Rifugiati del cambio di regime: sulle coste dell’Europa – Vijay Prashad

4 settembre 2015 – Sui social media sono comparse immagini scioccanti di rifugiati sbarcati sulle coste europee dalla Siria o da altri Paesi. Una soprattutto colpisce per la sua crudezza – il corpo del piccolo Aylan Kurdi. Aveva appena tre anni. Veniva dalla città siriana di Kobane, nota per essere la linea del fronte della guerra tra l’ISIS e le milizie curde (perlopiù YPG e PKK). Nella foto il corpo di Aylan Kurdi giace rannicchiato in posizione fetale, ed è difficile restare indifferenti davanti a quell’immagine.

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Vignetta di Rafat Alkhateeb

 

Il vignettista giordano Rafat Alkhateeb ha disegnato un’immagine in cui il corpo del bambino giace dall’altra parte di un muro sormontato da filo spinato che lo separa dai continenti del mondo.

Bambini come Aylan Kurdi entrano ed escono rapidamente dalle coscienze. Migliaia di bambini siriani sono morti in questa guerra, senza fare notizia. Decine di migliaia muoiono in qualche guerra nel mondo. Secondo una stima dell’ONU metà delle vittime nelle aree di guerra sono bambini. Nel 1995 l’UNICEF ha stimato la morte di due milioni di bambini nelle varie guerre consumatesi nel decennio precedente. I numeri non sono in calo, e smuovono le coscienze. Ma è la foto di Aylan Kurdi che più di tutto ha rovesciato il nostro sistema etico – il mondo si preoccupa davvero dei danni inflitti ai bambini da guerre e politiche economiche spietate? Apparentemente no. Ne abbiamo la prova nel momento in cui guardiamo la fotografia del corpo di Aylan Kurdi: ci spezza il cuore, ma cambierà ben poco le nostre politiche.

L’Occidente crede di poter intervenire per influenzare l’economia politica del Terzo Mondo, imponendo “riforme” guidate dal FMI. Il capitale può muoversi senza confini. Ma questa libertà non vale per il lavoro – cioè per le persone. La migrazione è proibita. Dà fastidio. Ideali razzisti portano a costruire barriere contro il naturale movimento delle persone. Reti di filo spinato e torrette da campo di concentramento percorrono il confine tra Messico e Stati Uniti, e simili barriere bloccano, insieme all’ostacolo naturale che è il Mediterraneo, l’accesso in Europa. Il capitalismo distrugge le società da una parte, ma le persone non sono autorizzate a emigrare dall’altra parte.

L’Occidente crede di poter rovesciare governi e bombardare nemici nei Paesi del Terzo Mondo. È il limite del suo umanitarismo. E questo umanitarismo lo chiama interventismo o, nel linguaggio dell’ONU, “responsabilità di proteggere” (R2P). Quando interviene in uno stato, come nel caso della Libia, l’Occidente non si assume alcuna responsabilità per le vite spezzate delle persone. Le bombe possono andare ovunque, ma i rifugiati di guerra devono mettersi in fila e aspettare, trattenuti in campi di concentramento. A loro non è concessa libertà di movimento.

L’etica dell’élite occidentale ruota intorno all’ipocrisia. Quando usa parole come “libertà” e “uguaglianza”, di solito intende l’esatto contrario. La libertà degli esseri umani e l’uguaglianza tra esseri umani non è rilevante. Ciò che importa è la libertà del Denaro. Quella non può essere limitata in alcun modo.

Sia l’Europa che gli Stati Uniti vogliono costruire muri per impedire la libera circolazione. La Statua della Libertà a New York reca incise le parole “Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri; le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere.” È una poesia di Emma Lazarus del 1883. Queste parole hanno ormai perso ogni significato. Non c’è più nessuno che si preoccupa della salvezza degli stanchi, dei poveri e delle masse infreddolite. Ora c’è soprattutto uno sciovinismo statale che erige barriere e minaccia deportazioni. La canzone Deportee di Woody Guthrie del 1961 si adatta perfettamente alla situazione: “Ci date la caccia come fossimo delinquenti, ladri o furfanti. Moriamo sulle vostre colline, nei vostri deserti, nelle vostre valli e pianure.” E, avrebbe aggiunto, sulle vostre coste.

Eredità velenose come questa non sono incontrastate. C’è anche l’etica della gente – striscioni esposti ad alcune partite di calcio in Germania che invitano ad accogliere i rifugiati, convogli di comuni cittadini britannici che vanno verso Calais portando ai rifugiati cibo e vestiti, manifestazioni di internazionalisti radicali nell’Europa dell’Est contro le frange neofasciste e razziste. Negli Stati Uniti poi ci sono Dream Defenders e United We Dream, in difesa degli immigrati privi di documenti, che fanno parte di quelle mobilitazioni pro-immigrati di massa che hanno scelto la Festa dei Lavoratori come propria giornata. Questi esempi del lato buono della storia sono spesso ignorati dalla stampa, che tende a esaltare il lato cattivo per catturare l’attenzione del pubblico. Questi gesti di solidarietà ci mostrano quanto è possibile fare in Occidente.

Aylan Kurdi è morto. Ma ne rimangono molti altri come lui. Il nostro sdegno per questa triste morte deve ora spingerci a pretendere con più forza la riduzione delle violenze in Siria e l’avvio di un serio processo di pace in Libia, e ad essere ancora più risoluti nella nostra lotta contro la distruzione delle società e degli stati messa in atto dal FMI e dalla NATO. In poche parole, questa è un’invocazione a un fermo anti-imperialismo. L’imperialismo, dopo tutto, si ha quando un fattore extra-economico come una guerra o una riscrittura non egualitaria delle regole di mercato permette a una piccola minoranza capitalista di appropriarsi di una grande fetta della ricchezza sociale prodotta nel mondo. I rifugiati come Aylan Kurdi sono “rifugiati del cambiamento climatico”, “rifugiati del cambio di regime”, “rifugiati del FMI”.

I burocrati occidentali non parleranno che di tragedie e di sicurezza. Per loro le persone sono migranti e deportati, quelli la cui mobilità deve essere contenuta. La loro è una visione ristretta. Non vorranno certo parlare delle cause del problema – le guerre e le politiche economiche che riducono milioni di persone allo status di rifugiati. Per questo dobbiamo farlo noi. Nel nome di Aylan Kurdi.

Questo articolo è stato pubblicato su BirGün, Ganashakti e CounterPunch.

Vijay Prashad, direttore degli Studi Internazionali al Trinity College, è l’editore di Lettere alla Palestina (Verso). Vive a Northampton.

7 settembre 2015, Vijay Prashad – CounterPunch
Traduzione di Fabio Poletto per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: Regime Change Refugees: On the Shores of Europe

https://www.transcend.org/tms/2015/09/regime-change-refugees-on-the-shores-of-europe/

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