16. Antifascismo tra i giovani – Pietro Polito

Il titolo di questo articolo riprende quello di un libro Antifascismo tra i giovani (1966), che ho letto, riletto, consultato più volte, per affascinamento e consonanza per le idee dell’autore, in cui ho visto e vedo un maestro ideale che può dire molto ai giovani. L’autore, Aldo Capitini (1899-1968), in quel libro narra l’opera di “antifascismo tra i giovani”, da lui, come vedremo, intrapresa presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e proseguita fino ai primordi della Resistenza, al fine di “accrescere e migliorare la nostra fede e le iniziative di oggi e di domani” (ATG, p. 7). L’opera svolta da Capitini tra il 1931 e il 1943 è stata opera religiosa nel significato proprio della parola, cioè nel senso che in tempi di grande disorientamento egli seppe collegare e unire tra loro persone, giovani, intellettuali, operai, gente del popolo, dando loro una speranza.


Aldo_Capitini

Come si è detto, Capitini inizia la sua opera di antifascismo a Pisa, “la seconda città della nostra vita, dopo quella della nascita”, Pisa, a cui “va la nostra profonda e indelebile gratitudine. Conseguito da autodidatta l’esame di maturità classica sostenuto da privatista presso il Liceo Margotti di Perugia, partecipa al concorso della Scuola Normale superiore di Pisa e nel 1924 vince una borsa di studio; si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia; nel ’28 si laurea e nel giugno dell’anno successivo discute la tesi di perfezionamento, La formazione dei Canti di Leopardi, svolta con il prof. Arnaldo Momigliano, di cui diventerà assistente volontario.

Da un certo punto in poi l’esperienza normalistica di Capitini s’intreccia con quella di Giovanni Gentile, nominato regio commissario della Scuola il 1° ottobre 1928. Presso la Normale Capitini trova un ambiente che non è né di “acceso fascismo” né di acceso antifascismo”. Subito desta stupore tra gli studenti e i professori con il suo vegetarianesimo. Ma l’incontro decisivo è quello con Claudio Baglietto.

Attraverso una periodica attività di incontri e conversazioni, con Baglietto avvia una vera e propria predicazione religiosa e nonviolenta.

Risale a questo periodo la scoperta di Gandhi, attraverso la lettura della biografia di Romain Rolland, Mahatma Gandhi (1924) e dell’Autobiografia del Mahatma, pubblicata dall’editore Garzanti, con una prefazione di Gentile nel 1931. Da Gandhi il giovane Capitini prende “l’idea del metodo nonviolento impostato sulla non collaborazione” e in lui trova “una guida per dir di «no» al fascismo […] e soprattutto un modo per realizzare concretamente quel certo francescanesimo a cui tendevo da fanciullo”.

Capitini si pone in netta antitesi con la religione tradizionale e istituzionale della Chiesa cattolica. I Patti lateranensi dell’11 febbraio 1929) sono per lui un “tradimento del Vangelo”. L’”insegnamento intimo” che ne trae è che “se c’è una cosa che noi dobbiamo al periodo fascista, è di aver chiarito per sempre che la religione è una cosa diversa dall’istituzione romana” (ATG, p. 19). E’ in “quel gelido febbraio” che egli smette i panni dell’osservatore critico della “realtà attuale” per assumere gradualmente una chiara posizione di contrasto.

La sua sorte è strettamente legata a quella tragica del giovane amico e alla sua clamorosa scelta. Nel 1932 Baglietto, appena laureato con Carlini, mentre si trova a Friburgo con una borsa di studio per seguire le lezioni di Heidegger, decide di non tornare in Italia per sottrarsi all’obbligo del servizio militare. Lo “scandalo” si riflette sulla vita della scuola per la solidarietà aperta che Capitini manifesta a Baglietto. Il Direttore Gentile pone a Capitini, che nel frattempo era diventato Segretario della Scuola, la condizione dell’iscrizione al Partito per poter continuare a conservare il posto di lavoro. Al grande filosofo passato al fascismo, recatosi a Pisa per parlare con lui, che gli dice: “Credo che non riuscirei a persuaderla”, Capitini risponde: “Credo che anch’io non riuscirei a persuadere Lei (ATG, p. 28).

Nella lettera di dimissioni forzate, scritta da Pisa il 4 gennaio 1933, scrive: “Ho preso in esame per molto tempo dal punto di vista religioso il problema della violenza e l’insegnamento ad aver fiducia in essa, e mi è sembrato che quell’insegnamento sia un errore e riveli mancanza di profonda fede nello spirito”. Nelle lettere ai familiari scritte la mattina del 2 gennaio 1933 mostra la consapevolezza del gesto compiuto. Alla madre scrive: “Faccio quello che è giusto e non temo nulla”. E al fratello confida: “Essendo io dunque contrario alla violenza […], non posso dirmi fascista e compiere l’ipocrisia di iscrivermi o la viltà di cedere”.

Il paragrafo di Antifascismo tra i giovani, intitolato: “Aria di Perugia” (ATG, pp. 44-49) inizia così: “Andavo a casa mia a Perugia in quella mattina del gennaio 1933”. Questo è uno dei numerosi luoghi in cui manifesta il proprio amore per la città, che ama per la sua “spiritualità”, la sua “fierezza”, che “è talvolta crudeltà; e talvolta impeto mistico, soavità”.

Per impulso di Capitini, Perugia diventa uno dei centri di antifascismo, coinvolgendo operai e giovani intellettuali. Pur tuttavia, per quanto di carattere culturale più che politico, a poco a poco la rete capitiniana si estende fuori dalle mura della città di Perugia, che diventa un vero e proprio punto di riferimento per gli antifascisti della prima e della seconda ora. Per costoro, Perugia è un «centro» dove si trovava “un mancato insegnante che aveva detto no al partito, con una posizione di libero religioso, e nonviolento perfino vegetariano […], un antifascista deciso che aveva scelto la povertà” (ATG, p. 61).

Da Perugia si dipartono i suoi numerosi “viaggi per collegamento” (ATG, p. 51), in modo particolare a Firenze e a Roma. Firenze è la sede dove ora insegna Momigliano, il suo vecchio professore, qui sono presenti, Luigi Russo, la famiglia Michelstaedeter, Mario Finzi, Vittorini, Ramat. A Roma il centro di antifascismo si costituisce attorno a Ernesto Buonaiuti. Capitini fa risentire la sua voce nella “sua” Scuola con un appello ai normalisti attraverso uno studente di Perugia, Antonio Russi, entrato anche lui alla Normale nel ’36..

Capitini si confronta con Ernesto Buonaiuti e Piero Martinetti, due personalità religiose che, come lui, appartengono alla storia della spiritualità italiana distinta se non contrapposta alla religione della “chiesa-istituzione”. Da Carlo Michelstaedter, l’autore di La persuasione e la rettorica, fa proprio il concetto di “persuasione”. Di se stesso dirà d’ora in poi d’essere un “persuaso”, un “auto-persuaso”, quasi un “pervaso”.

Questo elemento di persuasione se non di pervasione caratterizza l’incontro di Capitini con i giovani che vedono in lui una figura che non è in alcun modo paragonabile a quella di un qualsiasi altro “capo” di un partito o movimento politico. Avvicinandosi a lui i giovani non vengono ammaestrati a un insieme di principi dottrinali o a una serie di direttive di azione politica, vengono aperti a “una tensione di autentica purezza”.

L’espressione si trova nel discorso dedicato ai giovani nell’antifascismo, pronunciato da Capitini nel 1948 per la commemorazione di Antonio Giuriolo. Dopo avere affermato che “ci sono dei giovani davanti ai quali si è senza riserve” che “ogni tanto ne appaiono e sono quelli che mobilitano un movimento”, Capitini dice che uno di questi è stato Giuriolo – il partigiano nonviolento –, che gli amici avevano per “il migliore compagno, per il maestro che ha l’impegno più forte e sceglie il sacrificio più duro”.

Con parole sue che traggo da un articolo inedito del 24 aprile 1955, intitolato La Resistenza italiana, si può dire che con la sua opera di antifascismo svolta tra il 1931 e il 1943 Capitini ha dato un contributo alla “rivolta dell’anima contro una mistica sbagliata e contro il principio che il fine giustifica i mezzi e il desiderio di un impiego più puro di sé stessi, a mutare i giovani”.

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