Gli occhi verso la montagna – Alessandro Ciquera

Salam Salee ha gli occhi tristi, questa mattina una forte tempesta di sabbia proveniente dal deserto ha impolverato l’esposizione fotografica sulla minoranza religiosa degli Yazidi che aveva allestito. Le sue immagini erano già di per sé toccanti, ti lasciano un segno nel cuore, all’interno del luogo riservato ai più deboli. Lo strato di sporco ricopre diversi quadretti, dando prova di come in certe situazioni al dolore personale si aggiunge la beffa.

Non saprei descrivere con precisione l’emozione che ho provato, forse perché più che una emozione era un sentimento consolidato: la fermezza riguardo al fatto che quei volti incorniciati nonostante tutto il trascorso continuino a camminare e a resistere.

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Salee fa Parte della Lega di Solidarietà e Fratellanza con il Popolo Yazida nata nel 2003 (http://www.rabitango.org/), lui si trovava nella regione di Sinjal a Ovest di Mosul, quando la furia jihadista del sedicente Stato Islamico si è abbattuta sui villaggi di questa popolazione millenaria, le cui radici affondano nell’antichità. Gli storici dubitano addirittura che essa possa continuare ad essere considerata una setta dell’Islam, visto che di islamico ha poco o niente. Gli Yazidi osservanti credono nel culto del Dio supremo che si manifesta attraverso Sette Angeli, il cui maggiore è rappresentato da un maestoso pavone. Questo Angelo in seguito al suo comportamento: “cadde, ma essenzialmente buono, pianse, e le sue lacrime di pentimento, deposte in settemila anni di pianto ininterrotto in sette anfore, hanno estinto le vampe dell’inferno”

Per un certo esoterismo nelle sue pratiche e dottrine vengono anche definiti in lingua curda “spegnitori di lampade” e gli estremisti sunniti li definiscono “adoratori del diavolo”. Saddam Hussein li obbligò a definirsi arabi, anche se la loro etnia è curda e li trapiantò nella regione del Monte Sinjel. Luogo dove i miliziani dello Stato Islamico li sono andati a prendere casa per casa nell’Agosto 2014, causando più di 5000 uccisioni e oltre 10000 sequestri e sparizioni di donne e bambini, molti dei quali venduti come schiavi nei bordelli di Mosul e Raqqa, le capitali del Califfato di Abu Bakr al Baghdadi.

Quando questa tempesta è calata su di loro i colori e le voci di questo popolo sono stati nuovamente messi alla prova dalla spada e dalla persecuzione, una aggressione vigliacca contro persone inermi simile a colpire qualcuno alle spalle quando si sente meno difeso. La maggioranza dei villaggi coinvolti si sono ritrovati bombardati dai mortai e circondati dai miliziani, gli uomini catturati sono stati separati dalle donne e dai bambini in un clima tragico tra grida e imprecazioni. La violenza, l’efferratezza e l’ingiustizia sono dilagati come una macchia di olio che non si riesce a cancellare, una macchia che ha il volto di persone sepolte vive davanti ai loro stessi familiari.

Esiste un modo per superare questa violenza? Una offesa del genere non si perdona, si combatte per evitare che essa ci trascini via con sé, che ci stringa nel suo cappio fino a toglierci il respiro.

Nella notte della violenza gli uomini e le donne yazidi, con i loro bambini hanno mantenuto il respiro forte e si sono messi in cammino, anche a piedi per chilometri. Incalzati dalle bande nere del Califfo desiderosi di sangue e di odio razziale.

Salee oggi ha gli occhi tristi perché in quei giorni qualcosa si è rotto nell’equilibrio di questa Nazione e sarà difficile tornare a vivere come fratelli. L’esercito che avrebbe dovuto difenderli, quello iracheno e quello regionale del governo autonomo curdo, si sono allontanati a volte per paura a volte per carenza organizzativa, anche se si parla di decine di migliaia di soldati addestrati e finanziati dagli Stati Uniti. Molti di loro tuttavia non si sono sentiti di rischiare di morire e di non tornare più neanche loro nelle loro case.

Salee ci conferma che le chiamate di soccorso si sono susseguite e gruppi di donne e uomini appartenenti alle unità YPG curde siriane hanno attraversato il confine con la Siria e sono intervenuti per coprire la fuga degli Yazidi, creando un primo corridoio umanitario per permettere alle persone sfollate e perseguitate di raggiungere la città di Erbil (presa successivamente, ma per un periodo breve, di attacco dallo Stato Islamico). Altri gruppi di iracheni, sia arabi che curdi, hanno rischiato e rischiano la loro vita per non lasciare campo libero alla distruzione e al fanatismo, pezzo per pezzo e chilometro per chilometro sono andati a portare la loro solidarietà e aiuti materiali alle famiglie e agli orfani sfollati dall’aggressione subita. Alcune di queste persone che si sono attivate sono parte di associazioni, altri erano autonomi e si sono organizzati con le loro possibilità.

Oggi Salee ha lo sguardo triste ma è presente con orgoglio insieme alle sue fotografie al Forum Sociale Iracheno ai giardini Abu Nouaf, nei pressi del Tigri. Ringrazia per avere ascoltato e volge altrove lo sguardo timido e sfuggente, con il cuore pesante per le esperienze vissute, continuerà a camminare.

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