lo aveva inchiodato.

Ma, “Se potevo restavo”, è anche il sunto perfetto del suo atteggiamento verso il lavoro di giornalista, svolto con la caparbietà di chi si divide fra la necessità di vedere, verificare, controllare di persona tutto ciò di cui scriveva e parlava e le piccole, ma tenaci radici che lo legavano alla sua casa, alla sua famiglia, alle pulci piccole, verso cui aveva sempre parole di meraviglia, non solo di affetto scontato e prevedibile da parte di un padre.

Luca Rastello, direttore di «Narcomafie» e dell’«Indice dei libri del mese», poi giornalista di «Repubblica», si è occupato del conflitto nei Balcani degli anni novanta e della costruzione del Tav, di profughi e narcotraffico, ha viaggiato in Asia centrale, Somalia, Sud America. Ricchissime la sua cultura letteraria e la sua conoscenza delle lingue (aveva studiato il ceco per puro gusto letterario, innamorato di quello strabiliante scrittore praghese che fu Bohumil Hrabal), inesauribile la sua capacità di tessere legami storici tra i fatti che narrava, evitando con la cautela degli uomini veramente colti di stabilire nessi causali laddove invece si nascondevano solo banali suggestioni o specchietti per le allodole.

Se dovessi descrivere accuratamente il suo lavoro di giornalista sicuramente mi lascerei trascinare dai ricordi, non numerosissimi, ma ben distribuiti nell’arco di vent’anni, legati alla nostra amicizia, sarebbe quasi un lavoro di introspezione personale oltre che di memoria.

Per questo ho deciso di darmi un criterio di analisi, per descrivere in forma di elenco quali siano stati i caratteri peculiari di Luca giornalista.

Ho provato a chiedermi chi sia stato, ma ho subito percepito un senso di vertigine: troppe suggestioni, troppi i piani inclinati. Allora mi sono affidata al procedimento opposto: mi sono chiesta chi e cosa Luca non sia stato e ho scorto un cammino più agevole.

Luca non era un giornalista ideologico, non scriveva su un canovaccio prestabilito per un potenziale pubblico di fedeli lettori. La sua scrittura partiva dal basso, dalla conoscenza diretta di persone e luoghi. Luca teneva a distanza le ideologie, ma aveva idee chiarissime. Pur con la capacità di comprendere i diversi punti di vista, le ragioni di vittime e carnefici, tracciava con netta sicurezza la linea di demarcazione tra di loro, ben sapendo che comprensione non significa giustificazione indiscriminata, che pluralismo delle voci non deve mai trasformarsi in relativismo delle responsabilità

Luca non apparteneva a nessuna corrente politica, le sue inchieste non tracciavano un solco già individuato a fini di posizionamenti partitici o consortili. Però il giornalismo di Luca era politico in senso pieno. Un giornalismo di denuncia, che non si fermava sulla soglia della coscienza, ma che la sapeva interrogare, infastidire, anche irritare. Luca sembrava costantemente importunato dalla domanda venuta al mondo ormai due secoli fa, ma ancora estremamente pungente: “Che fare?”. E quella domanda la riversava sui lettori.

Luca non scriveva articoli, né romanzi (Piove all’insù e I buoni), né saggi (La guerra in casa, La frontiera addosso, Io sono il mercato e Binario morto) inseguendo una tesi da dimostrare. Luca non andava alla ricerca di un messaggio univoco, di una lettura della realtà onnicomprensiva e perciò stesso rassicurante. Luca sapeva invece interpretare, intrecciare, legare e distinguere. Metteva sullo stesso piano, per poi scartare di lato con mossa inattesa, personaggi e luoghi, fantasie e miti, presente e passato.

Luca non voleva essere l’autore di un solo argomento. Esordiente molto promettente con la Guerra in casa, volume corposo sul conflitto balcanico a partire dalla sua esperienza negli aiuti ai profughi e nella loro accoglienza in una città (Torino) e in un paese (l’Italia) del tutto impreparati, aveva saputo raccontare le contraddizioni tra “qui” e “lì”, con un minuzioso lavoro di ricostruzione degli eventi. Avrebbe potuto diventare il riferimento dell’area balcanica, ma, mentre ancora muoveva i suoi passi fra Trieste e Srebrenica, già guardava ad altri orizzonti. Fermarsi su un solo argomento avrebbe significato per lui ricoprirsi della ruggine dell’abitudine, ma anche trasformare l’oggetto delle sue analisi in preda da sfruttare per fini diversi da quelli della divulgazione giornalistica e dell’informazione letteraria.

Allo stesso tempo, però, Luca ha trattato compiutamente tutti gli argomenti toccati, spesso mettendo insieme inchieste svolte in tempi e modi differenti. La parte di Binario morto dedicato alla Val di Susa, che si inserisce nel lungo viaggio compiuto da Luca e Andrea de Benedetti lungo il corridoio 5 che va da Lisbona a Kiev, ha un precedente nobile. Nel 1999, quando Luca era inviato di Diario, il settimanale diretto da Enrico Deaglio, condusse una rigorosa inchiesta sui lati oscuri del nascente TAV. Servizi segreti, ex carabinieri che conducevano traffici illeciti, venditori di armi e due vittime sacrificali (Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas), insomma l’ormai noto groviglio di interessi che si stava addensando in quella fetta di terra in cui si chiude l’Italia mentre si apre alla Francia.

Luca non si fidava, mai. Luca andava a vedere, leggeva, si informava, incontrava tutti: dal cecchino al sopravvissuto ai lager post-jugoslavi, dalle istituzioni agli ultimi, dal mondo del volontariato ai beneficiari di quel medesimo mondo.

Infine, ma non da ultimo, Luca non era didascalico. Non sapeva proprio esserlo, il suo linguaggio, l’approccio ai problemi, le narrazioni di eventi seguivano parabole acrobatiche, in un gioco di rimandi, di paradossi e di contrapposizioni. Tutto il saggio Io sono il mercato è esso stesso un mirabolante paradosso. Sposando le ragioni dei narcotrafficanti, Luca ne ha ricostruito le esistenze di alcuni, divertendosi a renderceli simpatici, interessanti, un po’ come certi gangster dei film americani che non si possono non amare, nonostante le loro riprovevoli azioni. Allo stesso modo dei registi hollywoodiani Luca ci ha condotto in un viaggio fra produttori di cocaina, profitti e nascondigli facendoci sorridere, provocando in noi un’involontaria empatia. Solo alla fine, proprio nelle ultime righe del libro, Luca ha svelato la vera natura del trafficante, la sua fine dannata, il carico insopportabile delle sue responsabilità. A quel punto, però, il suo scopo era ormai raggiunto: ci ha erudito su un mondo che mai nessuno saprà narrarci in maniera così spudoratamente dettagliata.

Luca amava giocare abilmente con i concetti e le parole, ma solo per svelare significati nascosti, verità collaterali, scenari imprevisti. Una delle sue figure retoriche preferite era l’antifrasi, citata spesso anche in occasioni conviviali e colloquiali. E lui la usava con arte, scegliendo parole e frasi il cui significato appariva clamorosamente opposto a quello adoperato comunemente.

Luca insegnava così, senza dichiarare mai esplicitamente l’intento di quel che ci voleva far capire. Non c’è una sola frase nella Guerra in casa in cui Luca abbia smontato esplicitamente la vulgata del conflitto etnico, vulgata facile e quindi molto usata per spiegare una guerra dai mille risvolti, al di là dell’Adriatico. Luca non ne ha mai parlato, ma alla fine della lettura del suo libro credo non si salvi nessun lettore: propagande politiche contrapposte, accordi segreti, spartizioni di territori, beni e persone, criminali ripuliture territoriali, sì, ma guerra tra etnie ancestrali, che, come nel calderone di un mago esplodono per un incantesimo andato male, beh, quello sicuramente no.

Luca non parlava mai in forma astratta, ogni sua storia, ogni racconto, ogni inchiesta era una piccola o grande sferzata a ciascuno di noi. Per questo concludo citando un brano della Guerra in casa, suo primo libro del lontano 1998, forse il mio più amato.

Chi sono i profughi per noi? Quanto siamo disposti a considerarli cittadini, depositari di diritti, e quanto, invece, li usiamo per coprire vuoti, affievolire sensi di colpa, per poi allontanarli definitivamente quando diventano molesti? Questo si chiede Luca, questo ci chiede.

«“Una mia zia si allontanò definitivamente da noi dopo che Mensura, una delle ragazze ospiti, le ebbe esposto il suo problema: la forfora. Mensura voleva uno shampoo contro la forfora, e questo da parte di una profuga era intollerabile”. La parola “profugo” doveva incollarsi a quelle vite come un marchio, segnava una condizione irreversibile, di non cittadinanza. “Il profugo è uno a cui si può fare visita, ma con cui non si può fare una vacanza. Al massimo – diceva Barbara – puoi tollerare che porti i figli alla festa del tuo”. È vero. L’espressione che apre ogni discorso sui profughi, marcando inesorabilmente le loro vite, è: “nelle loro condizioni”. Barbara precisò: “Anzi ‘come possono permettersi, nelle loro condizioni di…’ e poi segue un elenco di comportamenti sconvenienti come fumare, rifiutare, desiderare una macchina, avere la forfora”».

Una replica a ““Se potevo restavo”, Luca Rastello dai Balcani all’incompiutezza del TAV – Donatella Sasso”

  1. Efficace ritratto di Luca Rastello. Uno che non si fidava. Anche noi tutti dobbiamo imparare a non fidarci. prima di tutto di noi stessi. Scostare i veli e cercare, incessantemente, una verità che potrà poi essere sempre ridefinita o falsificata.
    Andrea Griseri

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