14. Antifascismo etico – Pietro Polito

L’espressione “il nostro antifascismo etico” è di Piero Gobetti ed è da intendersi come il peculiare antifascismo di una piccola e combattiva comunità politica riunitasi attorno alla “Rivoluzione Liberale”, di cui il “favoloso giovinetto” è stato il capo e l’interprete riconosciuto. Come ha osservato Norberto Bobbio l’opera di Gobetti non si è esaurita nel suo tempo, anzi rappresenta “un momento caratteristico, che travalica lo stesso autore e diventa, se non proprio un movimento, una tendenza o un’idea direttiva in diversi tempi e in diversi personaggi ricorrente, della nostra storia etico-politica”.

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Il numero immediatamente successivo alla marcia su Roma (28 ottobre 1922) della “Rivoluzione Liberale”, che aveva iniziato le pubblicazioni nel febbraio di quell’anno, si apre con un articolo del direttore, intitolato significativamente Al nostro posto. Il fascicolo reca la data: 2 novembre 1922. La posizione dei rivoluzionari liberali non si presta a equivoci: “Resteremo al nostro posto di critici sereni, con un’esperienza di più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche sia che dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano”.

Il fascismo viene definito una “parentesi studentesca” che “avrà i suoi frutti”, in primo luogo “la selezione meravigliosa a cui abbiamo assistito nel mondo intellettuale”. Intorno alla “Rivoluzione Liberale” si sono stretti istintivamente i migliori: “Si è sentito in uno di quei momenti psicologici che decidono delle validità più istintive e riposte degli spiriti che la Rivoluzione Liberale non è solo una rivista d’idee ma la vera continuità di una tradizione, la nuova classe dirigente, simbolo di un governo e di uno stato”.

Per istinto la classe intellettuale si è scissa in due: da un lato Luigi Einaudi e Giovanni Amendola, dall’altro Gentile e i gentiliani. Per Gobetti Gentile appartiene all’altra Italia, non all’Italia civile. Infatti il filosofo dell’attualismo “all’ora della distinzione tra serietà e retorica ha voluto essere fedele a se stesso”. Diversamente Einaudi “rifiuta di partecipare al ministero fascista”, mentre Amendola “resta fedele alla sua coerenza e rinuncia serenamente, smascherando l’immaturità inebriata che gli contrastava”.

La Rivoluzione Liberale” con il suo parlare aperto diventa “un simbolo” nella lotta contro la tirannide. Ripercorriamo i capisaldi del giudizio gobettiano sul fascismo (9 novembre 1922):

1. Mussolini non è un capo perché “non ha alcuna preparazione politica”, ripete vecchi errori, manca di “idee precise e sicure”;

2. “la «rivoluzione» fascista non è una rivoluzione, ma il colpo di Stato compiuto da un’oligarchia mediante l’umiliazione di ogni serietà e coscienza politica – con allegria studentesca”;

3. la “politica estera di prepotenze” del fascismo “ci esporrà all’isolamento più dannoso”;

4. Mussolini restringerà la legge sulla libertà di stampa mentre invece occorrerebbe garantire le condizioni della lotta politica e delle libertà più elementari, riformando la legge nel senso di allargare la libertà;

5. Mussolini si regge sulle squadre fasciste;

6. “facendo le elezioni coi mazzieri, ripiombandoci di dieci anni addietro”, Mussolini renderà inutile il suffragio universale che è “lo strumento, imperfetto ma unico, per la formazione politica e morale delle masse (a lunga scadenza)”.

A lunga scadenza. Alla “nuovissima tirannide” i gobettiani oppongono il “nostro lavoro”, che consiste nell’“opera educativa”: “Abbiamo sempre saputo di lavorare a lunga scadenza, quasi soli, in mezzo a un popolo di sbandati che non è ancora una nazione, oggi dobbiamo continuare il nostro lavoro senza più pensare a scadenze, senza speranza. Non ci hanno esiliato. Ma restiamo esuli in patria. […] Per noi il problema è tutto qui: di riuscire ad essere i nuovi illuministi di un nuovo ’89”.

C’è una pagina di Gobetti contro la politica come mera tattica che andrebbe rimeditata alla luce del nostro tempo: “La nostra è un’antitesi di stile. […] Le nostre sono antitesi integrali: restiamo storici al di sopra della cronaca, anche senza essere profeti, in quanto lavoriamo per un’altra rivoluzione” (Questioni di tattica, in “La Rivoluzione Liberale”, n. 33, 23 novembre 1922).

L’articolo giustamente più celebre sul fascismo di Gobetti è Elogio della ghigliottina, 23 novembre 1922, dove egli introduce l’interpretazione del fascismo come autobiografia della nazione. Secondo lui, occorre distinguere tra Mussolini e il fascismo. Nel primo non vede “nulla di nuovo”: Mussolini gli appare come un nuovo Giolitti (in seguito correggerà almeno in parte questa valutazione, maturando sul secondo un giudizio di carattere più storico). Quanto alla “palingenesi fascista”, “ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio”. Che cosa è il fascismo? “Il fascismo in Italia – risponde Gobetti – è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Si può ragionare del Ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco”.

Gobetti riassume il suo pensiero in una visione che chiama “un insolente realismo politico obbiettivo”. Il suo non è il realismo che viene a patti con la realtà ma è il realismo che fa i conti con la realtà: Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo per un certo senso i disperati sacerdoti”. La lotta al fascismo prima ancora che politica è di natura morale, ha un valore religioso, è un problema di stile, è una “questione di istinto”.

Questo antifascismo esistenziale, più etico che politico, quasi prepolitico, travalica il tempo di Gobetti, sopravvive sotterraneamente durante la dittatura per poi risorgere in piccole minoranze durante la Resistenza.

Un chiaro esempio di antifascismo etico si può scorgere in Giorgio Agosti, commissario politico delle formazioni di Giustizia e Libertà del Piemonte, e in Dante Livio Bianco, comandante della I Divisione GL. In una lettera del 4 aprile 1944 di Agosti all’amico si legge: “Questa lotta, proprio per questa sua nudità, per questo suo assoluto disinteresse, mi piace. Se ne usciremo vivi, ne usciremo migliori; se ci resteremo, sentiremo di aver lavato troppi anni di compromesso e di ignavia, di aver vissuto almeno qualche mese secondo un preciso imperativo morale” (Un’amicizia partigiana. Lettere 1943-1945, Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 21 ss).

Tra i rappresentanti dell’antifascismo etico figurano Ada Prospero, la giovane moglie di Gobetti, e il figlio Paolo. Ad Ada si deve un profilo del Gobetti pubblico, scritto su richiesta del Partito d’Azione, il partito nelle cui fila ella ha partecipato alla Resistenza, pubblicato nell’aprile 1944, non firmato, nel n.7 della serie clandestina dei “Quaderni dell’Italia Libera”. L’accento è posto sull’antifascismo gobettiano che mi sembra ben riassunto in questa breve frase: “la «Rivoluzione Liberale” e la casa editrice erano le sue armi”.

La principale caratteristica dell’antifascismo etico – da Gobetti a Carlo Rosselli, da Leone Ginzburg a Ernesto Rossi – sta nella volontà comune di non assume il successo come l’unico metro di misura: la politica non può essere ridotta tutta a mezzi senza porsi il problema dei fini, perché la ragione non si identifica con la vittoria e il successo non coincide con il valore.

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