19. Le memorie partigiane di Claudio Pavone – Pietro Polito

Le memorie di Claudio Pavone, La mia Resistenza, Donzelli, Roma 2015, sono segnate da “una particolare intensità dovuta a quella ricerca insieme di se stessi e dei rapporti con gli altri che caratterizza la giovinezza” (p. 7). Quasi venticinque anni fa lo storico aveva narrato la storia della Resistenza nel libro Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991, tenendo rigorosamente distinte le fonti dai suoi ricordi personali; oggi nella vecchiaia il partigiano rievoca l’esperienza della giovinezza “prescindendo dalle ricostruzioni storiche”, consapevole che “si tratta tuttavia di ricordi connotati dallo stretto intreccio tra avvenimenti privati e grandi eventi pubblici”. Per Pavone, la Resistenza è “uno dei rari momenti felici creati dalla conquista di un pieno accordo con se stessi” (pp. 90-91).

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Claudio Pavone

Quando nella primavera del ’43 è ormai prossima la disfatta dello Stato e della nazione, che da vent’anni si erano consegnanti al fascismo, Pavone è uno di quei giovani che va maturando “un desiderio di agire contro il fascismo” (p. 11). Nel luglio è a Roma, la sera del 25 apprende la caduta di Mussolini affacciandosi alla finestra di una casa di parenti sfollati, in zona Prati, richiamato dal rumore della folla raccoltasi per strada, non esita ad unirsi a un gruppo di persone che diviene a poco a poco più numeroso, manifestando la sua avversità alla situazione presente al grido di «fuori i tedeschi dall’Italia». Più avanti, la sera dell’8 settembre in casa di un amico apprende la notizia dell’armistizio ascoltando il discorso di Badoglio alla radio. Non ha ancora compiuto 23 anni, né ha maturato una chiara posizione politica, oscilla fra il Partito d’Azione e i cattolici. In quel momento sta prestando il servizio militare e l’unica decisione che gli è chiara è di non volere più avere a che fare con il regio esercito.

I primi contatti con l’antifascismo cattolico si rivelano deludenti. Infatti, la proposta di un dirigente del Partito popolare, in seguito ministro democristiano, di occuparsi di un ciclo di conferenze in provincia gli appare come un segno dell’incomprensione della tragedia in corso. Come per molti altri giovani, anche l’apprendistato partigiano di Pavone è fortemente indirizzato dalle amicizie che “sono state in tutta la mia vita molto importanti e sempre mi hanno lasciato un’eredità di affetti e di pensieri” (p. 21). L’amicizia decisiva per le sue scelte politiche è quella con Giuseppe Lopresti. Entrambi credono che “ormai non si poteva stare con le mani in mano” e “una chiara decisione non si poteva più procrastinare” (p. 22).

La scelta dei due amici cade sul Partito socialista, a cui Pavone aderisce perché il Partito d’Azione, gli sembra troppo moderato e inadeguato a perseguire un mutamento radicale della società italiana, mentre il socialismo esercita su di lui “una superiore attrazione” (pp. 22-23). Quanto al comunismo, egli ammette che la sua conoscenza era limitata a La concezione materialistica della storia di Antonio Labriola. D’altronde i due giovani sono “entrambi cattolici «a modo nostro»” (p. 24) – Pavone più cattolico che cristiano, Lopresti più cristiano che cattolico – e per questa ragione poco disposti a quella “adesione totale” che veniva richiesta dal Partito comunista, né tantomeno si accontentano della “pragmatica tolleranza” (p.23) del Partito verso la religione. Ad ogni modo il cattolicesimo ortodosso di Pavone è ormai scosso dal dubbio. La ricerca di un compromesso tra il cattolicesimo originario e il socialismo si rivela di difficile attuazione: “alla fine soccombetti abbandonando il cattolicesimo” (p. 24).

Nel Partito socialista Pavone e Lopresti diventano gli “aiutanti” di Eugenio Colorni, di dieci anni più anziano, dirigente autorevole, filosofo, intellettuale con il quale “mentre si preparava un’insurrezione”, si discuteva dei “massimi problemi” ci si apriva a una cultura più larga. L’incontro con Colorni – scrive Pavone – è stato “un piccolo germe di una di quelle che Bloch ha chiamato generazioni lunghe, che a prescindere dai dati anagrafici, si formano quando si vivono insieme esperienze cruciali” (p. 26).

L’attività clandestina – al partigiano Pavone viene affidato il compito di distribuire l’“Avanti” e il materiale di propaganda del partito –, pur modesta, segna “una grande svolta”, perché consente di mettere le proprie idee “alla prova dei fatti” (p. 28). Le stesse parole assumono un altro significato. Per esempio “disertare” non è disonorevole, anzi disobbedire alle regole del ricostituito partito fascista e ancor più sottrarsi alla chiamata alla leva della Repubblica Sociale diventa una scelta di cui andare fieri. Il rifiuto di Pavone, ufficiale del Regio esercito, non è il gesto di un fuorilegge, ma “un atto di Resistenza civile”. Si tratta di un passaggio importante rappresentato non solo simbolicamente dalla rinuncia alla pistola d’ordinanza, “che del resto non avevo mai adoperato” (p. 29).

Come egli stesso rileva, il 22 ottobre 1944 Pavone viene arrestato “stupidamente”. Temendo di essere seguito e quindi catturato, si libera della borsa che portava con sé e che conteneva insieme al materiale clandestino i Salmi e Etica e politica di Croce, gettandola in una macchina nera che malauguratamente si rivela essere la macchina del capo dell’OVRA, poi vice capo della polizia repubblichina. Inizia così la vita carceraria di Pavone. Il 23 ottobre viene tradotto a Regina Coeli, dopo l’umiliazione delle impronte digitali – “diventi quei segni neri” – (p. 36), è recluso nel sesto braccio, quello gestito dagli italiani.

Le conoscenze sono tante. Tra gli altri, Ruggiero Zangrandi, che negli interrogatori gli consiglia di negare tutto, anche l’evidenza; Giuseppe Saragat, al quale si presenta come un “compagno socialista”; Emanuele Rocco, “giovane comunista neofita e propenso al fanatismo” (p. 39). I rapporti più intensi sono con gli azionisti: Carlo Muscetta, Mario Fiorentini, Leone Ginzburg, Giuseppe Martini, Giuseppe Orlando, Manlio Rossi Doria. Con Ginzburg discute di Dostoevskij, con Rossi Doria di agricoltura. Un ricordo indelebile è rimasto il pomeriggio in cui i detenuti furono costretti bruscamente a rientrare nelle loro celle, nel braccio entrarono i tedeschi, risuonò il nome dell’ebreo Ginzburg che fu consegnato ai suoi carnefici, Leone fu portato via mentre da una cella qualcuno fischiava l’inno del Piave, un fischio limpido e sicuro che non fu compreso dai tedeschi ma commosse gli italiani.

A Regina Coeli trascorre un periodo isolato in infermeria e per non abbrutirsi legge e rilegge più di una volta gli stessi due libri, un romanzo “insulso” di Bruno Corra e un saggio sul giansenismo di Arturo Carlo Jemolo; inoltre improvvisa conferenze ad alta voce, ne dedica una all’opera lirica. Con Nestore Tursi, comunista, viene trasferito nella casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove giunsero la notte del 22 dicembre 1943: “qui – scrive Pavone – mi sentii davvero in carcere, tagliato fuori dal mondo” (p. 53). Viene rinchiuso con Nestore e un giovane medico abruzzese in una angusta cella monoposto con una piccola finestra in alto, con una branda sporca e una coperta lercia, il bugliolo in un angolo, “ingombrante e umiliante”, per vitto una sbobba indefinita. Eppure il carcerato finisce per provare per la propria cella “un sentimento che assomigliava all’affezione verso le mura familiari della propria casa” (p. 53). Nel chiuso della cella ci si sente più sicuri che non quando si è chiamati fuori senza sapere per quale ragione. La cella diventa paradossalmente un “estremo rifugio di libertà” (p. 53).

A Castelfranco viene a conoscenza della morte di Giuseppe Lopresti, ma la notizia dell’assassinio dell’amico alle Fosse Ardeatine la apprenderà più tardi. Inoltre, c’è l’incontro con i detenuti comuni, anche alcuni condannati per omicidio. Tra i politici conosce il vecchio dirigente socialista Giuseppe Faravelli. Nei giorni di Castelfranco, Nestore Tursi è il suo “unico, vero interlocutore affettivo e intellettuale” (p. 57). Quando riceve in lettura dalla biblioteca uno strano “romanzetto in francese” è Nestore che gli dice che in realtà si tratta dell’Anti-Duhring di Engels (un libro “proibito” che circolava tra i detenuti politici mascherato con la copertina e le prime pagine di un libro “innocente”). Nestore svolge verso di lui un’opera pedagogica ispirata ai principi di un marxismo intriso di positivismo, ma gli insegna anche il gioco degli scacchi con le pedine fatte con la mollica di pane.

I tratti del regime carcerario sono da un lato una “opaca pesantezza”, dall’altro “un sovrappiù di violenza e di tragicità” (p. 60). Un “sovrappiù” che ti getta nel panico quando nel cuore della notte odi uno scalpiccio di passi che si avvicina; che spinge a scrivere il proprio testamento e, nonostante i dubbi e le incertezze, infarcirlo di “ferventi espressioni di fede cattolica” (p. 61); che porta a farsi la domanda: “Come comportarsi di fronte al plotone d’esecuzione?”; che, quando qualcuno veniva prelevato dalla prigione per essere condotto alla fucilazione, ti costringe a “sperare di non essere scelto e sapere che questo significava la morte di un altro al posto mio” (p. 67).

Quando la detenzione termina il 20 agosto 1944 con l’obbligo di arruolarsi nell’esercito della RSI, le possibilità aperte sono tre. Una è esclusa a priori, quella di andare a “fare il soldato repubblichino” (p. 77). Le altre due sono o “riprendere qualche contatto politico a Milano” o “andare verso la montagna” (p. 72). La scelta cade su Milano. Nella clandestinità diventa Carlo Pastini. Pavone ricorda l’emozione provata la prima volta che il suo documento falso fu controllato: “Sentii di avere superato una difficile prova” (p. 81).

Dopo quasi un anno di carcere, a Milano, nella città a lui fino allora sconosciuta, conduce “una vita singolare”, tra la paura, il senso di colpa e la malinconia, lunghe passeggiate, una di queste con le lacrime agli occhi, le ore passate a tradurre Humanisme integral di Maritain o a leggere il Corso di economia politica di Pareto, la scoperta dell’amore, il primo amore.

Dall’isolamento politico esce aderendo al Partito italiano del lavoro (Pil), nato dalla fusione dell’Unione lavoratori italiani (Uli) fondata nel 1938 e di Popolo e Libertà, sorto nell’ottobre 1941. Il nuovo partito nasceva sulla base dell’idea che “per rinnovare l’Italia non bastava una rivolta antifascista ma era necessaria una radicale rivoluzione morale e sociale”. In questa prospettiva “non bastava una rivolta antifascista ma era necessaria una radicale rivoluzione morale e sociale. La politica doveva inverarsi nell’etica non nel senso di creare lo Stato etico ma in quello di pretendere dai politici il rispetto delle norme morali. La religione della libertà non doveva essere soltanto predicata ma praticata” (p. 86). Le posizioni del Pil, molto radicali e al limite dell’utopia, sono affini a quelle dell’ala consiliaristica del Partito d’Azione. Entrambi i partiti si ispirano all’ideale di “una terza via tra democrazia occidentale e socialismo che tenesse unite libertà e giustizia” (p. 97).

Nella memoria di Pavone emergono in primo piano due temi: il rapporto con la religione e il problema della violenza. Un tratto del Partito italiano del lavoro, che lo differenziava dal Psiup e dal Pci, è la considerazione fortemente critica del problema religioso che non veniva accantonato per il timore di creare divisioni tra i militanti. Scrive Pavone: “il radicalismo politico trascinava con se quello religioso e quindi la discussione sui massimi problemi. Io ne rimasi turbato e insieme affascinato: i miei patemi d’animo, i miei dubbi, le mie incertezze venivano allo scoperto e reclamavano una soluzione” (pp. 88-89). Pavone prende molto sul serio il rapporto con la religione e discute le sue “posizioni di fede” con Padre Bianchi, un giovane sacerdote vicino all’Università cattolica, che gli dà da leggere Storia e dogma di Maurice Blondel.

Si potrebbe paragonare il distacco dalla religione alla scelta della politica attiva. Descrivendo la scelta di farsi partigiano egli scrive: “Nelle situazioni eccezionali può accadere, e allora accadde a molti, che sia straordinariamente rapido e chiaro il cammino che porta a maturare convinzioni e a prendere decisioni irrevocabili” (p. 17). A poco a poco si rende conto che né la ragione né la storia sorreggono la sua fede religiosa: “Ero pronto per il distacco finale dalla religione” (p. 89). Il suo radicalizzarsi in senso anticattolico e antireligioso scaturisce da “processi lunghi e tormentosi” che “quando arrivano al momento conclusivo assumono talvolta la forma di una rivelazione” (p. 90). Ma è un mattina che, passeggiando per Milano con un amico, impegnato in una conversazione sui massimi sistemi – scrive Pavone – “mi apparve chiarissimo che la realtà del mondo e il valore della legge morale non avevano bisogno di essere garantiti dall’esistenza di Dio” (p. 90).

La violenza è al centro delle conversazioni con l’amico Lopresti. A una sua osservazione: “Con la scelta che abbiamo fatto ci poniamo nella condizione di uccidere altri uomini”, l’amico risponde: “Si, ma ci mettiamo anche in quella di essere uccisi noi” (p. 30). Come distinguere la violenza a fin di bene e la violenza a fin di male? E come lo si può fare quando la violenza ci avvolge e uccidere o essere uccisi non sono possibilità remote ma concrete? Come salvarsi dall’assuefazione alla violenza? Durante la Resistenza Pavone si è astenuto volontariamente dalla lotta armata. Egli non esita ad ammettere che una componente del rifiuto della violenza possa essere stata la paura. Tuttavia, pur essendo convinto che “le rivoluzioni comportano la violenza”, a distanza di tanti anni si dice contento di non essere stato costretto ad ammazzare nessuno, perché sente di appartenere alla schiera di coloro “per i quali è più facile essere uccisi che uccidere” (p. 97).

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