13. 8 settembre 1943: la scelta – Pietro Polito

L’8 settembre 1943 è una data fatidica nella storia del nostro Paese”.

Allora il governo presieduto da Pietro Badoglio firmò l’armistizio con l’America e l’Inghilterra, l’Italia cambiò fronte, l’esercito si dissolse, lo Stato si sfasciò, la Patria si frantumò, in quegli stessi giorni cominciò la Resistenza.

In breve, uno sfascio e una rinascita.

Il tema di questo articolo è la rinascita.

È senz’altro opportuno, e importante, porre in rilievo i processi sociali e politici che a partire dall’8 settembre si innescano con la Resistenza.

Sul piano sociale occorre distinguere la diversa reazione al nuovo corso da parte dei ceti medi e degli operai: “Non tutti camminarono con lo stesso passo: qualcuno, come i ceti medi, appunto, dopo l’8 settembre, rallentò i propri ritmi sprofondando in una sorta di paralisi stupefatta, mentre altri li accelerarono come scossi dai brividi di una febbre di attivismo e di dinamismo”. Il secondo è il caso degli operai che diventano nel loro complesso uno degli attori della rinascita fin dal marzo 1943, conquistando un ruolo centrale nella lotta antifascista, riappropriandosi di una arma di lotta a loro propria, lo sciopero, che per vent’anni era stato bandito dal fascismo (Giovanni De Luna, La Resistenza perfetta, Feltrinelli, Milano 2015, pp. 36-37).

Sul piano politico, la rinascita consiste nell’avvio del “processo di impianto dei partiti”. Il primo radicamento sociale dei partiti avviene in condizioni storiche eccezionali, nel corso della “guerra totale”. Lo stretto nesso tra Resistenza e rinascita politica è testimoniato dalla costituzione delle bande di «colore», cioè formazioni partigiane diretta espressione di diverse opzioni politiche e partitiche: le Garibaldi, di ispirazione comunista; le GL fondate dal Partito d’Azione; le Matteotti socialiste; le Autonome, liberali o democristiane. I partiti riuniti nel CLN attraverso “una giacobina autoinvestitura dall’alto” trovano la loro legittimazione assumendo la direzione politico militare della Resistenza: “Nei tempi del «ferro e del fuoco», almeno al Nord l’unico riconoscimento reale poteva venire dalla forza delle armi” (G. De Luna, La Resistenza perfetta, cit., p. 38).

Ma la rottura più radicale si avverte sul terreno delle scelte individuali.

Per capire l’8 settembre occorre rivolgere lo sguardo alla rinascita personale compiuta da quella piccola grande minoranza che «scelse» piuttosto che alla maggioranza degli italiani che «non scelse».

Certo non per la larga maggioranza, ma per alcuni, non pochi, come ha scritto Guido Quazza, “la crisi dell’autoritarismo diventò assunzione di responsabilità da parte del singolo, si trasformò in nascita della partecipazione e dell’autonomia” (Resistenza e storia d’Italia, Feltrinelli, Milano 1976, p. 124).

Quali sono i tratti fondamentali e ricorrenti nella scelta di chi, come il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, “si sentì investito, in nome dell’autentico popolo d’Italia, a decidere militarmente e civilmente”?

Quando s’indaga nella sfera della coscienza, la letteratura sembra rivelarsi più penetrante della storia. Nella dimensione esistenziale della scelta si ritrovano consapevolezza politica e morale, unitamente alla sensazione di vivere una stagione assolutamente irripetibile, una resa dei conti, quasi «una scommessa sul mondo».

Giustamente nella letteratura sulla scelta vengono riprese sovente le parole che il partigiano Kim pronuncia nel romanzo di Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno: “basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si ritrova dall’altra parte”.

Basta un nulla.

Che cosa significa?

Ci si potrebbe domandare: come si faceva a sapere che cosa si doveva fare? C’era un modo di saperlo? Non penso che la risposta più adeguata sia che non c’era un modo, che non era possibile cercare delle indicazioni per capire se imboccare l’una o l’altra strada. Così come non credo che l’unico atteggiamento che si potesse assumere in quella circostanza tragica fosse quello del vada come vada, perché tutto è casuale.

In realtà la casualità non esiste, almeno non nella sua forma assoluta e a ben guardare il caos della vita nasconde un ordine di tipo diverso che ci può apparire chiaro o più chiaro a distanza di tempo.

D’altra parte lo stesso Calvino spiega che quel nulla che separava le due parti “era in grado di generare un abisso”: la Resistenza – dice lo scrittore – è stata “una rifondazione di sé che si attua a partire da uno stato primitivo, fuori dalla società”.

Concludo dando la parola di nuovo allo storico.

Tracciando un bilancio della Resistenza nell’articolo Rileggere oggi la Resistenza, Claudio Pavone ha scritto che all’indomani dell’8 settembre 1943, “si presentarono allora due, o meglio tre strade al popolo italiano”:

1. “continuare la guerra sub specie fascista accanto ai, e alle dipendenze, dei tedeschi”;

2. “sprofondare nello sgomento e rassegnarsi all’impotenza dedicandosi solo al salvataggio del proprio particolare (la zona grigia, come si suol dire)”;

3. “considerare la catastrofe come un’opportunità di una possibile ancorché dura ripresa, suscitatrice peraltro di nuova energia nazionale e di risorgente gioia di vivere” (Cinquant’anni di Repubblica italiana, a cura di Guido Neppi Modona, Einaudi, Torino 1995, p. 40).

Non si tratta di continuare a difendere una immagine retorica della Resistenza che non trova alcun riscontro nella realtà. Nella sua concretezza intessuta di idealità e di forti motivazioni, certo anche di casualità e di opportunismi, la scelta della Resistenza è imparagonabile con quella di chi di fatto accettò “che il vuoto venisse riempito dal più forte”.

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