I cristiani di fronte alla guerra – Recensione di Marco Scarnera

/nas/wp/www/cluster 41326/cssr/wp content/uploads/2015/09/cop Lisa Cremaschi a cura di I cristiani di fronte alla guerra

Lisa Cremaschi (a cura di), I cristiani di fronte alla guerra. Pace e nonviolenza nella tradizione cristiana dalle origini a oggi, Introduzione di Jim Forest, Qiqajon, Bose (Vc) 2015, pp. 248, € 25,00 

Il mondo gronda di sangue fraterno:
l’omicidio è crimine quando sono i singoli a commetterlo,
ma diventa virtù
quando è compiuto in nome dello stato
(Cipriano di Cartagine)

È di recente pubblicazione il pregevole florilegio curato con acuta sensibilità dalla monaca di Bose Lisa Cremaschi e introdotto dal biografo di Thomas Merton, l’attuale segretario della Orthodox Peace Fellowship che collaborò con Dorothy Day alla rivista “Catholic Worker”.

Nel lucido excursus storico che procede dal mito biblico di Caino e Abele di Genesi 4, ovvero dal primo omicidio-fratricidio presentato come chiave interpretativa per ogni guerra, Jim Forest dichiara precisamente l’intento della scelta dei brani tratti da autori di tutte le confessioni: “contribuire a ravvivare la memoria dei cristiani. Molti, leggendo i testi più antichi in tale raccolta, potrebbero rimanere scandalizzati al vedere quanto abbiamo dimenticato o seppellito in noticine a piè di pagina, e mi riferisco anche a certi punti fondamentali dell’insegnamento dei concili e di venerabili pastori che erano normativi nella chiesa primitiva” (p. 7).

Così, nel vasto perimetro delineato dall’indice che spazia dalla Didaché del i secolo al messaggio della domenica di Pasqua 2015 di papa Francesco, il saggio di apertura si rivela un’utile mappa per orientarsi attraverso le oltre centocinquanta citazioni ordinate cronologicamente in ciascuna delle due sezioni: i. La nonviolenza cristiana e ii. Il perdono. Ne è derivata un’intensa progressione verso la consapevolezza sempre più ricca e matura che la pace sgorga dalla fiducia di essere amati incondizionatamente e culmina nell’amore rivolto perfino al nemico che ci ha offeso, ossia nel perdono. In effetti, si tratta del cuore dell’esperienza evangelica che assimila la vita dei discepoli alla vita di Gesù in un rapporto di reciprocità gratuita e fraterna.

Senza pretese di completezza, seguono alcune tesi di rilievo, sintetizzabili dalle diverse testimonianze (per non appesantire la lettura vengono omessi gli innumerevoli riferimenti alle fonti):

il cristiano non si oppone al male, ma si attiene alla pace in quanto necessità esistenziale, trasformando le armi in strumenti benefici secondo la profezia di Isaia (2, 4); piuttosto di uccidere è disposto a morire come martire di Gesù crocifisso e risorto;

il cristiano non obbedisce ai comandi ingiusti, neppure se sanciti dalle leggi, e resiste alla guerra in quanto necessità politica; quindi né il legame con la patria né l’ordine costituito per mezzo della violenza e ancora meno il nazionalismo possono prevalere sulla fedeltà al vangelo;

rinunciare alla violenza è conforme all’essenza comune a tutti gli esseri umani; analogamente l’amore crede nel prossimo, ricorre al dialogo, esclude la logica del predominio, riconosce il valore dell’avversario e ne rispetta le differenze che lo identificano, riconosce i propri errori, ricerca la verità più che l’avere ragione, riunisce, riconcilia, non divide;

senza averla accolta in sé stessi è impossibile procurare la pace agli altri; perciò bisogna muovere dalla conversione interiore, raggiungere il distacco dalle passioni (specialmente i vizi dell’idolatria e dell’avidità) e acquisire l’umiltà, la pazienza, la mansuetudine, l’immunità dal rancore provato per i torti subiti;

la pace autentica è inconcepibile a prescindere dalla giustizia, dalla compassione, dalla solidarietà, dalla condivisione dei beni, dall’assistenza ai poveri, dall’emancipazione degli oppressi, dall’ospitalità per lo straniero, dalla parità fra donne e uomini, dalla tutela dell’ambiente naturale.

In tale contesto risulta evidente come nessuna giustificazione valga a favore dell’attività bellica che resta un male gravissimo, mai santificabile, seppure inevitabile nei rari casi definiti da alternative ancora peggiori (v. pp. 17-18). Pertanto il confronto con la guerra, espresso dal titolo, non fa che esaltarne la polarità con la pace, suggerita dal sottotitolo; tuttavia va assodato che il contrasto si radica nella libertà individuale, sebbene coinvolga le collettività al massimo livello politico, che in prospettiva teologica si potrebbe chiamare “cosmico”, dando luogo a una lotta per certi versi apocalittica tra la distruttività dell’odio e la fecondità dell’amore. Infatti l’interazione tra forze degenerative ed energie creative plasma la storia del mondo, perché esige l’impegno totalizzante, continuo e rischioso della propria vita, che sul piano del discernimento operativo di sicuro implica, ma di gran lunga supera il semplice dilemma etico di assenso o rifiuto (ad esempio ai comandi “uccidi” e “non uccidere”).

In questo senso è innanzitutto sul terreno della coscienza personale che si dimostra legittimo risalire alle origini della chiesa per aver onorato e praticato la virtù dell’innocentia, che nell’antologia viene tradotto in modo pregnante nonviolenza (v. a p. 50 il passo vi, 18, 12-14 da Le divine istituzioni di Lattanzio), benché il vocabolo sia stato coniato in un’epoca alquanto vicina alla nostra in corrispondenza all’ahimsa induista. D’altronde Gandhi, che ne fu maestro, non nascose l’ammirazione per Gesù, probabilmente dovuta alla sua formazione intellettuale e spirituale che gli permise di misurarsi in profondità con la cultura europea. Ciò non attesta solo la portata universale del pensiero cristiano genuino, ma rafforza anche la convinzione che dove le religioni si incontrano e dialogano, sono in grado di accompagnarci verso un futuro di concordia.

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