Ammar continua a dare speranza – Alessandro Ciquera

Emad è ritto dietro al suo banco presso i giardini Abu Nouaf, al Forum Sociale Iracheno.

Come molte altre organizzazioni della società civile ed alcuni sindacati ha allestito lo stand che spiega le attività che porta avanti insieme alla associazione di cui fa parte: l’Istitute for war e peace reporting (www.iwpr.net).

Si muove avanti e indietro intorno al tavolo, nonostante una stampella che lo accompagna in tutti i movimenti, ma che lui non si cura di nascondere. Ai miei occhi questa stampella diventa il simbolo della sua voglia di riscatto e di dignità: a inizio maggio Emad è stato vittima di una autobomba mentre stava camminando per strada insieme al suo amico Ammar Al Shabander. Ammar lavorava con lui all’ Istituto, ma quel giorno non è più potuto tornare a casa da sua moglie e dai suoi figli, né in quelli successivi, è entrato a far parte di quella grande cifra a più zeri che conta i caduti e gli uccisi dalla violenza di questa guerra.

/nas/wp/www/cluster 41326/cssr/wp content/uploads/2015/11/
Ammar al Shahbander

Questi numeri sono nomi e ogni nome ha dietro di sé una storia. Parlare di alcuni di queste storie significa fornire a quei numeri vuoti e anonimi il primo dei diritti che dovrebbero essere riconosciuti ad un essere umano: il diritto ad essere chiamato per nome. Il primo diritto che acquisiamo alla nostra venuta al mondo, sia che questo accadimento si svolga in un reparto ospedaliero sia in una capanna di paglia e fango.

L’Istitute for war and peace reporting supporta e accompagna reporter locali, giornalisti di impegno civico e attivisti per i diritti in diverse dozzine di paesi in conflitto e in crisi intorno al mondo. Contribuiscono a lavorare per la pace rafforzando l’abilità dei media di parlare a voce alta contro il potere costituito, che spesso rappresenta macchine del fango corrotte e affittate ad interessi occidentali. Come Istitute propongono e finanziano corsi di aggiornamento e aiutano i loro uomini e donne ad inserirsi nel dibattito pubblico, nel portare voci libere e coraggiose. Queste voci singole, senza legami particolari, che troppo spesso i nostri Telegiornali in Italia ed Europa ignorano o snobbano perché considerati troppo indipendenti.

In Iraq svolge anche un ruolo di monitoraggio nelle elezioni pubbliche e nella legislazione del Parlamento sui temi della libertà e non affilatezza del mondo dell’informazione pubblica e non.

Ammar era il responsabile della missione associativa a Baghdad e svolgeva il suo compito con grande passione: diversi sono i documenti e le dichiarazioni pubbliche che ne hanno riconosciuto il valore: “L’ Iraq ha perso una grande mente, un giornalista impegnato ed un attivista per i diritti umani. Il suo lavoro non sarà mai dimenticato, e il suo lavoro per il cambiamento fungerà da esempio per altri”.

Un giorno prima della bomba Ammar era una persona che camminava, sorrideva, stringeva relazioni e costruiva progetti, una persona viva che viveva. La sera successiva non esisteva più, ha passato quel velo trasparente che tanti altri hanno passato prima, ed oggi lo incontro qui in questi giardini verdi e caldi lungo il Tigri, a sorridermi in una grande fotografia dietro il banco gestito dal suo compagno di strada Emad.

In alcuni dei suoi scritti su Twitter aveva pubblicato fotografie e testimonianze della festa di San Valentino a Baghdad, con uno scritto ironico che accompagnava le foto di fuochi d’artificio rosa e di mille colori: “Giovani iracheni festeggiano la festa degli innamorati, sfidando l’Isis a soli 50 chilometri di distanza fuori dalla città”.

Ancora su Twitter, un post con immagini della festa dei Fiori all’inizio dell’Estate, con uno spezzone ripreso di una band locale mentre suona Hotel California, degli Eagles.

CEVOIqDWgAAN2Aw

Sul libro di condoglianze, reso in pare pubblico in rete, sua moglie Angela ha scritto queste parole: “Tu hai trovato ora quella pace che Baghdad non ti ha potuto offrire e questa sarà la mia consolazione. Mio amato, mio amico, mio marito e padre dei miei figli. Riposa in pace

Parlo ai nostri bambini di lui circa ogni giorno. Adam è calmo, come suo padre. Lara è sfacciata, come suo padre. Zack ha solo due anni ma cammina già, parla e mangia esattamente come suo padre. Jenna ha solo nove mesi di età, ma chissà cosa ci riserva? I bambini sapranno che il loro padre gli ha lasciato una eredità di cui possono andare orgogliosi”.

Il 27 di aprile, pochi giorni prima di essere ucciso, Ammar ha partecipato ad una conferenza focalizzata sui giovani iracheni. Lui gli disse che essi avevano un futuro nella loro terra natia: che anche se noi avessimo fallito nel costruire un nuovo Iraq, loro avrebbero avuto successo. Ha detto a quei giovani in ascolto che loro avrebbero trovato un modo differente di combattere”.

Anche questo fa parte della quotidianità nelle strade di queste città assurde, a cui probabilmente non ci si riuscirà mai a fare davvero abitudine fino in fondo. Cosa ci dà quindi davvero senso? Quale lampada guida i nostri passi in questo mondo incerto?.

Una parte della risposta mi arriva dalla forza e dal rigore morale di Emad, che nonostante le ferite interiori ed esteriori anche oggi, sotto il sole, è venuto ad allestire i materiale e le testimonianza del loro impegno e del loro coraggio nel testimoniare la guerra e la pace in questo angolo di mondo.

Nel peggiore dei casi immaginabili, Ammar ha dato speranza. Potrà questa speranza essere estinta? O forse può essere che, tramite il suo passaggio, egli sia riuscito ad ispirare coloro con cui è entrato in contatto?”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *