Dall’Iraq alla Macedonia e poi chissà – Marta Belotti

Il viaggio di un profugo e della sua macchina fotografica

Sotto i tendoni allestiti dall’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, c’è un ragazzo con una maglietta colorata. Dopo qualche attimo fa cenno di avvicinarsi e sedersi all’ombra, vicino a lui. Fa caldo, ci sono quasi 40 gradi.
Chiede chi sono e perché sono lì e dopo qualche esitazione, inizia a raccontare la sua storia. Proviene da Mosul, una città irachena al confine con la Siria. S.A. ha 23 anni ed ha studiato per diventare un tecnico audio-video «mi piacciono molto i film e vorrei diventare un fotografo» confessa.
Ha lasciato la sua famiglia per raggiungere l’Europa con la speranza di trovare delle condizioni di vita migliori. «Non si può vivere nel mio paese, ogni giorno si rischia di essere uccisi».

Un contesto, quello iracheno, che non necessità di molte parole per esser descritto. I postumi della guerra uniti all’alto livello di corruzione del governo, alle brutalità della polizia e all’operato dei fondamentalisti islamici rendono questo paese uno fra i primi al mondo per numero di morti.
Così S.A. ha deciso di partire. Ha attraversato a piedi o con dei mezzi di fortuna tutta la Turchia e poi, via mare, ha raggiunto Mitilene, una città dell’isola di Lesbos. Da qui, su un gommone, è partito per la penisola di Salonicco ed è arrivato a piedi fino a Gevgelija, al confine con la Macedonia.
In Iraq ha iniziato a fare dei servizi fotografici «durante le ultime elezioni venni trattenuto per qualche giorno dalla polizia perchè avevo fotografato l’uccisione del fratello di un mio amico» racconta con in mano il suo Iphone. «Così ho pensato di fare alcune fotografie del mio viaggio» e scorrendo le dita sullo schermo mostra le prime immagini.
«Questo è il mio bagaglio prima di salire sul gommone per la Grecia. Un salvagente, un palloncino di sicurezza, una pila elettrica, il mio zaino. Avevo messo tutto al sicuro: soldi, passaporto, documenti, li avevo avvolti in una bustina di plastica. Il passaporto però l’ho perso in mare perché ad un certo punto il gommone ha iniziato ad imbarcare acqua e così ci siamo ritrovati in mezzo alla corrente» racconta.
«È stato molto difficile, pensavo di non farcela più. Ma a un certo punto abbiamo iniziato a vedere la terraferma e così a nuotare più velocemente. Dopo circa tre ore siamo arrivati sulla spiaggia» continua, mentre un suo compagno di viaggio si avvicina e inizia a scrivere delle cifre su un pezzo di carta.

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60, 1300$, 4000$”, le cifre della traversata. Erano in sessanta persone su un gommone di 4 metri, il passaggio da Lesbos alla Grecia è costato 1300$ e tutto il viaggio 4000$. Una fortuna se si pensa al costo della vita in quella zona del Medio Oriente.
E poi le immagini dello sbarco in terra ellenica, i ripari di fortuna, il sollievo per esser, anche se non ancora definitivamente, arrivati.
«Dopo aver riposato un po’ ci siamo messi di nuovo in cammino, abbiamo attraversato alture, percorso strade in mezzo alla campagna e tentato di chiedere qualche passaggio su vie più trafficate. Poi siamo arrivati qui, a Gevgelija».
«Un nostro amico è rimasto bloccato al di là del confine» continua S.A. «decidono loro chi far passare e chi no».

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Nel frattempo un altro ragazzo si avvicina, mostra la gamba. Ci sono parecchie ecchimosi. Spiega che appena si è accordo che l’amico rimaneva dietro di lui, dall’altra parte della linea di confine, ha cercato di recuperarlo. «Non appena mi sono girato e ho cercato di raggiungerlo, la polizia mi ha accerchiato tirandomi calci e colpi con i manganelli. Non sono riuscito a fare altro» dice con amarezza contraendo il viso.

Per questo motivo non se ne vogliono andare dal campo. Finché non vedranno arrivare l’amico, staranno lì ad aspettarlo. Ogni tanto l’esercito passa, intima loro di alzarsi e andare a prendere i pullman. Ma loro rimangono seduti.
«Spero di arrivare il più velocemente possibile in Europa, ma ho sentito che è difficile passare dall’Ungheria perché hanno costruito un muro lungo tutto il confine» accenna S.A.
Non sembra essere un problema percorrere la Serbia. Quello che preoccupa S.A. è passare in Europa e per farlo deve cercare di superare il confine ungherese. O pensare ad una soluzione alternativa.

 

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Si inizia a sentire in lontananza il fischio di un treno, le gente seduta sotto le tende raccoglie velocemente i piccoli bagagli e si avvicina ai binari. Subito l’esercito interviene obbligando le persone a comporre delle fila.

S.A. e il suo gruppo di amici si fa da parte, è deciso a non muoversi «prenderemo il prossimo treno, oggi dovrebbe essercene un altro» dice.
Con l’aiuto di un piccolo caricatore a pannelli solari mostra le ultime fotografie. La stanchezza traspare da uno sguardo profondo, orgoglioso e deciso. Qualche piccola increspatura si forma sul suo viso quando compare l’immagine di lui con attorno la sua famiglia. L’ultimo scatto prima della partenza dall’Iraq.

(Fotografie e video di S.A.)

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