La Nakba: una storia che continua – Amira Hass

Alcune riflessioni problematiche prima di un convegno sulla Shoah e sulla Nakba di lunedì [7settembre] all’Istituto Van Leer di Gerusalemme.

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Quando cerco di indovinare cosa prova un palestinese quando lascia la sua “riserva” e vede la bandiera israeliana sventolare su ogni collina e sui pali dell’elettricità lungo le strade della Cisgiordania, io al posto della Stella di Davide ci metto la svastica. E quando provo a capire l’odio che i palestinesi sentono nei confronti di Israele a causa dell’ingiustizia a loro inflitta, io sostituisco “Israele” con “Germania”. Sono queste le forme di odio e disgusto che conosco.

Ma calmatevi. Non sto tentando di paragonare la Nakba alla Shoah. Prima cosa fondamentale: vi è una differenza tra l’espulsione di massa di un popolo con lo scopo di conquistare politicamente, demograficamente ed economicamente un territorio e il genocidio come un obiettivo tra una serie di altri, tra cui il dominio del mondo. Un popolo che vive in esilio e sotto occupazione non è lo stesso di un popolo il cui luogo di sepoltura rimane sconosciuto.

Secondo, il fattore tempo. È diversa la sofferenza che ha un limite temporale da quella che è continuata per quasi 70 anni senza che vi sia un segnale che indichi che la sua fine è vicina. L’Olocausto è durato meno di sei anni. Il regime di terrore nazista è esistito per 12 anni. Il mondo ha unito le sue forze per fermarlo e il sistema – l’industria del nazismo tedesco dello sterminio- è stato bloccato.

La sofferenza dei sopravissuti non è stata cancellata; noi, i loro figli, abbiamo ereditato un senso di vuoto e di pena. Per il mondo ebraico che è stato cancellato ed è estinto non vi può essere resurrezione o riabilitazione. Ma una parte degli ebrei che sono sopravissuti ha avuto successo nel far germogliare rami floridi, per esempio un esercito che ha uno Stato e l’AIPAC [la potente lobby americana filo sionista ndt] che speculano sulla sofferenza e lo sterminio degli ebrei, per avere la possibilità di agire contro i palestinesi.

Dopo quasi 70 anni dalla sua costituzione, il regime sionista israeliano non dà tregua al popolo palestinese. Continua a distruggere, frammentare, reprimere, umiliare, diseredare, ammazzare, impoverire, espellere o rendere la vita insopportabile. La Nakba, al contrario della Shoah, continua. Con la collaborazione dell’Alta Corte di Giustizia [israeliana] e nonostante gli sforzi degli attivisti israeliani contrari all’occupazione e delle organizzazioni a sostegno dei diritti umani.

Si possono mettere a confronto i regimi, la loro natura e i loro obiettivi e poi scoprire delle differenze enormi. L’obiettivo e la pratica del regime sionista israeliano – malgrado “episodi” di massacri – non è l’estinzione del popolo palestinese. ( Se il regime nazista fosse durato “anche solo” 30 anni, e non 70, nel suo dominio in espansione, quanti ebrei sarebbero stai lasciati vivi?)

Ma nessuno ha il diritto di mettere a confronto le sofferenze di un popolo e degli esseri umani, o di quantificarle, classificarle, calcolarle. Com’è possibile calcolare 70 anni di espulsioni e di occupazione senza un fine,o di quantificare la paura di un peggioramento indeterminato sotto il dominio di un popolo ebraico israeliano che continua a spostarsi a destra – per stabilire che questo non è così orribile come l’Olocausto? E’ impossibile tanto quanto classificare le sofferenze degli africani durante secoli di schiavitù e definire che erano “meno orribili”della sofferenza degli ebrei sotto i nazisti.

Non quantifichiamo. Non definiamo quanto vale la sofferenza.

La svastica ancora oggi provoca disgusto, ma la sua concretezza riguarda la memoria del passato, non una qualunque minaccia attuale contro di noi . Al confronto la stella di Davide è certamente un simbolo di contemporaneità e di realtà della violenza israeliana contro i palestinesi, il simbolo del senso della superiorità israeliana e della sua presenza sul terreno. Oggi, ora, domani.

L’odio nei confronti della Germania è fondato su vicende del suo passato e sull’ideologia imperante in quel periodo, che hanno velocemente prodotto, in un periodo breve e concentrato, enormi cambiamenti tellurici. La Germania di ieri è “archiviata”, e oggi esiste in quanto tale come l’eco che continua a sentirsi per un lungo tempo dopo che le rocce sono rotolate giù per il precipizio, o dopo che il suono di un urlo è finito. E ugualmente vi è anche un eco riguardo all’odio. Ma Israele in qualità di Paese dominante straniero e oppressore dei palestinesi non è un eco e non è un capitolo del passato. Per loro siamo il male presente che continua e che è impossibile non odiare.

Le nostre biografie individuali e collettive sono legate a questo triangolo perverso di ebrei, Germania, palestinesi. Prima del nazismo la stragrande maggioranza degli ebrei del mondo non aveva scelto il sionismo e la terra santa come una soluzione al problema dell’antisemitismo e al resto delle loro sofferenze. Si accontentavano di essere un popolo della diaspora.

Se non fosse stato per Hitler, c’è da dubitare che il sionismo avrebbe avuto sufficienti forze e risorse per cambiare completamente la situazione demografica e lo scenario, per espellere gli altri durante le guerre, per impadronirsi di territori.

Se i Paesi del mondo avessero accolto gli ebrei che avevano capito per tempo che dovevano scappare dall’Europa, essi non avrebbero avuto il bisogno di cercare un rifugio o un modello di Stato nazione in Palestina-Terra di Israele.

I palestinesi dicono e giustamente: “Perché dobbiamo pagare il prezzo [di colpe altrui]”? Non dovrebbero, proprio come le popolazioni native in America e in Australia non avrebbero dovuto pagare il prezzo per la cupidigia di un capitalismo europeo alla ricerca di spezie, mercati, spazi e territori aperti per le colonie penali.

È impossibile analizzare Israele esclusivamente come parte del colonialismo e dell’imperialismo ignorando il pesante fattore storico del Terzo Reich, anche se di breve durata, che si è impegnato a sterminare tutti gli ebrei, riuscendovi parzialmente. Periodi di tremende ingiustizie e di espulsioni in tutto il mondo hanno dato luogo a nuovi scenari. Persone in carne ed ossa che sono state espulse 70 anni orsono saranno in grado di tornare a casa loro. Ma troveranno lì un altro popolo.

Siamo bloccati qui in questa unica terra, due popoli, con una Shoah che c’ è stata e una Nakba che esiste tuttora, e che noi israeliani continuiamo a spingere verso il precipizio.

Haaretz 6 settembre 2015, traduzione di Carlo Tagliacozzo

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