Pillola vagante (3)

Libri & Co.

Ha cominciato mia mamma (classe 1918) che, forse complice la seconda guerra mondiale, aveva un innato senso del risparmio/riciclo/riuso. Ripiegava accuratamente i sacchetti del pane al fine di usarli per asciugare il fritto; ripiegava i sacchetti di plastica per utilizzarli nuovamente; ricordo i piccoli pezzetti del sapone consumato (la saponetta transitava sul lavabo per le mani finché era abbastanza grande e poi veniva declassata a “saponettina da bidè”, insieme ad altre prima di lei); ricordo le lenzuola ricucite in mezzo e infine trasformate in “stracci da spolvero” quando erano troppo lise; non ricordo tovaglioli di carta, ma solo di stoffa (quelli con i quali – insieme ai fazzoletti di mio padre – ho imparato a stirare; ricordo le grandi borse piene di vestiti “smessi” (ma in realtà in ottimo stato e anche firmati da stilisti di boutique) che arrivavano da una vicina, giovane amica di mia madre (e tuttora mia amica) che ad ogni cambio di stagione cambiava letteralmente tutto il suo guardaroba. E così fin da piccola ho indossato, senza farmi alcun problema, anzi con piacere, abiti usati e regalati da altri.

Ma la cosa di cui vorrei parlare in questo “capitolo” del mio trasloco sono le cassette dei salumi Negroni. Al tempo vivevamo a Milano, in una zona residenziale della città, abitata anche da persone un po’ “altolocate”. Nella via frequentata da mia mamma per la spesa c’era una lussuosa salumeria la cui proprietaria era stata subito conquistata dalla sua innata simpatia (era originaria dell’Umbria, ecco forse il perché della capacità comunicativa). Fatto sa che a un certo punto mia mamma ha cominciato a portare a casa delle bellissime cassettine di legno, con la piccola chiusura di ottone dorato, una sorta di “bauletto”. Arrivavano al negozio piene di salumi, servivano da espositore e, una volta, venduti tutti i salamini, sarebbero state buttate via se mia mamma non le avesse chieste in regalo.

/nas/wp/www/cluster 41326/cssr/wp content/uploads/2015/10/scatola negroni

Una ricoperta di carta autoadesiva rossa ce l’ho ancora adesso (mia mamma è morta nel 1986!), è perfetta per contenere le fotografie e mi ha seguito in tutti i miei traslochi; un’altra l’ho ricoperta io con la carta di Firenze e contiene anch’essa vecchie diapositive (e le misure sono ottimali) e una terza custodisce anche lei tutte le foto di mio figlio bambino. Arredano scaffali e ripiani, sono resistenti e utili, non sono state bruciate, mi ricordano mia madre… meglio di così.

Questo racconto all’“amarcord” per dire che già lei mi abituò – magari inconsapevolmente? Chi può dirlo? – a vedere le cose con occhi nuovi, a vedere negli oggetti usi “altri” rispetto a quelli originari.

Ecco che qualche mese fa, vedendo due vecchie casse acustiche di un impianto stereofonico abbandonate in un angolo, ho pensato di smontarle, togliendone l’interno (ormai non più funzionante) per trasformarle in due scaffaletti per contenere libri.

Ecco che nei miei innumerevoli traslochi mi ha sempre seguito (dopo essermi stata regalata) l’ottima libreria componibile: cubi di varia misura, impilabili, con i quali mi sono divertita a inventare ogni volta una nuova libreria, adattandola allo spazio che avevo. Poco spazio? Si sviluppa in altezza. Molto spazio? Se invece di mettere i cubi vicini lasci un vuoto è come avere un cubo in più. Ma soprattutto: ora che si avvicina il momento di traslocare non dovrò far altro che spostare i cubi – con i libri dentro – come se fossero altrettanti scatoloni. Infatti la mia libreria è lì, al suo posto, non devo preoccuparmi di togliere i libri, inscatolarli, chiuderli con lo scotch eccetera. E quando arriverò nella “nuova” casa dovrò solo sistemare i cubi nel modo consono al nuovo spazio. Bisognerebbe vederla, la libreria, per capire bene che cosa intendo, ma vorrei trasmettere l’idea di scegliere, anche per i libri, un mobile che non sia solo una libreria (magari addirittura su misura, difficile da smontare/rimontare, pesante eccetera), altrimenti dovremo togliere i libri, metterli nelle scatole, smontare il mobile, trasportare mobile e scatoloni e fare tutto da capo all’arrivo nella nuova dimora.

Prima però c’è un altro racconto da fare (ricordate che nella semplicità volontaria c’è sempre un “prima” che ci consente la scelta di “adesso”?). Anni fa affittavo la mia casina torinese – arredata – a una ragazza, che però aveva bisogno di spazio, e siccome avevo lasciato i miei libri là dovetti liberarmene in poco tempo. Così uno dei molti librai dell’usato che abbiamo la fortuna di avere a Torino venne a casa mia, guardò i miei libri, li mise quasi tutti dentro a grandi scatole, mi diede dei bei soldini e io mi liberai in un solo colpo di quasi tutti i miei libri, una biblioteca che risaliva agli anni Settanta (quando ero ancora a Milano). Il libraio, esaminando i libri, continuava a chiedermi: “Ma sei sicura? Ma qua c’è tutta la storia di Simone de Beauvoir… o delle lotte femministe… o della politica del ’68…” eccetera, e io – che dovevo liberare in fretta lo spazio e non avevo modo di tenermi quei libri, rispondevo sempre sì. Risultato: un immediato senso di benessere, leggerezza e libertà.

Così ho deciso di cercare di non avere più libri, per non trovarmi di nuovo in quella situazione nel futuro. Da allora (1997) cerco di non comprare libri, cerco di andare in biblioteca a trovare quelli che voglio leggere, cerco di comprarli – possibilmente nell’usato – leggerli e rivenderli. Attualmente ho molti libri di yoga (perché mi servono per il mio lavoro di insegnante, autrice, redattrice di yoga), qualche libro di argomento affine alla semplicità volontaria (altro àmbito lavorativo) e basta: niente romanzi, niente best-sellers pubblicizzatissimi, niente biografie. I libri di yoga non sono facilissimi da trovare in biblioteca, mentre tutti questi ultimi sì.

Così, anche per questo motivo, il mio trasloco di libri non sarà tremendo come nella maggior parte dei casi sento raccontare, perché ho deciso di avere pochi libri, selezionatissimi.

Perché vogliamo avere l’oggetto-libro? Perché abbiamo dato al libro questo significato di “feticcio”? Pensiamoci, la prossima volta che vorremo leggerne uno: posso trovarlo in biblioteca? Può prestarmelo qualcuno? Posso cercarlo nel circuito dell’usato? O, se devo comprarlo nuovo, posso venderne uno mio? Così non vi troverete 5.000 libri da traslocare.

Poi c’è il feng shui, che ci indica di non tenere i libri nella camera da letto. Perché? Perché la camera da letto è un luogo di rilassamento, ma in presenza di libri assomiglierà troppo a un luogo di lavoro, impedendoci di abbandonarci come dovremmo quando dormiamo. Possiamo tenere qualche libro da leggere prima di dormire, ma troppi (e di solito sono troppi: quanti di noi dicono “Ho una pila alta così di libri da leggere vicini al comodino!”) possono farci sentire oppressi. La domanda è: “Perché hai comprato un altro libro se ne hai già 10 o 20 ancora da leggere?”

Quindi insomma ricominciamo a dare ai libri il loro giusto valore e non trasformiamoli in feticci. Ci sarà più facile discernere tra un libro da comprare, un libro da leggere, un libro da utilizzare, un libro da farsi prestare, un libro da prenotare in biblioteca, un libro da cercare con calma nel circuito dell’usato. Un libro non bisogna per forza averlo, si può anche solo leggerlo. In fondo è fatto per questo.

Infine, sto portando via qualche libro ogni volta che devo andare in città, lasciandolo depositato da qualche parte (in ufficio? Da un’amica gentile?), così, poco per volta, mi troverò meno peso da trasportare. Ma ancora: sto pensando di spedirne qualcuno (con la tariffa ridotta: Piego di libro-1,28 euro fino a 2 chili); anche questo è un modo per avere meno peso da trasportare alla fine, con una spesa ragionevole. Ma certo anche queste due ultime opzioni sono possibili soltanto se ho pochi libri, altrimenti non finirei mai! Quindi la morale anche di questa Pillola è sempre quella: “avere di meno”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *