Elogio della gratitudine | Recensione di Angela Dogliotti Marasso

cop_Enrico Peyretti, Elogio della gratitudineEnrico Peyretti, Elogio della gratitudine, Cittadella Editrice, Assisi 2015, pp. 112, € 10,80

L’ultimo libro di Enrico Peyretti, Elogio della gratitudine, è una sorta di «meditazione ad alta voce», come scrive Giannino Piana nella Prefazione, che rivela le motivazioni profonde della sua ricerca e del suo impegno di cristiano e di nonviolento.

«Una fede è, in fondo, l’aver udito una promessa e aver prestato fiducia ad essa, è aver creduto alla vita vincente sulla morte, dunque avere una speranza impegnata a collaborare al bene, che salva dal nulla il senso della vita» (p. 45)

È da questa fede che nasce la gratitudine, che è

«la capacità , sempre da ritrovare, di vedere che il bene è più consistente e resistente del male nella nostra umanità e nella realtà […] è un movimento all’interno di una relazione: si è grati ad altri, al prossimo che mi ha dato o indicato un bene, alla società o alla storia che mi hanno condotto fin qui. Chi riconosce Dio è grato a lui» (p. 14).

La gratitudine nasce da un’attitudine a «coltivare sentimenti buoni verso la realtà, per quanto difficile essa sia», e a riconoscere «i fili d’oro della bontà».

È solo con questo tipo di atteggiamento che è possibile vedere la pace dentro la guerra, scoprire il «sangue risparmiato» (A. Bravo, 2014) anche in una storia di violenza e distruzione e perciò credere che «un altro mondo è possibile».

È ciò che sanno fare due grandi protagoniste della storia e della cultura del Novecento, che Peyretti, tra i tanti altri riferimenti, ricorda: Rosa Luxemburg e Etty Hillesum. Due donne molto diverse tra loro, ma accomunate proprio dalla gratitudine alla vita, pur in contesti tragici. Rosa che «palpita per una incomprensibile e sconosciuta allegria», come scrive lei stessa, mentre è rinchiusa in un carcere tetro e freddo; Etty che, «sotto il martello della violenza nazista» sa «trasformare il dolore in forza» (N. Neri) e «vedere il bene al di là del male».

In fondo, da dove nasce la persuasione del nonviolento se non dalla fede che la violenza non è l’ultima parola e che la vita è un dono da condividere, sostenere, affermare contro tutte le forze distruttive , secondo un’etica della compassione e del «noi»?

La relazione tra gratitudine e nonviolenza non è immediatamente evidente, ma è profondamente vera.

Peyretti ce la mostra in questo agile e profondo libretto.

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