Resistenza nonviolenta in Palestina: fermezza, creatività e speranza – Katherine Hughes-Fraitekh

“Non voglio che i miei figli vivano una vita come la mia. Per i miei bambini, e per tutti i bambini, io cerco un futuro senza occupazione e senza violenza. Dobbiamo avere speranza e resistere.

Nota dell’editore: l’8 giugno 2015 Iyad Burnat di Palestina, uno dei leader di spicco della resistenza nonviolenta, è stato insignito del James Lawson Award per gli Obiettivi Conseguiti nella Pratica del Conflitto Nonviolento. Il premio, istituito nel 2011, è conferito durante un incontro annuale sull’educazione ai conflitti nonviolenti, organizzato dall’International Center on Nonviolent Conflict (ICNC) in collaborazione con la Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University in Massachussetts. Durante il suo discorso di ringraziamento e nel corso di un’intervista in collegamento video con Amber French e Katherine Hughes-Fraitekh del ICNC, Iyad ha parlato delle motivazioni che sostengono il movimento capeggiato dal villaggio di Bil’in, dei passaggi chiave nella costruzione e nel mantenimento del movimento, delle strategie e delle tattiche usate, dell’importanza di Israele e delle alleanze internazionali, delle lezioni apprese durante il percorso e della strada ancora da percorrere.

Per Iyad Burnat, la resistenza nonviolenta è centrale nella vita di tutti i giorni come lo è l’ulivo dal tronco attorcigliato attorno a cui si sviluppa il suo villaggio natale di Bil’in, nei territori occupati della Cisgiordania. Padre amoroso di cinque figli, con un ampio sorriso e occhi profondi e penetranti, è riconosciuto non solo in Palestina ma anche tra accademici e voci influenti in tutti il mondo come un coraggioso “leader tra i leader” in un movimento esemplare di resistenza nonviolenta.

Negli scorsi decenni immagini e filmati della resistenza di Bil’in si erano già diffusi in tutto il mondo, in larga misura grazie all’impiego, tipico del movimento, di azioni creative che hanno man mano attirato l’attenzione della stampa internazionale. Il movimento ha acquistato poi una visibilità significativa, soprattutto negli Stati Uniti, nel 2012, quando il film Five Broken Cameras (girato tra l’altro dal fratello di Iyad, Emad Burnat) ha ricevuto una nomination come miglior documentario all’Academy Award. La nomination ha contribuito a far conoscere gli sforzi straordinari di un piccolo gruppo di agricoltori palestinesi che con azioni e strategie nonviolente cercano di respingere l’occupazione israeliana e di fermare l’esproprio delle terre finalizzato alla costruzione di insediamenti illegali e muri divisori.

Inizialmente, Iyad si unì al movimento pluri-decennale di resistenza nonviolenta in Palestina come allievo e membro del comitato di una scuola di Bil’in. Da allora, lui e la sua famiglia sono stati vittime di forti repressioni sotto l’occupazione. All’età di 17 anni fu arrestato dall’esercito israeliano e costretto, sotto interrogatorio, a firmare una confessione scritta in ebraico – a lui incomprensibile – relativa a crimini che non aveva commesso. Fu quindi condannato a due anni di carcere minorile in una prigione nel deserto, il che lo costrinse poi a laurearsi in ritardo, rovinando la carriera da medico che lo attendeva.

Nel 2014 uno dei suoi figli è stato colpito a una gamba da un proiettile sparato a freddo da un soldato, mentre marciava di fianco al padre in una manifestazione nonviolenta, incidente le cui conseguenze soffre ancora oggi. Nonostante tutto, nel corso degli anni Iyad non ha smesso di ripetere il suo messaggio. “Noi non abbiamo niente contro gli ebrei; ma siamo contro l’occupazione isrealiana.”

CivResist1 (1)

Da Bil’in alla scena internazionale

Bil’in è stato uno dei primi villaggi (insieme a Budrus e Jayyous) a organizzare una resistenza nonviolenta contro il muro, giudicato illegale secondo le norme internazionali perché il progetto prevedeva che passasse attraverso i territori occupati, invece che lungo quella Green Line che è il confine attuale tra Isreale e i territori palestinesi.

In risposta a questa sfida, nei primi anni 2000 Iyad e altri membri della sua comunità si allearono con altri villaggi in tutta la Cisgiordania e, più di recente, anche nella striscia di Gaza. Pur trovandosi ad affrontare una continua repressione da parte dei soldati e dei coloni israeliani – che include violenze, arresti, torture, irruzioni notturne nelle case, rapimenti di bambini e uccisioni di attivisti disarmati – , i palestinesi di Bil’in e degli altri villaggi hanno continuato a resistere in maniera nonviolenta. Da menzionare, tra le tante modalità, una marcia con cadenza settimanale che si ripete ogni venerdì da più di dieci anni.

map23

Queste proteste settimanali, che continuano ad attirare nuovi partecipanti, sono la punta dell’iceberg di questo movimento nonviolento sempre più vivo e degno di attenzione, che trae ispirazione da grandi personaggi come Gandhi, Martin Luther King Jr. e Nelson Mandela, ma anche dall’esperienza diretta della Palestina nella lotta nonviolenta all’inizio degli anni ’30 e, in seguito, nei primi e nonviolenti aspetti della seconda intifada. Agli attivisti locali si sono progressivamente uniti numerosi alleati da tutto il mondo: israeliani, palestinesi residenti all’estero, comunità dal nord e dal sud del mondo. Forti le parole di un visitatore, il premio Nobel sudafricano Desmond Tutu, durante la sua visita al villaggio di Bil’in: “Proprio come un uomo semplice qual era Gandhi ha guidato con successo il movimento nonviolento in India, e persone semplici come Rosa Parks e Martin Luther King hanno condotto la lotta per i diritti civili negli Stati Uniti, persone altrettanto semplici stanno portando avanti qui a Bil’in una lotta nonviolenta che li porterà alla libertà.”

Personaggi di calibro internazionale che hanno partecipato alle proteste settimanali a Bil’in

  • i premi Nobel Mairead Maguire, irlandese, e Desmond Tutu, sudafricano;
  • Luisa Morgantini, ex Vice Presidente del Parlamento Europeo;
  • Jimmy Carter, ex Presidente degli Stati Uniti;
  • Mary Robinson, ex Presidente dell’Irlanda;
  • Gro Harlem Brundtland, ex Primo Ministro della Norvegia;
  • Fernando Henrique Cardoso, ex Presidente del Brasile;
  • Ela Bhatt, avvocato indiana che lotta per i diritti dei poveri e delle donne.

Alcuni di loro, tra cui Luisa Morgantini e Mairead Maguire, hanno riportato ferite durante la protesta.

Burnat spiega che la spinta alla resistenza dei palestinesi è radicata nella loro realtà quotidiana – la vita e l’ambiente circostante, sotto l’occupazione, insegnano loro a resistere. “Ho imparato molto da Gandhi, Martin Luther King e Nelson Mandela, ma più ancora me l’ha insegnato la vita. Quando lotti e vivi sotto occupazione, quando soffri ogni giorno, impari a resistere. È una cosa che viene dalla vita. La lotta nonviolenta viene dalla vita. Noi siamo persone semplici, e la resistenza nonviolenta è parte delle nostre vite.”

Creatività contro repressione, e con successo

Iyadi parla poi del processo di elaborazione di quelle tattiche creative e sempre diverse che sono il tratto distintivo del movimento di resistenza del villaggio. I membri del Bil’in Popular Committee e il gruppo Stop the Wall Coalition si incontrano con cadenza settimanale per discutere e analizzare le ultime notizie, i temi chiave del momento e la situazione politica interna ed esterna, e propongono nuove idee e azioni mirate a conseguire obiettivi a breve termine e realizzabili, in linea con strategie di più ampio respiro. Queste idee e azioni sono poi messe in atto da alcuni membri del movimento dopo un’attenta scelta strategica del luogo e delle tempistiche. A ogni nuova lezione appresa, i metodi e le tattiche vengono migliorati e perfezionati. Questo processo è molto simile a quello attuato dai palestinesi di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della striscia di Gaza durante la Prima Intifada (1987-93), che fu caratterizzata da un grande uso di azioni nonviolente, supportate da comitati locali di tutta la Palestina.

Il processo decisionale nel Bil’in Popular Committee

Bil’in si è fatta conoscere per le sue marce settimanali e per la creatività delle idee e la varietà delle tattiche nella resistenza nonviolenta. Ricordiamo gli attivisti che si sono legati agli ulivi che dovevano essere sradicati dalle ruspe per spianare il tracciato del muro; quelli che si sono chiusi in gabbie che necessitavano di una gru per essere rimosse; o quelli che si sono incatenati a pilastri d’acciaio piantati a terra. Trasportano case rimorchio e vi si barricano dentro per reclamare la propria terra rubata, imitando la stessa tattica usata dai coloni illegali israeliani. Gli agricoltori di Bil’in cercano anche di conquistare i soldati, offrendo loro dei fiori e scherzando con loro nel tentativo di stabilire una connessione umana, nonostante i soldati continuino ad arrestare, picchiare e a volte uccidere molti dei loro compagni.

Adam Horowitz, vicedirettore di Mondoweiss, è testimone oculare di un raid notturno

“Il 7 luglio alle 3:30 del mattino i soldati israeliani, interrompendo la quiete di Bil’in, hanno fatto irruzione in diverse case. Sono arrivati con una lista di dieci persone da arrestare. Quando gli attivisti palestinesi, israeliani e internazionali sono arrivati sul posto, le forze d’occupazione israeliane stavano maltrattando e intimidendo queste persone… Alla prima reazione degli attivisti e dei membri della comunità, i soldati li hanno caricati a colpi di manganello e granate. Intanto alcuni attivisti cercavano, con una barricata improvvisata, di impedire che le jeep se ne andassero. Le forze di occupazione hanno risposto con un fitto lancio di granate e si sono poi fatte strada attraverso la barricata, raggiungendo altre case lungo la strada. Là hanno arrestato un ragazzo e consegnato nove ingiunzioni di comparsa a famiglie di giovani che non erano presenti. Tutto questo senza alcuna spiegazione né avvertimento. Le jeep hanno poi sfondato una seconda serie di barricate e sono scomparse nella notte.”

blue

Un altro metodo di resistenza nonviolenta che la gente di Bil’in ha messo a punto è una precisa risposta a una forma di repressione che i soldati israeliani hanno cominciato a usare estensivamente nel 2009 e nel 2010 – i raid notturni nelle case dei residenti. Queste incursioni vogliono mettere paura alle famiglie, e hanno lo specifico obiettivo di individuare e arrestare bambini, al fine di far desistere le famiglie dal continuare la resistenza. Per contrastare questa strategia, Iyad e il Popular Committee hanno avuto l’idea di intensificare le loro dimostrazioni e farle di sera, prendendo così per sfinimento i soldati che di giorno devono sorvegliare il muro e di notte contenere le proteste. Questa tattica ha portato a un’importante, seppur piccola, vittoria per Bil’in – i raid notturni non sono cessati del tutto ma sono diminuiti significativamente, passando da una frequenza giornaliera a uno o due a settimana. Così le famiglie hanno guadagnato un po’ di sollievo e non devono sopportare questi traumi ogni notte.

Per preparare i propri bambini a una vita di lotte sotto occupazione, e per contrastare più efficacemente la violenza, gli abitanti di Bil’in spiegano loro il contesto del conflitto in cui si trovano e come resistere in maniera nonviolenta. Li educano quindi ad azioni e attitudini nonviolente, e li abituano a non considerare la vendetta come un’alternativa valida. I genitori cercano inoltre di gestire sentimenti incontrollabili di rabbia e frustrazione incanalandoli in gesti simbolici come gettare pietre o palloncini pieni d’acqua. (Nella letteratura sulla resistenza civile il lancio di pietre non è considerato una tattica nonviolenta. Molti palestinesi, tuttavia, obiettano che si tratta di un atto simbolico non inteso a ferire uomini israeliani, dal momento che essi dispongono di veicoli blindati e in generale di una potenza militare di gran lunga superiore. Per loro lanciare pietre significa mostrare capacità di azione e determinatezza nel resistere).

I bambini sono anche incoraggiati e messi nella condizione di organizzare le proprie marce. Una di queste è catturata in Five Broken Cameras, dove si vedono i bambini marciare da soli mostrando ai soldati israeliani cartelli che dicono “Lasciateci dormire” o “Vogliamo dormire”, in riferimento ai raid notturni. Nel film si vede anche un dialogo toccante tra un padre e suo figlio, che non capisce perché i suoi genitori non rispondano alla violenza con la violenza o non proteggano se stessi e gli altri con la forza contro i soldati e i coloni israeliani.

/nas/wp/www/cluster 41326/cssr/wp content/uploads/2015/09/children

Obiettivi interni: ostruzione, copertura mediatica e coinvolgimento di attori internazionali

Gli obiettivi interni della resistenza nonviolenta erano: far impennare il costo di costruzione del muro; delegittimare il muro e suoi sostenitori; ritardarne la costruzione, così da far guadagnare tempo alle azioni legali e alle strategie mediatiche. Questi obiettivi sono stati raggiunti. Il costo della costruzione è cresciuto vertiginosamente; molte voci dal mondo ora mettono in dubbio la legittimità del muro di separazione; e la sua realizzazione è stata ritardata di anni. Mentre la costruzione veniva ostacolata, la causa di Bil’in ha raccolto sostenitori in Israele e nella comunità internazionale, guadagnandosi il favore del “tribunale della pubblica opinione”. Contemporaneamente gli attivisti palestinesi hanno collaborato con avvocati israeliani alleati per discutere la loro causa legale contro la costruzione del muro nei tribunali civili israeliani (che godono di una relativa indipendenza rispetto ai tribunali militari israeliani attivi nei territori occupati). La loro tesi sosteneva che fosse illegale costruire un muro all’interno del confine riconosciuto a livello internazionale tra Israele e i territori occupati, e citava sentenze internazionali tra cui il cruciale Parere Consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 9 luglio 2004, che sosteneva la posizione dei palestinesi.

Il 4 settembre 2007 Bil’in ottenne una grande vittoria, quando la Corte Suprema israeliana impose al governo di modificare il tracciato del muro dei pressi di Bil’in. Il Procuratore Capo Dorit Beinish scrisse nelle motivazioni della sentenza: “Non eravamo convinti che fosse necessario, per ragioni strategiche o di sicurezza, mantenere il tracciato del muro all’interno del territorio di Bil’in.” Il ministro della Difesa israeliano disse che avrebbe rispettato la sentenza, ma di fatto non hanno cominciato a smantellare una parte del muro per ricollocarlo altrove fino al 2011, dopo quattro anni di instancabili azioni nonviolente e pressioni affinché l’ordine venisse fatto rispettare. Questa sentenza ha obbligato lo stato israeliano a restituire circa 50 ettari di terra ai contadini di Bil’in.

Anche dopo la vittoria nella disputa legale, la causa di Bil’in ha continuato ad attirare sostenitori e attenzione da parte dei media. La scelta di azioni creative, l’uso di immagini forti e accattivanti, l’abilità nel trasmettere il loro messaggio, l’educazione di giornalisti in tutto il mondo e i tour internazionali dei leader della comunità, per non dimenticare il film Five Broken Cameras, hanno da un lato incrementato in maniera significativa il numero di apparizioni mediatiche e la consapevolezza del pubblico riguardo all’esistenza di movimenti nonviolenti in Palestina, dall’altro allargato le fila degli alleati attivi.

Un’altro punto chiave della strategia della Stop the Wall Coalition è il coinvolgimento di partecipanti esterni e internazionali, israeliani inclusi. Iyad racconta che all’inizio gli abitanti erano perplessi riguardo alla presenza di esterni, ma col tempo la presenza di alleati internazionali nelle proteste di Bil’in, che prevedevano anche l’accompagnamento sicuro alle case, ha avuto come conseguenze una riduzione delle azioni potenzialmente mortali contro i manifestanti da parte dell’esercito israeliano, meno devastazioni durante i raid notturni, una documentazione indipendente ed esterna delle violenze e di altre forme di repressione contro i manifestanti, e una maggiore visibilità a livello internazionale per le lotte di Bil’in e di altri villaggi. Di ritorno, questa porta a Bil’in una solidarietà internazionale sempre più ampia e una maggiore conoscenza della realtà dell’occupazione israeliana in Palestina.

L’importanza di essere uniti, a livello locale e con i palestinesi all’estero

Iyad comprende l’importanza di restare uniti e parla spesso di ampliare il movimento, dell’importanza di avere obiettivi e valori condivisi e di restare in contatto con altri palestinesi. Conosce bene la strategia del divide et impera messa in atto dagli israeliani per dividere i palestinesi residenti in Terra Santa – all’interno dei confini del 1948, nella striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est – gli uni dagli altri, con checkpoint, posti di blocco e processi amministrativi. Iyad confessa tristemente: “Non sono mai stato laggiù, non posso entrare. Non sono mai stato a Gerusalemme, e vivo solo a 25 km…nè al mare, né a Gaza…”

La sua storia è comune a molti palestinesi della sua generazione. Le azioni e le leggi israeliane hanno cercato di esacerbare le divisioni etniche, religiose, geografiche e politiche tra i palestinesi. Beduini, cristiani, drusi, ebrei, musulmani della Palestina storica; sostenitori di diverse fazioni politiche; abitanti delle città, dei villaggi, rifugiati; palestinesi residenti all’interno dei confini del 1948, residenti nei territori occupati, in Gerusalemme Est, a Gaza, palestinesi dispersi nella diaspora – a ognuno di questi gruppi è stato imposto un diverso status, e di volta in volta benefici o sanzioni. I cristiani palestinesi residenti in Israele hanno recentemente rifiutato un programma, proposto da un membro dello Knesset (parlamento) israeliano, per concedere loro privilegi speciali, così da metterli contro i loro compatrioti musulmani. Yariv Levin, leader della coalizione al governo nello Knesset, ha motivato così la discutibile proposta: “Il mio governo garantirà una rappresentanza e un trattamento diverso alla gente cristiana, diversi da quelli riservati ai musulmani.”

Iyad ricorda anche la divisione tra i rifugiati palestinesi che vivono fuori dalla Palestina storica in campi profughi o esiliati in vari Paesi arabi come la Giordania, il Libano e la Siria, e i palestinesi dispersi nella diaspora e riuniti in comunità in varie parti del mondo. Afferma: “I palestinesi di tutto il mondo devono marciare a fianco dei palestinesi che sono qui, dobbiamo restare insieme e uniti nella stessa lotta. Per esempio, i palestinesi in Giordania, Libano e Siria sono oppressi da regimi e devono ribellarsi e dire no. Io esigo la mia libertà, esigo il mio diritto di tornare nella mia terra natia. Bisogna essere disposti a perdere qualcosa. La libertà non arriva su un piatto d’oro (proverbio arabo). Questo è un diritto per tutti, diritti umani per vivere in libertà, giustizia e uguaglianza.” Per rispondere alle tattiche repressive, Iyad è convinto che i palestinesi debbano restare uniti per resistere.

Verso una terza intifada con il sostegno globale

Nel discutere i piani futuri e la strategia globale, Iyad sottolinea l’idea del movimento e sua personale: l’inizio di una terza intifada in Cisgiordania e nei territori occupati. “Vogliamo una intifada come la prima. Una terza intifada in Palestina riunirebbe qui tutti i palestinesi. Ci sono tanti problemi all’interno della comunità palestinese, tra la Cisgiordania e Gaza e tra partiti politici, Fatah/Hamas e altri. Dobbiamo lanciare la terza intifada, così saremo tutti insieme contro l’occupazione, non ognuno per sé.” I palestinesi ora si sentono più divisi che mai, e capiscono che senza unità perdono la superiorità numerica necessaria per affrontare il governo israeliano. La ragione fondamentale per cui Iyad sostiene la terza intifada è il bisogno di unificazione.

Burnat aggiunge: “Vorrei costruire un movimento globale per mettere fine all’occupazione. Vorrei che tutto il mondo cominciasse a fare pressioni sul governo israeliano affinché rispetti la legge e ponga fine all’occupazione.” Elenca poi le modalità principali con cui gli alleati internazionali possono fornire un supporto nonviolento alla Palestina. La prima è la campagna Boycott, Divestment and Sanctions (BDS), avviata nel luglio 2005 sull’esempio dell’omonima campagna sudafricana e forte a oggi di più di cento ONG palestinesi, che ha come scopo l’attuazione di pressioni politiche ed economiche su Israele fino a che questo non risolverà di attenersi alle leggi internazionali e ai principi universali dei diritti umani. La seconda modalità invocata da Iyad è il coinvolgimento delle associazioni universitarie Students for Justice in Palestine presenti negli Stati Uniti, in Canada e in Nuova Zelanda – attualmente ne esistono più di cento solo negli Stati Uniti. Infine, parla di ricevere supporto da o unirsi a gruppi che offrono protezione ai civili disarmati e accompagnamento sicuro ai palestinesi nei territori occupati.

In molte delle sue azioni, Bil’in si affida anche ad associazioni solidali di attivisti nonviolenti, come le israeliane Gush Shalom e Anarchists Against the Wall e l’International Solidarity Movement (ISM), per avere qualcuno che possa offrire un minimo di protezione e allo stesso tempo documentare gli eventi. Dal 2005 la comunità di Bil’in ha perso due dei suoi attivisti più impegnati: Bassem Abu Rahmah, morto il 17 aprile 2009, a 29 anni, per un candelotto di gas lacrimogeno che lo ha colpito al petto – incidente documentato in Five Broken Cameras – e sua sorella Jawaher Abu Rahmah, morta il 31 dicembre 2010, a 36 anni, in seguito a un attacco con gas lacrimogeni.

Dobbiamo avere speranza e resistere

Il movimento Stop the Wall Coalition dimostra che fermezza (sumud in arabo) e disciplina nonviolenta sono ingredienti essenziali per il successo. I membri delle comunità e dei villaggi hanno imparato che devono continuare a battersi, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, nonostante tutta la violenza che subiscono. La libertà non arriva su un piatto d’oro. “Devi essere pronto a sacrificarti per la libertà, e soprattutto devi credere nella tua causa e in quello per cui lotti. Se ci credi andrai avanti, se andrai avanti vincerai.”

Bastano poche ore in compagnia di Iyad per capire da dove trae la sua speranza e la sua fermezza: i suoi figli, e specialmente il più giovane, Mohyialdeen, di 15 mesi, che ha gli stessi occhi scuri e penetranti del padre. Egli racconta: “Abbiamo speranze di cambiare la situazione. Speranze di un futuro migliore per i nostri bambini. Non voglio che i miei figli vivano una vita come la mia. Per i miei bambini, e per tutti i bambini, io cerco un futuro senza occupazione e senza violenza. Dobbiamo avere speranza e resistere.”

 

14 luglio 2015

Traduzione di Fabio Poletto per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale: Nonviolent resistance in Palestine: steadfastness, creativity and hope https://www.opendemocracy.net/civilresistance/katherine-hughesfraitekh/nonviolent-resistance-in-palestine-steadfastness-creativity-and-hope

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *