Alba di mondi altri – Recensione di Nanni Salio

cop_zibechi-alba-di-mondi-nuoviRaúl Zibechi, Alba di mondi altri. I nuovi movimenti dal basso in America Latina, Museo dei by Hermatena, Riolo (Bo) 2015, pp. 200, € 15,00

Questo libro è un antidoto alla sfiducia e alla depressione che colpiscono molte persone di fronte agli enormi problemi che l’umanità intera deve affrontare e alla incapacità dei sistemi politici di dare risposte adeguate.

Ma per non essere superficiali o lasciarsi prendere da eccessiva fiducia, bisogna sollevare alcune questioni.

Intanto, la parte più agile da leggere e interessante è la sezione i, “Le società in movimento”, con un lungo dialogo, fatto di domande e risposte tra Raúl Zibechi, Michael Hardt e Álvaro Reyes. La forma dialogica permette di chiarire meglio molti punti relativi all’esperienza vissuta da diversi anni da Zibechi in America Latina e in particolare nel Chiapas.

Tutto il libro ruota attorno alla domanda: “Saranno gli esclusi a costruire la nuova storia?” È questa la speranza che anima persone come Zibechi, Gustavo Esteva e altri che da anni seguono le vicende degli Zapatisti.

Secondo Zibechi, il pensiero di Franz Fanon è essenziale per comprendere questi eventi ed è tornato di attualità in molti ambienti anche accademici. Ma il pensiero di Fanon andrebbe riletto insieme alle critiche di Albert Camus, agli studi di Ashis Nandy sulle conseguenze del colonialismo inglese in India (Il nemico intimo, Forum, Udine 2014) e incrociato con il pensiero di Gandhi.

Ma che c’entra Gandhi con il Chiapas? Sono molti coloro che fanno notare la straordinaria somiglianza della strategia elaborata dal subcomandante Marcos e dagli Zapatisti e quella impiegata da Gandhi in India.

In un paragrafo di una lunga intervista (Interview with Gustavo Esteva,

http://www.inmotionmagazine.com/global/gest_int_1.htmlhttp://www.inmotionmagazine.com/global/gest_int_1.html) “Poiché essi sono forti, dovrebbero usare la nonviolenza”, Esteva ricorda che “[…] nella prima settimana del 1994, ero in uno stato di assoluta perplessità perché mi chiedevo “Come mai sono così felice con questi Zapatisti?””, e allo stesso tempo egli si poneva il problema della nonviolenza e della lotta armata. E pensava: “Siamo con voi. Non siete soli. Ma per favore non usate la violenza”. E continua dicendo:

“Ero sceso in strada e partecipavo alle reazioni contro le uccisioni. Ma, tuttavia, ero perplesso e in conflitto con me stesso … mi rivolsi a Gandhi, l’eroe della nonviolenza […] e scoprii qualcosa che non avevo mai letto prima. […] C’era stato un attentato contro Gandhi e suo figlio gli chiese “Padre, che cosa dovrei fare se un malintenzionato cerca di uccidervi […]? Debbo sostenere la nonviolenza? Debbo osservare passivamente la situazione? O dovrei usare la violenza contro di lui per fermarlo?” E Gandhi sorridendo disse, “Bene, l’unica cosa che non devi fare è non fare nulla perché se la nonviolenza è la virtù suprema, essere codardo è il peggiore dei vizi e tu non devi essere codardo. Devi fare qualcosa. La resistenza passiva non è la cosa migliore. Forse è l’unica risorsa del debole ma anche il debole possiede la violenza e può usarla come ultima risorsa se è debole […]. La nonviolenza è per il forte. Sarebbe criminale predicare la nonviolenza a un topo sul punto di essere divorato da un gatto. Se predico la nonviolenza agli Hindu è perché non vedo come un popolo di 300 milioni possa avere paura di 150.000 inglesi. Poiché essi sono forti, debbono usare la nonviolenza””.

Esteva prosegue la sua riflessione dicendo:

“Bene, questo si applica perfettamente al caso degli Zapatisti. Essi erano chiaramente deboli […]. Ma poi sono diventati forti ben presto grazie al nostro sostegno. Quando abbiamo milioni di persone nelle strade e un massiccio supporto, anche internazionale, immediatamente essi diventano forti e campioni della nonviolenza. Questo è uno dei molti elementi paradossali degli Zapatisti. Essi sono un esercito che è il campione della nonviolenza in Messico. Ho risolto il mio problema morale con questa lezione di Gandhi. L’ho risolto ancor più perché gli Zapatisti sono diventati fanatici della nonviolenza […]. La loro principale arma, come ben sappiamo, sono le parole”.

In un altro scritto in cui affrontano i temi della pedagogia in chiave critica, Esteva e altri autori (Dana L. Stuchul, Gustavo Esteva, Madhu Suri Prakash, From a pedagogy for liberation to liberation from pedagogy, www.swaraj.org/shikshantar/gustavols3.htm sostengono che bisogna “[…] riflettere sulla vita, il lavoro e gli insegnamenti di Gandhi, del Subcomandante Marcos e di Wendell Berry”. Dopo aver distinto le persone tra “buoni soggetti, non soggetti e cattivi soggetti”, Esteva osserva che tutti e tre i personaggi ai quali fa riferimento “hanno subito una radicale trasformazione”. Dapprima, erano “buoni soggetti”, poi, man mano che presero coscienza delle situazioni in cui vivevano, divennero “non soggetti” e infine “cattivi soggetti”, che realizzarono i loro ideali di vita, rispettivamente, “in un ashram, nella giungla del Chiapas, o in una fattoria nel Kentucky”.

Gandhi cambiò se stesso, e come lui anche Marcos. Il sogno e gli ideali sociali di Gandhi sono presentati in Hind Swaraj (si veda l’edizione italiana: Gandhi, “Vi spiego i mali della civiltà moderna”, Gandhi edizioni, Pisa 2010), i cui princìpi sono in grande sintonia con l’esperienza delle comunità zapatiste, come sottolinea Al Giordano in un articolo dal titolo significativo e in qualche modo provocatorio: “Il Subcomandante Marcos è il prossimo Gandhi?” (Is Subcomandante Marcos the next Gandhi?, http://www.narconews.com/Issue39/article1454.html ).

C’è inoltre un particolare che mi ha incuriosito e ho cercato di approfondire. Una delle comunità zapatiste si chiama Moisés Gandhi, Municipio Autonomo Ernesto Che Guevara, nota per aver stilato la “Declaración de Moisés Gandhi”, “La salud en manos del pueblo” (http://www.yabasta.it/caminantes/spip.php?article130 ). Qual è la storia di questo nome? Con un po’ di fortuna, ho trovato due riferimenti. Nel primo, in una breve nota, si dice che il nome deriva da “due eroi del popolo Zapatista, Moses [Mosé], che guidò il suo popolo fuori dall’oppressione e trovò una patria, e Gandhi, che usò la nonviolenza per lottare contro il colonialismo” (Rachel Wallis, Overview of Social Justice Issues, http://www.casacollective.org/content/overview-social-justice-issues ). Ma il secondo riferimento è più preciso e quasi certamente corrisponde alla realtà. Hilary Klein ha scritto un libro frutto di un lungo e meticoloso lavoro di interviste alle donne di alcune comunità zapatiste (Compañeras: Zapatista Women’s Stories, Seven Stories Press, New York 2015). Ecco come viene descritta la nascita della comunità Moisés Gandhi:

“Dèbora e Claudia appartengono a una municipalità autonoma chiamata Che Guevara, e descrivono come il loro villaggio fu fondato su terre rivendicate […]. “Quando siamo arrivate qui […] abbiamo appeso un pezzo di plastica come tetto e poi a poco a poco abbiamo cominciato a costruire le nostre case. Preparavamo il nostro cibo all’aperto, talvolta sotto la pioggia”. Il villaggio di Claudia e Dèbora si chiama Moisés Gandhi. Il nome deriva da quello di due miliziani di questa regione, Moisés e Gandhi, che furono uccisi durante l’insurrezione. (Moisés e Gandhi erano i nomi che avevano scelto come pseudonimi: questi due uomini avevano scelto di chiamarsi Moisés e Gandhi, rispettivamente)”.

Nonostante questo insieme significativo di riferimenti, sappiamo bene che non tutti sarebbero d’accordo con queste analisi. Su Gandhi c’è una letteratura assai vasta e non mancano critiche radicali, da destra e da sinistra. In un ampio saggio, Regina Cochrane esamina criticamente sia il pensiero di Gandhi sia quello di Esteva e di Vandana Shiva, sollevando l’accusa secondo cui essi sono stati facilmente strumentalizzati da pensatori e da gruppi politici di destra (“Ecofeminism, Global Justice, and “Culturally-Perceived Poverty””

http://d3n8a8pro7vhmx.cloudfront.net/globaljusticecenter ). Anche Arundhati Roy è intervenuta più volte con accuse dello stesso tenore, rivolte soprattutto a Gandhi. Pur non potendo in questa sede analizzare puntualmente queste critiche, sono del parere che dai contributi che Zibechi, Esteva e altri stanno dando emerga una visione delle possibilità alternative dei movimenti di base in varie aree del mondo, dall’America Latina all’Africa all’India. Sono movimenti che, come documenta Zibechi in questo libro, nascono da una resistenza di comunità di base durata cinquecento anni nel caso del Chiapas, ma non molto meno in altre aree e costituiscono degli esempi di alternative già presenti e non solo auspicate in un lontano futuro.

Potremo apprendere molto da queste esperienze, se saremo capaci di applicare a noi stessi i princìpi di grande umiltà su cui esse si basano: “ascoltare, imparare, aspettare”, ben diversi dalla pratica politica corrente alla quale siamo tristemente assuefatti.

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