Fame e alimentazione ai tempi di Expo 2015 – Giorgio Cingolani

Come si nutre un pianeta?

Sui problemi della fame e della malnutrizione l’attenzione dei grandi mezzi di comunicazione si accende a intermittenza, normalmente in occasione di emergenze legate alla sicurezza del cibo (mucca pazza, aviaria), alle conseguenze del cambiamento climatico o a crisi di rifornimento legato ad aumenti dei prezzi dei beni alimentari che entrano nel mercato mondiale come merci.

Quest’anno, il 2015, entrerà nella storia per il numero di eventi dedicati al cibo: il più reclamizzato, e sicuramente il più costoso, è Expo 2015 a Milano, un’esposizione universale che resterà aperta dal 1 maggio al 31 ottobre, a cui è stato dato il titolo Nutrire il pianeta, Energia per la vita. Si tratta di una fiera di prodotti e processi innovativi per il settore agroalimentare; ambisce anche a generare un prodotto immateriale in idee e progetti per superare la fame e malnutrizione nel mondo.

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Concomitanti, e in qualche modo sovrapposti, ci sono altri appuntamenti importanti.

Il contesto internazionale

  1. La verifica sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite. Sono otto obiettivi che tutti i 191 stati membri dell’ONU, con una dichiarazione firmata nel 2000, si sono impegnati a raggiungere per l’anno 2015. Il primo obbiettivo, sradicare la povertà estrema e la fame, non è stato raggiunto nonostante rinnovati impegni finanziari dei paesi industrializzati. Più della metà degli aiuti finanziari è rivolta verso la cancellazione del debito, molto altro denaro viene versato in caso di catastrofi naturali e aiuti militari, che non creano ulteriore sviluppo.

  2. Anno internazionale del suolo, per attirare l’attenzione sui problemi dello spreco di terreno fertile (cementificazione, processi di desertificazione, ecc.).

  3. La Campagna Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro, 2014-2015 è un altro evento che ci riporta alle questioni del diritto al cibo e su una base a mio parere più corretta, perché, come ha di recente fatto Papa Francesco, pone l’accento sull’iniquità della struttura economica nella sua fase attuale di finanziarizzazione e globalizzazione.

Ci si chiede spesso se le cose siano migliorate o peggiorate rispetto a quanto veniva denunciato alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, momento di grande vivacità e attivismo per i problemi dello sviluppo e dell’eguaglianza a livello mondiale. Non si può dare una risposta secca e univoca. Tutto il sistema agroalimentare, dai produttori, trasformatori, distributori e consumatori, si sta muovendo in due direzioni contrapposte. A livello mondiale le quantità di cibo prodotte e vendute nelle filiere moderne, come merce, continuano a crescere, ma l’accesso allo stesso dipende dai prezzi che hanno mostrato una accresciuta volatilità legata a fenomeni di speculazione finanziaria e a fatti congiunturali indotti dal cambiamento climatico (crisi alimentari del 2008 e 2011). La maggioranza della popolazione mondiale peraltro dipende per l’accesso al cibo dalla produzione delle piccolissime e piccole aziende agricole sempre più esposte ai fenomeni di esproprio delle risorse produttive (terra, acqua e semi) e al cambiamento climatico. Ne consegue che le persone che non hanno accesso al cibo o alle risorse per produrselo sono stimate in oltre 800 milioni.1 Un numero che le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione (FAO) registrano come una tendenza alla riduzione. Ma un numero ancora più grande è condizionato da diete e abitudini alimentari che fanno ammalare – negli Sati Uniti quattro delle principali malattie mortali dipendono in gran parte da ciò che si mangia (malattie cardiovascolari, diabete, ipertensione e cancro). Circa due miliardi di persone in tutto il mondo (Indice globale della fame 2014, IFPRI,Concern Ww,Welthungerhilfe) soffre della cosiddetta “fame nascosta” ovvero la carenza di micronutrienti – vitamine e minerali essenziali.

L’agroalimentare moderno è un settore dominato da grandi gruppi globali che fanno profitti grazie al potere contrattuale sul mercato delle materie prime e con il ricorso alla stessa speculazione finanziaria. I grandi gruppi commerciali, industria di trasformazione e grande distribuzione organizzata hanno un potere economico che schiaccia da un lato i piccoli produttori e dall’altra i consumatori poveri in tutto il mondo. Nestlè, Kraft, Walmart e Carrefour sono nomi ormai conosciuti cosi come Coca-Cola e McDonald’s. Un po’ meno lo sono Cargill, Glencore o Archer Daniels Midland, ma sono questi attori che impongono prezzi di acquisto da rapina ai piccoli produttori del nostro pianeta. Inoltre con la crisi finanziaria internazionale i detentori dei grandi capitali finanziari di tutto il mondo hanno iniziato a “proteggere i loro fondi” comprando terre e investendo in progetti energetici alternativi. Non basta, Monsanto, Dupont, Syngenta sono gli oligopolisti di sementi, fertilizzanti, pesticidi e diserbanti e di prodotti biotecnologici. Allo stesso tempo le condizioni di lavoro nel settore agroalimentare sono sempre più di tipo schiavistico (lavoratori migranti stagionali senza permessi di soggiorno popolano campi per la raccolta non meccanizzabile, ma anche le strutture di lavorazione dei prodotti e del commercio).

Esiste anche un’altra tendenza, diretta a una maggiore democrazia e a una agricoltura più in sintonia con la natura: è il movimento globale per la sovranità alimentare e l’agroecologia. Si tratta di un movimento che, mettendo in relazione i piccoli contadini, le masse rurali senza terra con i pescatori artigianali, i pastori, i popoli indigeni, la popolazione urbana povera, ma anche i consumatori consapevoli ha trovato nuovi modi per sfidare il paradigma dominante dell’agricoltura industriale. La Campagna per la giustizia alimentare lanciata da una organizzazione sindacale negli Stati Uniti ha ottenuto negli anni Novanta successo sia in termini di miglioramenti salariali che normativi in contrattazioni con quattro grandi catene di fast food. Successi sono stati ottenuti anche in Brasile dall’organizzazione dei SEM Terra, che con la sua occupazione nonviolenta di terre incolte ha permesso a 400.000 famiglie di poter avere un futuro come produttori. Più vicino a noi occorre ricordare la lotta vittoriosa dell’estate 2011 a Nardò, dove un gruppo di africani di diversa nazionalità si sono uniti, nonostante le differenze di lingua e cultura, e hanno organizzato un grande sciopero in seguito al quale è stata emanata una nuova legge sul caporalato.

Come tendenza positiva c’è anche il fatto che è stata messa in crisi la “saggezza” dominante, diffusa dalle aziende multinazionali, e cioè che la soluzione del problema della fame dipendesse esclusivamente dal miglioramento delle tecnologie in grado di aumentare i rendimenti di alcune coltivazioni e del successivo passaggio a forme industriali di produzione-distribuzione. Nel 2008 è stato pubblicato un rapporto che ha fatto vacillare non poco l’impalcatura dell’agricoltura industriale: l’International assessment of agricultural knowledge, science and technology for development. Il rapporto, realizzato da quattrocento esperti nel corso di quattro anni con il sostegno di sessanta governi e della stessa Banca Mondiale (che poi non lo ha voluto avvallare), arrivava alla conclusione che le soluzioni per il superamento della povertà, della fame e dello stesso cambiamento climatico hanno tutte come presupposto il miglioramento delle condizioni dei produttori e la valorizzazione delle loro conoscenze ed esperienze.

Positiva è stata inoltre la riforma istituzionale del Comitato per la Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite, istituito presso la FAO. Da organo dì consultazione fra esperti e funzionari di governi è stato promosso ad organismo con poteri di “indirizzo” politico in questioni di politica alimentare globale con una partecipazione paritaria dei rappresentanti della società civile. Una delle organizzazioni più influenti all’interno del movimento per il cibo è la “Via Campesina” fondata nel 1993 come organo federativo di oltre 150 organizzazioni locali e internazionali che associano complessivamente oltre duecento milioni di soci, fra piccoli agricoltori e lavoratori rurali.

Cosa attendersi da Expo?

In questo contesto come si colloca l’Expo 2015? Che cosa c’è dietro a un titolo impegnativo come Nutrire il pianeta? Rinviamo alla formulazione ufficiale che appare su Internet. Gli organizzatori, pur consapevoli che vi è l’urgenza della fame, della sete, della mortalità infantile e della malnutrizione, si concentrano soprattutto sulle tradizioni alimentari, sull’educazione a una corretta alimentazione per favorire nuovi stili di vita, sulle malattie sociali della nostra epoca, sulla qualità e la sicurezza dell’alimentazione. In buona sostanza, “nutrire il pianeta” significa secondo Expo mangiare tutti meglio, soprattutto nei nostri paesi che possono permetterselo. Inoltre basta guardare la lista degli sponsor ufficiali, fra cui primeggiano McDonald’s e Nestlè, per nutrire dubbi sul modo in cui gli organizzatori pensano di risolvere il problema della fame nel mondo.

Le Esposizioni Universali sono state promosse sin dall’inizio come vetrine del progresso tecnologico, che all’alba del XIX secolo sembrava la panacea di tutti i mali dell’umanità. Sono state manifestazioni di celebrazione della modernità. Nell’evidente disastro sociale ed ecologico a cui ci ha portato questa fede nel progresso tecnologico, quali innovazioni potrà presentarci Expo 2015 su questioni cosi complesse come una produzione-consumo di cibo sostenibile per tutta la popolazione mondiale? Un po’ di letture, attenzione ai messaggi mediatici e la realtà concreta delle opere realizzate ci fanno temere che anche questo evento sarà di esaltazione di un modello agroalimentare già oggi fallimentare.

Credo che a poco serviranno le rare voci alternative che pur saranno presenti all’interno dell’area espositiva, quali ad esempio l’associazione Slow Food, che ha scelto come tema la biodiversità, una delle massime vittime del modello industriale di agricoltura che invece viene proposta dai grandi espositori.

Si parla molto di spreco dei prodotti alimentari (complessivamente 30% della quantità prodotta finisce per essere non consumata) e della necessità di operare da un lato sul piano tecnologico per migliorare la logistica e dall’altro sull’educazione dei consumatori. Personalmente sono convinto che lo spreco di cibo sia la conseguenza dell’attuale sistema di produzione-trasformazione-distribuzione alimentare e che le soluzioni operative siano quelle previste dalle strategie e pratiche dell’agroecologia e della sovranità alimentare, vale a dire l’abbattimento delle distanze fra produzione e consumo, una distribuzione capillare che metta in più stretto contatto produttori e consumatori, un trattamento del cibo come bene e non come merce portano con sé anche una maggiore consapevolezza di tutti gli attori in gioco.

1 Tale stima è prodotta annualmente dalla FAO, con una metodologia che presenta numerosi limiti (v. The State of the Food Insecurity 2014, p. 48). Innanzitutto l’indicatore si basa su una definizione della fame che riguarda solo il deficiente apporto di calorie che superi l’anno. L’indicatore non può catturare i cambiamenti di apporto all’interno dello stesso anno. L’indicatore non può misurare le differenze di apporto fra individui della stessa famiglia. Infine l’indicatore non riesce a misurare il livello di gravità della sottonutrizione.

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